Il mito americano ne “Il Grande Gatsby” di Fitzgerald

Jay Gatsby, simbolo del mito americano, dell’American dream che si infrange. Siamo nell’America degli anni ’20, negli anni ruggenti, in quell’età del jazz così ben descritta da Francis Scott Fitzgerald. Anni in cui questo genere musicale ebbe un grande incremento di popolarità, in cui si tende verso il progresso e la modernità e ci sono i primi movimenti di emancipazione femminile. Tutto questo si stoppò con la grande depressione del 1929 e il proibizionismo. Gli anni del sogno americano sono segnati dalla rottura con la tradizione e il conseguente avvicinamento alla tecnologia, con l’introduzione di nuovi beni di consumo. Si avvia così una produzione di massa che assoggetta la popolazione al consumismo. Gran parte però della classe operaia, così come gli immigrati e gli afro-americani rimasero fuori dal boom economico. Tra le nuove scoperte ci furono: l’automobile, la radio, il cinema, il grammofono e il fonografo (che portarono molti individui ad avvicinarsi alla cultura musicale).

“The Great Gatsby” da iniziale disastro a capolavoro

Questo sogno però aveva i suoi limiti e le sue tragedie, che ci vengono mostrate nel romanzo di Fitzgerald, “Il grande Gatsby”, uscito nel 1925. Definito da T. S. Eliot «Il primo passo in avanti fatto dalla narrativa americana dopo Henry James». Ambientato a New York, precisamente a Long Island, nell’estate del 1922, quest’opera è un perfetto ritratto della società degli anni ’20. È inoltre una sorta di autobiografia dello scrittore statunitense, che annebbiato dal consumo di alcol e dalla sua vita un po’ sopra le righe, cerca di capire quali erano gli ostacoli che stavano facendo affondare la sua esistenza. Il libro racconta la storia di un giovane, di nome James Gatz, che fugge dalla sua famiglia per trasformare se stesso e cambiare identità, Jay Gatsby per l’appunto. Ci viene raccontato il suo amore per Daisy da ragazzo e la sua illusione di poterla riconquistare nonostante il tempo passato e l’indifferenza di lei.

Ma Nick dice: “Non si può ripetere il passato”. “Non si può ripetere il passato? Ma certo che si può” risponde Gatsby.

Il personaggio a dialogare con Gatsby è Nick Carraway, vicino di casa, che ha il ruolo di narratore. Nick rappresenta l’esatto opposto di quella società consumista. È un uomo modesto, puritano e moralista. Dalla sua casa nota tutte le feste che vengono date nella casa del suo ricco vicino, osserva il giovane fissare la “luce verde” in lontananza (luce verde che è simbolo di quell’illusorio mito americano) ed infine organizza il suo funerale, quando Gatsby verrà ucciso per un malinteso. Qui emerge il tema della solitudine: Gatsby è solo. Non partecipa alle sue feste, alle quali le persone che vi prendono parte non si conoscono e non comunicano, e nessuno viene al suo funerale. Vivono tutti nell’indifferenza. Egli è una sorta di eroe romantico destinato al fallimento, vive solo per il suo sogno d’amore ed è inadeguato al mondo che lo circonda. Infatti, essendo egli l’incarnazione della purezza umana, arriverà all’autodistruzione.

Il mito americano in Italia

In Italia, intorno gli anni ’30, tra i maggiori interpreti del mito americano troviamo Cesare Pavese e Elio Vittorini. La conoscenza di questi scrittori americani era ristretta solo a poche persone e divenne presto l’antitesi del fascismo. Fascismo che tentava in tutti i modi di censurare le letture straniere, favorendo i classici italiani. Così questi scrittori italiani tentavano di recuperare il mito americano, vedendo nell’America una terra promessa, nel progresso un atto di libertà e trovando anche una risoluzione alla questione della lingua con l’introduzione dello slang (il dialetto). Il mito americano però era destino a finire anche in Italia: le generazioni successive avevano infatti messo in luce tutte le contraddizioni che questo sogno americano aveva in sé.

Uomini e no

“Uomini e no” romanzo di Elio Vittorini scritto nel 1944 e pubblicato nel 1945, è uno dei primi romanzi della Resistenza italiana. Il protagonista è Enne2, capo dei partigiani a Milano; di lui non vengono raccontate solo le imprese partigiane, ma anche le vicende amorose con Berta, donna sposata, restia a lasciare il marito e legarsi a lui. Il romanzo ci mostra come ad ogni azione partigiana seguisse subito una rappresaglia tedesca. Durante una di queste azioni Enne2 viene identificato e viene messa una taglia su di lui. I suoi compagni decidono di fuggire, egli, invece, decide di restare spinto da un senso del dovere e da una sofferenza personale. Il suo obiettivo è quello di uccidere il capo dei fascisti: riesce nell’impresa, ma per farlo sacrifica la sua di vita. La storia si conclude con un giovane operaio, che aveva avvertito Enne2 dell’arrivo dei fascisti, e al quale Enne2 aveva chiesto di lottare contro i tedeschi, ma il giovane nel momento in cui dovrebbe uccidere il soldato tedesco, non ci riesce rivedendosi negli occhi della vittima.

Da un lato questo romanzo rientra nel neorealismo, corrente letteraria di quegli anni, per il contenuto tematico e l’ambientazione storica, dall’altro si discosta da questa, soprattutto in quei capitoli scritti in corsivo che denotano uno stile più elaborato. Il libro è composto da 136 brevi capitoli, di cui 23 scritti in corsivo con uno stile differente e in cui sono contenute le riflessioni dell’autore che discorre con Enne2. Questi 23 capitoli rallentano la narrazione, che scorre veloce a causa della presenza dei dialoghi, e la commentano. In generale lo stile è chiaro e immediato, con l’uso di alcune parole straniere nelle scene in cui sono presenti dei tedeschi, per rendere tutto più realistico.

“Chi aveva colpito non poteva colpire di più nel segno. In una bambina e in un vecchio, in due ragazzi di quindici anni, in una donna, in un’altra donna: questo era il modo migliore di colpir l’uomo. Colpirlo dove l’uomo era più debole, dove aveva l’infanzia, dove aveva la vecchiaia, dove aveva la sua costola staccata e il cuore scoperto: dov’era più uomo.”

Il titolo dell’opera non sta tanto ad indicare la differenza tra chi si comporta da uomo e chi no, piuttosto sta ad evidenziare la componente umana e la componente bestiale che coesistono in una persona. Il romanzo quindi è anche un’analisi della natura umana, oltre che avere un valore esistenziale e politico. Enne2 combatte per il suo paese e vedendo nel suo nemico una figura da distruggere. Tutto questo viene superato alla fine dal giovane operaio che, riconoscendosi negli occhi del soldato tedesco, riconosce la stessa umanità. Questo indica una nuova speranza dopo gli orrori della guerra: la speranza di una solidarietà che possa spezzare tutte le differenze che dividono gli uomini.

Sei gradi di separazione

C’è una teoria in semiotica e sociologia, chiamata appunto “sei gradi di separazione”, la quale ipotizza che ogni persona può essere collegata a qualunque altra persona o cosa al mondo attraverso una catena di conoscenze e relazioni formata da non più di cinque intermediari.

Ora immaginiamo che questi cinque intermediari non ci siano, annullando i gradi di separazione, ecco che nascono i sensate.

I sensate sono persone sconosciute che provengono da tutte le parti del mondo e scoprono di essere collegate tra loro in maniera più che telepatica. Questo è il tema principale di una serie televisiva americana, “Sense8”, ideata dalle sorelle Wachowski. I protagonisti sono otto sconosciuti che si rendono conto pian piano di poter comunicare tra loro. In questa serie televisiva di fantascienza i personaggi non hanno nessun super potere, ma, hanno la capacità di essere in contatto tra loro pur trovandosi a milioni di chilometri di distanza. Un po’ come il gioco del telefono senza fili in cui però il messaggio tra i sensate viene comunicato chiaramente, senza errori di interpretazione.

Questi otto protagonisti scoprono di appartenere ad una cerchia e che nel mondo esistono tante altre cerchie come la loro. Vogliono scoprire anche il perché del loro avanzato livello di empatia, come questa connessione psichica possa permettere loro non solo di parlare ma anche di vedersi, toccarsi e condividere ogni emozione.

“Impossibility is a kiss away from reality”

La bellezza di questa serie sta proprio nel mettere in risalto questa “connessione” che si crea tra le persone, a volte così lontane, e che permette loro di sentirsi così vicine, e mai sole. Vediamo come i protagonisti appartengono a culture, razze, tradizioni completamente differenti eppure nessuno viene escluso per il colore della pelle, per il proprio orientamento sessuale, per delle scelte. Anzi, le parole che spiccano sono “inclusione”, “unità”, “accettazione”, “uguaglianza”, “amore” e tutto ciò che possa portare una persona a sentirsi apprezzata e considerata come merita e non essere vista come diversa. Tutti messaggi che passano attraverso la voce di Amanita, nei profondi discorsi di Nomi, nelle lamentele di Lito e negli insegnamenti di Hernando. E ovviamente poi ci sono i gesti di Will, Riley, Wolfgang, Kala, Sun e Capheus che aiutano ad abbattere i muri della divisione e portano avanti questo inno alla condivisione, all’empatia e la voglia di superare le differenze. Questo è il punto di forza dei sensate che annullano i sei gradi di separazione.

Diabolik il re del terrore

Il primo novembre 1962 usciva il primo albo di Diabolik, con il titolo “Il re del terrore”. Questo fumetto viene ideato dalle sorelle Angela e Luciana Giussani, che scrivono i testi e si occupano della sceneggiatura. È il primo fumetto nero italiano che ribalta la morale in voga nei fumetti di quegli anni. Il male con tutto il suo fascino diventa il protagonista assoluto andando a scardinare quelli che erano i valori fondamentali: ovvero la ricerca del bene, la giustizia e la conseguente sconfitta del male.

Diabolik, abile ladro e assassino spietato, ci appare nel primo numero sotto l’identità di Walter Dorian; qui facciamo la conoscenza anche di Elisabeth Gay, prima ragazza di Diabolik, che nei numeri successivi, scoperta la seconda vita del suo compagno, lo denuncia all’ispettore Ginko. Nel terzo albo appare per la prima volta Eva Kant, quella che diventerà la compagna di tutta una vita per Diabolik. Già dal loro primo, casuale, incontro scoppia la passione tra i due e sarà proprio lei che riuscirà a salvare il ladro dalla ghigliottina e a far uccidere un suo sfiancante pretendente. Grazie a lei il carattere di Diabolik si ammorbidisce con il tempo e da feroce, crudele e cinico diventerà più umano e con una sua morale. Dal suo canto Eva, da compagna inizialmente sottomessa sarà man mano un’indispensabile complice su cui fare affidamento. Il suo personaggio inoltre è il primo personaggio donna che nel mondo del fumetto porta avanti i valori di emancipazione e indipendenza femminile.

« Ginko: “Noi stiamo per morire, e questo è il momento della verità. Diabolik, chi sei?”
Diabolik: “Non so chi sono!” »

Le origini del personaggio vengono svelate solamente nel fumetto numero 107 intitolato “Diabolik chi sei?”. Qui si racconta di come da piccolo, rimasto orfano in seguito ad un naufragio, viene allevato in un’isola abitata da soli criminali. Su quest’isola si aggirava una pantera nera di nome Diabolik, che spaventata gli abitanti e che era stata uccisa da King, il boss della banda criminale. Sarà proprio King, poco prima di morire, a battezzare il giovane con il nome di “Diabolik” in ricordo di quella pantera che seminava morte e terrore. Tra i gadget di Diabolik ci sono le maschere, che fabbrica lui, per poter assumere le identità delle altre persone; raramente usa armi da fuoco, infatti la sua arma preferita è il pugnale. Conosce tanti tipi di veleni e droghe e va in giro con una Jaguar E con installati dispositivi per seminari eventuali avversari.

Il successo di questo fu straordinario, tanto che i primi numeri sono ricercati dai collezionisti a prezzi esorbitanti. Dopo più di 800 numeri pubblicati, una trasposizione cinematografica e numerosi accessori, Diabolik continua ancora ad appassionare tanti giovani lettori.

“Harry Potter e la pietra filosofale” compie 20 anni

Pochi giorni fa si è festeggiato il ventesimo anniversario della pubblicazione di “Harry Potter e la pietra filosofale”. Era il 26 giugno 1997 quando usciva per la prima volta nelle librerie questo libro, destinato a rivoluzionare la vita della sua creatrice, J. K. Rowling, e a colpire il cuore di milioni e milioni di bambini e non solo. Ma ottenere questo risultato non è stato facile. La Rowling era una ragazza madre, che soffriva di depressione e con una situazione finanziaria disastrosa. Terminato il manoscritto nel 1995, lo aveva mostrato a dodici case editrici che però non avevano voluto pubblicarlo, arrivando così al 1997, anno in cui viene dato alle stampe con la casa editrice Bloomsbury. Il successo fu straordinario e con gli altri sei libri della saga, Joanne Rowling è divenuta una delle autrici con il maggior successo di vendita e la seconda donna più ricca del Regno Unito, dopo la regina Elisabetta II (oltre ad essere la seconda donna più ricca al mondo nel settore dell’intrattenimento). E così il maghetto più famoso al mondo, con la sua cicatrice sulla fronte e gli occhiali rotondi, è entrato nelle nostre case.

“Non serve a niente rifugiarsi nei sogni, Harry, e dimenticarsi di vivere”

Tante le frasi estratte dai libri che associamo ai personaggi della serie, ma soprattutto al personaggio di Albus Silente, preside della scuola di magia di Howgarts. Consigli distribuiti non solo per Harry, per superare le innumerevoli prove durante i sette libri, ma anche per noi lettori. Harry Potter ci insegna che c’è un po’ di magia in ognuno di noi, ci insegna la forza dell’amicizia, filo conduttore di tutta la saga, perché senza la protezione di Ron, l’arguzia di Hermione e la loro lealtà, non ce l’avrebbe mai fatta. Harry Potter ci insegna inoltre il potere dell’amore: ad esempio quando Lily Evans, per proteggere il piccolo Harry, si sacrifica volontariamente lasciando la protezione del proprio amore sul figlio. Questa forza così potente devierà l’Avada Kedavra, maledizione senza perdono, che Voldemort tenterà di lanciare ad Harry e che gli si ribalterà contro, frammentando ulteriormente la sua anima. L’amore che Lily gli lascia permette ad Harry di sopravvivere e gli scorre nelle vene. È grazie a questo che il mago riuscirà a sconfiggere il signore oscuro.

“Non provare pietà per i morti, Harry. Prova pietà per i vivi, e soprattutto per coloro che vivono senza amore”

Un’altra forma di amore la troviamo anche nel Patronus di Severus Piton, che è una cerva, esattamente come quello di Lily Evans, donna che ha sempre amato.

“Lily dopo tutto questo tempo? Sempre.”

Questa storia fanstastica, con tutte le sue creature magiche, le bacchette, le scope volanti, gli incantesimi, vuole dirci che chi ci ama non ci abbandona mai veramente, che un aiuto verrà sempre dato a chi lo richiederà e che come nelle fiabe alla fine è il bene a trionfare. I libri e successivamente i film, i giochi, i gadget che sono stati prodotti, hanno accompagnato tanti ragazzi dalla loro infanzia alla loro maturità. Ancora oggi quegli stessi bambini diventati adulti continuano a riguardare Harry Potter emozionandosi ancora come la prima volta, piangendo sempre alle morti di Sirius Black, Albus Silente e di Piton, e aspettando ancora ingenuamente la lettera di ammissione per Howgarts. In un mondo come il nostro in cui di crudeltà se ne sentono tante e di cattive notizie siamo pieni ogni giorno, un pizzico di magia ci aiuta a vivere meglio.

 

Radiohead – I-days 2017 – Parola d’ordine comodità

Al tramonto.

Sotto un cielo rosa pastello.

I-days,Parco di Monza, 16 giugno 2017.

Più che il day 2 dell’imponente Festival, che accoglie numerosi artisti per quattro giorni, nell’importante cornice di un immenso parco, questo è il day 2 dei Radiohead in Italia. Dopo la strabiliante data di Firenze, svoltasi appena due giorni prima, gli artisti di Oxford hanno avuto il compito di provare a replicare, o addirittura surclassare, un concerto che è stato pressochè perfetto. Uno show all’indomani del quale si è concretizzata un’autentica gara di aggettivi, perchè descrivere quanto proposto da Thom Yorke e dalla sua band è davvero complicato. A Monza i Radiohead hanno suonato per tutti non solo per i veri appassionati. Tra i tanti pezzi abbiamo ascoltato Paranoid Android, No Surprises, Karma Police e perfino Creep, il primo brano ad averli resi celebri in tutto il mondo. Tra i sessantamila cuori e mani che battevano c’eravamo anche noi a godere di questo spettacolo e guardandoci un po’ attorno siamo accorti che oltre al gusto musicale quelle sessantamila persone avevano in comune anche un “codice di abbigliamento”. E’ bastato fare un giro nel parco, durante le ore di attesa, per capire che le parole d’ordine erano comodità e funzionalità. Cappelli e visiere ma anche foulard a mò di turbante per ripararsi dal sole cocente. Ragazzi in camicie di lino e t-shirt in tutte le gamme cromatiche, petto nudo per chi invece il caldo torrido non può proprio sopportarlo o semplicemente vuole approfittarne per un po’ di tintarella. Le ragazze indossano per lo più mini abiti o crop top e shorts. Ciò che accomuna tutti però è lo zaino in spalla o il marsupio in vita. Talvolta anche la cintura, come ormai il trend setter detta, diventa l’accessorio più utile per legare la maglietta o semplicemente tenere un pacchetto di sigarette ed avere la possibilità di far danzare libere le mani. No a sandali o ciabatte ma via libera alle sneakers . Alte, basse, in pelle o in tessuti tecnici , poca importa l’importante è sentirsi a proprio agio. Una legge non scritta dunque che non parla di moda, parla di stile e di priorità dove l’individualità regna sovrana nell’aspetto ma canta la stessa strofa della medesima canzone.

 

La violenza psicologica

Il tema della violenza psicologica e della manipolazione mentale che spesso la precede, costituisce un argomento oggetto di discussione, a causa della mancanza di dati certi riguardo il numero delle vittime di tale reato. La donna ha, con il tempo, imparato a riconoscere gli aspetti della violenza fisica, ma tende ancora ad accettarne una forma più subdola e sottile, la quale avviene spesso tra le mura domestiche ed è denominata “VIOLENZA PSICOLOGICA”,che consiste nella denigrazione e umiliazione di una persona scelta da un carnefice, il quale tramite azioni manipolatorie, finalizzate a farle perdere la fiducia in se stessa, a renderla svilita e priva di punti di riferimento. Trattasi di un omicidio dell’ anima e della mente, dai troppi esecutori impuniti, ragion per cui si richiede la sensibilizzazione da parte del maggior numero di persone possibili, affinché il fenomeno emerga e, chiunque ne sia vittima, si riappropri della dignità e integrità mentale, mentre chiunque agisca venga neutralizzato. Spesso il crimine non è denunciato, perché compiuto dalle persone che più si amano, ma anche, perché si teme che esponendosi, i figli, considerati il principale oggetto di ricatto da parte degli abusanti, possano essere sottratti dalle strutture sociali competenti. È opportuno, però dire che questi non siano gli unici motivi per i quali non si denunci, a volte non lo si fa, perché non si ha piena consapevolezza di ciò che si sta vivendo, quindi è impossibile denunciare un problema che non si riconosce. A tal proposito, è importante sottolineare che al giorno d’oggi manchi una normativa capace di tutelare contro gli abusi di natura psicologica, data la difficoltà nel riconoscerli in sede processuale. Vista la situazione, risulta di fondamentale importanza ascoltare, parlarne, creare una rete che coinvolga tutti indistintamente: medici, forze dell’ ordine, sportelli antiviolenza, pronti in primis a porre l’ abusante dinanzi l’ errore commesso, per far si che capisca quanto dolore abbia provocato. È naturale che la comunicazione e il confronto, gli incontri tra gli abusanti e gli abusati non bastino per porre fine al fenomeno, ma possano contribuire ad esorcizzare la paura di un fenomeno criminoso dalle conseguenze gravi e costi sociali elevati. Doveroso, inoltre, è coinvolgere i ragazzi, perché proprio da loro parte la prevenzione.

G7, Trump protagonista

Taormina accoglie i leader del mondo libero

Giunto a conclusione il G7 di Taormina, splendida vetrina per l’Italia e per la Sicilia, è tempo di tirare le somme.
Quattro le macro aree su cui è stato incentrato il lavoro dei diplomatici e dei 7 capi di Stato: terrorismo, immigrazione, climate change, e  commercio. Dalla diffidenza della stampa internazionale sulla concreta utilità del format G7, fino ai tanti dubbi sulla apertura al dialogo del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ci si era affacciati a questa due giorni di lavoro con tante domande e la sensazione che sarebbero rimaste tali.

Terrorismo, uniti

Vividi sono il dolore e lo sgomento per gli attentati in Egitto e per l’attacco infame a Manchester del 23 maggio, così che la dichiarazione sul terrorismo è forte, pronta e condivisa e si apre proprio con il cordoglio per le vittime del terrore.
Sono quindici i punti con cui il G7 dichiara di voler combattere il terrorismo. “Raddoppiare gli sforzi” è l’imperativo comune, contro il terrorismo e dunque contro la radicalizzazione e la povertà. Maggiori risorse saranno concentrate anche sul web limitando, con la collaborazione dei server provider e dei social media, la diffusione dei contenuti d’odio.

Guerra dunque, cibernetica prima che miltare.
Presto una riunione dei Ministri dell’interno per passare dalle parole all’azione.

Più sviluppo che immigrazione

Nel G7 in cui molto tempo (“un quarto del totale” a detta del Premier Gentiloni) si è dedicato al confronto con i capi di Stato Africani e alla questione delle sviluppo e della crescita del continente nero, sull’immigrazione i 7 dichiarano che: “pur sostenendo i diritti umani di tutti i migranti e rifugiati, riaffermiamo i diritti sovrani degli Stati, individualmente e collettivamente, a controllare i propri confini e stabilire politiche nell’interesse nazionale e per la sicurezza”.
La collaborazione incondizionata sull’accoglienza non è dunque scontata, lo si è visto anche in territorio Europeo con le difficoltà enormi nella redistribuzione dei migranti.

Lo sguardo sul Mediterraneo dall’alto di Teormina e l'”outreach” sull’ l’Africa hanno però condotto il dialogo sui i binari giusti: sostenibilità, investimenti nelle infrastrutture e digitalizzazione. Questi i passi che verranno fatti per condurre l’Africa sulla strada dell’autonomia economica e politica.

Climate change, risposta americana tra una settimana

7 contro 1. Nessuno si aspettava che i proclami elettorali sarebbero stati messi da parte al primo meeting internazionale ed infatti Donald Trump non arretra, tanto meno d’altra parte i leader di Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Giappone e Canada. Il fronte unico delle 6 potenze mondiali appena elencate ha messo nell’angolo la delegazione Americana che ha ottenuto una settimana in più di riflessione del proprio Presidente per redigere la dichiarazione sul Clima e per decidere se andrà rivisto, se sì in quale misura, il coinvolgimento degli Stati Uniti negli accordi di Parigi del 2015.
“Abbiamo preso atto che mentre 6 su 7 confermano gli impegni sull’accordo di Parigi – ha dichiarato Gentiloni -, gli Usa sono ancora in fase di revisione della loro politica. Mi auguro che questa fase si concluda presto e bene”.
Le difficoltà di Trump sono evidenti.
Russiagate tra le mura domestiche, molte questioni spinose da risolvere in terra straniera e un elettorato a cui rispondere. Aspettiamo, ma l’Europa e gli altri leader sul clima non cedono.

Commercio, no al protezionismo 

Anche qui Donald Trump protagonista. Intenzionato a reintrodurre un minimo sistema di dazi e a proteggere le famiglie e gli imprenditori americani, si scontra con la maggioranza dei leader, decisi a mantenere lo stato delle cose. Ancora un sì quindi alla globalizzazione, ma con la consapevolezza che è necessario, almeno in parte, cambiare le regole del gioco per non farsi trasportare da l’ebrezza del libero scambio incondizionato che tanti danni ha fatto alle famiglie della classe media di tutto il mondo.

 

Social Network

Occhio non vede, Social Network te lo dice

Viviamo in una società in cui anche l’ impossibile diventa possibile. Ebbene si,per quanto assurdo possa sembrare,al giorno d’ oggi, basta accedere un pc per essere aggiornati riguardo la vita di altre persone che vivono lontane da noi, il tutto grazie ai social network,i quali come tutte le cose,posseggono lati positivi e negativi che sembrano emergere sempre più. Da recenti studi,infatti si evince che l’ uso frequente dei social comporti non pochi problemi o addirittura dipendenze paragonabili a quelle da alcol o droga. Non è facile diagnosticare ad una persona un disturbo causato dal frequente utilizzo dei social,perché non vi sono sintomi i quali permettono di riconoscerlo, ma lo si può evincere. Basta osservare quanta poca importanza si conferisca al relazionarsi con gli altri. Basta pensare si preferisca parlare con una persona separati da uno schermo e non davanti ad un buon caffè,guardandosi negli occhi. E quando ci si ritrova l’ uno accanto all’ altro,cosa accade? Nulla. Il silenzio finisce per essere il protagonista,perché non si ha niente da dirsi,il social ha già rivelato più del dovuto. È evidente che questi ultimi abbiano reso la società in cui viviamo definibile “società dell’occhio non vede,social te lo dice. O forse,sarebbe meglio dire,l’ abbiano resa “social dipendente”. Infatti,si sente il bisogno di condividere con il mondo ogni istante della vita,come se ciò servisse a far sentire forti e a far nascondere le debolezze,violando la privacy. La dipendenza da social network è diventata una vera e propria emergenza alla quale far fronte. Occorre far comprendere,soprattutto agli adolescenti,che i social siano un qualcosa di positivo solo se utilizzati correttamente,ossia evitando di condividervi vari aspetti di vita quotidiana e conferendo più spazio alle chiacchierate guardando l’ altra persona negli occhi,perché questa è la vita vera,queste sono le vere relazioni.

Valori

Recuperiamo i valori perduti

Combattere per i propri ideali, per trasmettere i propri valori, anche a costo di lasciarci la pelle.

Questo facevano i giovani del passato. E adesso, cosa resta di quel passato? Nulla, tranne l’ amaro in bocca causato dai ricordi e dalla consapevolezza del fatto che purtroppo le cose siano cambiate. In peggio, per alcuni versi. Viviamo in una società in cui si conferisce più importanza all’ apparire che all’essere. In cui non c’è spazio per chiunque non possieda un cellulare all’ ultimo grido o non indossi capi griffati. Come se l’ abito facesse il monaco! Ebbene si, per quanto brutto possa sembrare, quella odierna è una società che si dispera se si rompe un cellulare, che si innamora tramite un social network e, quando ci si vede tra amici, non si parla. Ciò, indica che valori come amicizia, amore e famiglia siano ormai scomparsi, soprattutto tra i giovani. Tutto questo non è tollerabile, occorre recuperare questi valori. È necessario che i giovani ricomprendano il senso della riservatezza, smettendo di condividere ogni attimo della propria vita, perché questo non significa vivere realmente.

Vivere realmente significa cadere sette volte e rialzarsi otto, significa sacrificarsi pur di raggiungere un traguardo e innamorarsi dopo aver guardato una persona negli occhi, apprezzandola per come è, non per come appare. La vita è il dono più prezioso che si possieda, perciò recuperiamone il senso. Ciò non significa di certo non favorire il progresso o la tecnologia, significa saper equilibrare le cose, ritagliando del tempo per spegnere i cellulari ed accendere i cuori, proprio come un tempo.