Amami o faccio un casino!

FUCT, questo l’acronimo dell’ultimo tour di Coez, che slegato sarebbe “faccio un casino tour”.  Faccio un casino è il titolo del suo ultimo cd, uscito a maggio, e anticipato dall’omonimo singolo il 10 marzo. Diventato disco d’oro insieme ad altri suoi singoli, Jet e La musica non c’è, gli ha portato un grande successo sulla scena italiana. Il tour, che è iniziato a giugno e sta giungendo ormai alla fine, ha riscosso grande entusiasmo e grande clamore. Tante date sold out, tanti live strapieni di fan. Coez c’è e il pubblico risponde.

In arte Coez, nella vita Silvano Albanese, nasce in provincia di Salerno ma si trasferisce presto a Roma. All’età di 19 anni avvia la carriera di rapper e insieme a due amici forma il gruppo “Circolo Vizioso”. Poi con l’unione di un altro gruppo rap forma i “Brokenspeakers”. Con questi ultimi raggiunge un certo successo portando avanti collaborazioni con Colle der Fomento, Ghemon, Noyz Narcos. Parallelamente Coez intraprende la carriera da solista pubblicando nel 2009 l’album Figlio di nessuno. Il successo però arriva nel 2013 quando esce per la Carosello Records Non erano fiori, prodotto da Riccardo Senigallia con il quale aveva avviato una stretta collaborazione da un anno. Inizia così la scalata di Coez, che da questo momento comincia a vendere singoli di successo.

“Mi metti in crisi e in questo testo non ti riesco a disegnare. Vorrei portarti al mare, anzi portarti il mare”

Dagli amori più difficili che se non funzionano «faccio un casino», agli occhiali scuri da non dimenticare mai quando non si dorme a casa. Dalle luci della città, che vista dall’alto ci ricorda che questo è un mondo fatto per due e che alla fine ti porta a chiedere «vanno via tutti resti con me?», ad un sentimento bello, sincero, a volte taciturnal, che puoi condividere con qualcuno anche quando la musica non c’è. Dall’erotismo che ti fa scivolare i cliché sul parquet, alla dedica alla mamma, che è la nostra metà migliore. Questi i temi trattati dal cantautore romano, il quale assicura che la pausa dopo la fine del tour migliore di sempre non sarà lunga, e che è pronto ad infiammare ancora la scena musicale.

Il Modena Park di Vasco Rossi

Grande festa il primo luglio per festeggiare a Modena i quarant’anni di carriera di Vasco Rossi. Quarant’anni di successi, concerti sold out e 30 album pubblicati dal 1977 ad oggi (di cui 17 in studio, 9 dal vivo e 4 raccolte ufficiali). Modena Park non è un semplice concerto. È la celebrazione di un’artista che nella sua lunga gavetta è partito proprio da quella città.

Vasco Rossi nasce a Zocca nel 1952 e il nome glielo aveva dato il padre in omaggio ad un compagno di prigionia in Germania durante la seconda guerra mondiale. La sua prima esibizione è al concorso Usignolo d’Oro a Modena, a soli 10 anni, che vincerà con il punteggio massimo. Continua da lì la sua scalata musicale: a 14 anni aveva messo su la sua prima band, poco dopo scriveva già canzoni e nel 1975 aveva fondato una delle prime radio libere d’Italia, “Punto Radio”, grazie anche alla partecipazione di Gaetano Curreri. Con quest’ultimo nascerà anche un profondo rapporto di amicizia e collaborazione, che li porterà a scrivere testi insieme. Sarà Curreri a spronare Vasco nell’incisione dei suoi primi dischi. Vasco che nel mentre lascia la facoltà di Economia e inizia a frequentare Pedagogia. Proprio dalle letture complesse che affronterà qui, vari testi di filosofia e psicanalisi, tirerà fuori le strofe che ritroviamo nelle sue canzoni.

Il 1977 è l’anno del suo primo 45 giri “Jenny/Silvia” e l’anno successivo è l’anno del suo primo album “…Ma cosa vuoi che sia una canzone…”. Seguirà l’anno dopo “Non siamo mica gli americani” con la traccia “Albachiara”, che verrà scoperta anni dopo dal pubblico, divenendo uno dei suoi maggiori successi. Nel 1979 muore il padre e sarà per Vasco un grande shock, tanto da pensare di abbandonare la musica. Ma nel 1980 uscirà “Colpa d’Alfredo”, censurato da alcune radio, e inizierà una collaborazione anche con la “Steve Rogers Band” con la quale organizzerà anche il suo primo tour ufficiale. Vasco Rossi era molto legato a Massimo Riva, frontman della Steve Rogers Band, che morirà nel 1999 in seguito ad una crisi respiratoria dopo un’iniezione di eroina. Da allora Vasco lo ricorderà in ogni suo concerto dedicandogli “Canzone”.

“Nessuno, nessuno muore mai completamente. Qualche cosa di lui rimane sempre vivo dentro di noi. Viva Massimo Riva!”

Sarà con il quarto album che finalmente arriverà il successo, “Siamo solo noi”, che ad oggi è considerato ancora uno dei suoi migliori lavori. Nel 1992 c’è la prima partecipazione a Sanremo con “Vado al Massimo”. Alla fine dell’esibizione si infilò il microfono nella tasca con l’intenzione di consegnarlo al concorrente successivo, ma, il filo era troppo corto così il microfono volò a terra creando un boato enorme in sala. Fece scalpore e tutti pensarono ad un gesto di ribellione nei confronti del festival. Arrivò ultimo. L’anno dopo tornò di nuovo con “Vita spericolata” ma questa volta non arrivò ultimo. Penultimo. Non importa, Vasco sarebbe comunque diventato una delle più grandi rock star in Italia. In grado di riempire San Siro e l’Olimpico, di emozionare i suoi fans con testi del calibro di “Anima Fragile”, “Sally”, “Toffee”, “Jenny è pazza”, “La nostra relazione”, “Va bene, va bene così” e tanti tanti altri ancora.

Il primo luglio Vasco riempirà il Modena Park con 220.000 persone andando in onda anche in Rai e in oltre 150 sale cinematografiche. Portando una scaletta di quaranta canzoni. Che Vasco piace è un fatto. Che può non piacere sono gusti. Comunque sia ci saranno ragazzi e generazioni intere che continueranno ad ascoltare i suoi cd, indossare le magliette dei concerti e ad inneggiare al Blasco.

 

Radiohead – I-days 2017 – Parola d’ordine comodità

Al tramonto.

Sotto un cielo rosa pastello.

I-days,Parco di Monza, 16 giugno 2017.

Più che il day 2 dell’imponente Festival, che accoglie numerosi artisti per quattro giorni, nell’importante cornice di un immenso parco, questo è il day 2 dei Radiohead in Italia. Dopo la strabiliante data di Firenze, svoltasi appena due giorni prima, gli artisti di Oxford hanno avuto il compito di provare a replicare, o addirittura surclassare, un concerto che è stato pressochè perfetto. Uno show all’indomani del quale si è concretizzata un’autentica gara di aggettivi, perchè descrivere quanto proposto da Thom Yorke e dalla sua band è davvero complicato. A Monza i Radiohead hanno suonato per tutti non solo per i veri appassionati. Tra i tanti pezzi abbiamo ascoltato Paranoid Android, No Surprises, Karma Police e perfino Creep, il primo brano ad averli resi celebri in tutto il mondo. Tra i sessantamila cuori e mani che battevano c’eravamo anche noi a godere di questo spettacolo e guardandoci un po’ attorno siamo accorti che oltre al gusto musicale quelle sessantamila persone avevano in comune anche un “codice di abbigliamento”. E’ bastato fare un giro nel parco, durante le ore di attesa, per capire che le parole d’ordine erano comodità e funzionalità. Cappelli e visiere ma anche foulard a mò di turbante per ripararsi dal sole cocente. Ragazzi in camicie di lino e t-shirt in tutte le gamme cromatiche, petto nudo per chi invece il caldo torrido non può proprio sopportarlo o semplicemente vuole approfittarne per un po’ di tintarella. Le ragazze indossano per lo più mini abiti o crop top e shorts. Ciò che accomuna tutti però è lo zaino in spalla o il marsupio in vita. Talvolta anche la cintura, come ormai il trend setter detta, diventa l’accessorio più utile per legare la maglietta o semplicemente tenere un pacchetto di sigarette ed avere la possibilità di far danzare libere le mani. No a sandali o ciabatte ma via libera alle sneakers . Alte, basse, in pelle o in tessuti tecnici , poca importa l’importante è sentirsi a proprio agio. Una legge non scritta dunque che non parla di moda, parla di stile e di priorità dove l’individualità regna sovrana nell’aspetto ma canta la stessa strofa della medesima canzone.

 

Radiohead I-days 2017 – Parola d’ordine comodità

Al tramonto.

Sotto un cielo rosa pastello

I-days,Parco di Monza, 16 giugno 2017.

Più che il day 2 dell’imponente Festival, che accoglie numerosi artisti per quattro giorni, nell’importante cornice di un immenso parco, questo è il day 2 dei Radiohead in Italia. Dopo la strabiliante data di Firenze, svoltasi appena due giorni prima, gli artisti di Oxford hanno avuto il compito di provare a replicare, o addirittura surclassare, un concerto che è stato pressochè perfetto. Uno show all’indomani del quale si è concretizzata un’autentica gara di aggettivi, perchè descrivere quanto proposto da Thom Yorke e dalla sua band è davvero complicato. A Monza i Radiohead hanno suonato per tutti non solo per i veri appassionati. Tra i tanti pezzi abbiamo ascoltato Paranoid Android, No Surprises, Karma Police e perfino Creep, il primo brano ad averli resi celebri in tutto il mondo. Tra i sessantamila cuori e mani che battevano c’eravamo anche noi a godere di questo spettacolo e guardandoci un po’ attorno siamo accorti che oltre al gusto musicale quelle sessantamila persone avevano in comune anche un “codice di abbigliamento”. E’ bastato fare un giro nel parco, durante le ore di attesa, per capire che le parole d’ordine erano comodità e funzionalità. Cappelli e visiere ma anche foulard a mò di turbante per ripararsi dal sole cocente. Ragazzi in camicie di lino e t-shirt in tutte le gamme cromatiche, petto nudo per chi invece il caldo torrido non può proprio sopportarlo o semplicemente vuole approfittarne per un po’ di tintarella. Le ragazze indossano per lo più mini abiti o crop top e shorts. Ciò che accomuna tutti però è lo zaino in spalla o il marsupio in vita. Talvolta anche la cintura, come ormai il trend setter detta, diventa l’accessorio più utile per legare la maglietta o semplicemente tenere un pacchetto di sigarette ed avere la possibilità di far danzare libere le mani. No a sandali o ciabatte ma via libera alle sneakers . Alte, basse, in pelle o in tessuti tecnici , poca importa l’importante è sentirsi a proprio agio. Una legge non scritta dunque che non parla di moda, parla di stile e di priorità dove l’individualità regna sovrana nell’aspetto ma canta la stessa strofa della medesima canzone.