Uomini e no

“Uomini e no” romanzo di Elio Vittorini scritto nel 1944 e pubblicato nel 1945, è uno dei primi romanzi della Resistenza italiana. Il protagonista è Enne2, capo dei partigiani a Milano; di lui non vengono raccontate solo le imprese partigiane, ma anche le vicende amorose con Berta, donna sposata, restia a lasciare il marito e legarsi a lui. Il romanzo ci mostra come ad ogni azione partigiana seguisse subito una rappresaglia tedesca. Durante una di queste azioni Enne2 viene identificato e viene messa una taglia su di lui. I suoi compagni decidono di fuggire, egli, invece, decide di restare spinto da un senso del dovere e da una sofferenza personale. Il suo obiettivo è quello di uccidere il capo dei fascisti: riesce nell’impresa, ma per farlo sacrifica la sua di vita. La storia si conclude con un giovane operaio, che aveva avvertito Enne2 dell’arrivo dei fascisti, e al quale Enne2 aveva chiesto di lottare contro i tedeschi, ma il giovane nel momento in cui dovrebbe uccidere il soldato tedesco, non ci riesce rivedendosi negli occhi della vittima.

Da un lato questo romanzo rientra nel neorealismo, corrente letteraria di quegli anni, per il contenuto tematico e l’ambientazione storica, dall’altro si discosta da questa, soprattutto in quei capitoli scritti in corsivo che denotano uno stile più elaborato. Il libro è composto da 136 brevi capitoli, di cui 23 scritti in corsivo con uno stile differente e in cui sono contenute le riflessioni dell’autore che discorre con Enne2. Questi 23 capitoli rallentano la narrazione, che scorre veloce a causa della presenza dei dialoghi, e la commentano. In generale lo stile è chiaro e immediato, con l’uso di alcune parole straniere nelle scene in cui sono presenti dei tedeschi, per rendere tutto più realistico.

“Chi aveva colpito non poteva colpire di più nel segno. In una bambina e in un vecchio, in due ragazzi di quindici anni, in una donna, in un’altra donna: questo era il modo migliore di colpir l’uomo. Colpirlo dove l’uomo era più debole, dove aveva l’infanzia, dove aveva la vecchiaia, dove aveva la sua costola staccata e il cuore scoperto: dov’era più uomo.”

Il titolo dell’opera non sta tanto ad indicare la differenza tra chi si comporta da uomo e chi no, piuttosto sta ad evidenziare la componente umana e la componente bestiale che coesistono in una persona. Il romanzo quindi è anche un’analisi della natura umana, oltre che avere un valore esistenziale e politico. Enne2 combatte per il suo paese e vedendo nel suo nemico una figura da distruggere. Tutto questo viene superato alla fine dal giovane operaio che, riconoscendosi negli occhi del soldato tedesco, riconosce la stessa umanità. Questo indica una nuova speranza dopo gli orrori della guerra: la speranza di una solidarietà che possa spezzare tutte le differenze che dividono gli uomini.

Sei gradi di separazione

C’è una teoria in semiotica e sociologia, chiamata appunto “sei gradi di separazione”, la quale ipotizza che ogni persona può essere collegata a qualunque altra persona o cosa al mondo attraverso una catena di conoscenze e relazioni formata da non più di cinque intermediari.

Ora immaginiamo che questi cinque intermediari non ci siano, annullando i gradi di separazione, ecco che nascono i sensate.

I sensate sono persone sconosciute che provengono da tutte le parti del mondo e scoprono di essere collegate tra loro in maniera più che telepatica. Questo è il tema principale di una serie televisiva americana, “Sense8”, ideata dalle sorelle Wachowski. I protagonisti sono otto sconosciuti che si rendono conto pian piano di poter comunicare tra loro. In questa serie televisiva di fantascienza i personaggi non hanno nessun super potere, ma, hanno la capacità di essere in contatto tra loro pur trovandosi a milioni di chilometri di distanza. Un po’ come il gioco del telefono senza fili in cui però il messaggio tra i sensate viene comunicato chiaramente, senza errori di interpretazione.

Questi otto protagonisti scoprono di appartenere ad una cerchia e che nel mondo esistono tante altre cerchie come la loro. Vogliono scoprire anche il perché del loro avanzato livello di empatia, come questa connessione psichica possa permettere loro non solo di parlare ma anche di vedersi, toccarsi e condividere ogni emozione.

“Impossibility is a kiss away from reality”

La bellezza di questa serie sta proprio nel mettere in risalto questa “connessione” che si crea tra le persone, a volte così lontane, e che permette loro di sentirsi così vicine, e mai sole. Vediamo come i protagonisti appartengono a culture, razze, tradizioni completamente differenti eppure nessuno viene escluso per il colore della pelle, per il proprio orientamento sessuale, per delle scelte. Anzi, le parole che spiccano sono “inclusione”, “unità”, “accettazione”, “uguaglianza”, “amore” e tutto ciò che possa portare una persona a sentirsi apprezzata e considerata come merita e non essere vista come diversa. Tutti messaggi che passano attraverso la voce di Amanita, nei profondi discorsi di Nomi, nelle lamentele di Lito e negli insegnamenti di Hernando. E ovviamente poi ci sono i gesti di Will, Riley, Wolfgang, Kala, Sun e Capheus che aiutano ad abbattere i muri della divisione e portano avanti questo inno alla condivisione, all’empatia e la voglia di superare le differenze. Questo è il punto di forza dei sensate che annullano i sei gradi di separazione.

Julio Cortázar e il gioco del mondo

Julio Cortázar è stato, insieme a Jorge Luis Borges, uno dei più grandi scrittori sudamericani di racconti fantastici. Nato a Bruxelles il 26 agosto 1914 da genitori argentini, divide la sua vita tra Argentina e Francia. Fin da piccolo è un grande appassionato di Edgar Allan Poe, mostrando quindi da subito una predilezione per il genere fantastico, surreale e il mistero.

“Ci fu un tempo in cui pensavo molto agli axolotl. Andavo a vederli nell’acquario del Jardin des Plantes, e mi fermavo ore intere a guardarli, osservando la loro immobilità, i loro oscuri movimenti. Ora sono un axolotl.”

Cortázar è un vero maestro del racconto. Attraverso questa forma esprime la dimensione che esiste al di là della realtà quotidiana. Ed è proprio da questa, che all’improvviso, accadono cose strane, eventi inspiegabili che lasciano addosso un senso di inquietudine ed ansia. Quello che accade non viene spiegato, né giustificato. Accade e basta. Non bisogna chiedersi il perché. Ad esempio nel racconto “Casa occupata” i due protagonisti che vivono insieme, si trovano costretti a dover abbandonare la casa, perché occupata da qualcuno o qualcosa, e prima di andarsene chiudono a chiave la porta d’ingresso per paura che qualcuno possa entrare a rubare. Eventi fuori dall’ordinario succedono e l’abilità di Cortázar sta nel mostrarceli, evidenziano diversi livelli di realtà.

Anche Borges, come abbiamo detto, rientra nella letteratura fantastica attraverso i suoi racconti. Tra i suoi temi principali troviamo: l’enciclopedia, la biblioteca, il labirinto, il tempo, la confusione tra realtà e finzione, il mondo come sogno di qualcun altro. “La biblioteca di Babele” è l’immagine di un labirinto in cui l’umanità e il lettore si perdono. Qui si descrive un universo, la biblioteca, che si compone di un numero indefinito, forse infinito, di gallerie esagonali (la cui distribuzione è invariabile). Nell’atrio c’è uno specchio che raddoppia le apparenze. La Biblioteca è interminabile ed esiste ab aeterno. Questo universo è così enorme che ogni riduzione umana risulta infinitesimale e ogni esemplare è unico, insostituibile, ma, ci sono sempre centinaia di migliaia di copie imperfette. Il narratore sospetta che la specie umana stia per estinguersi mentre la Biblioteca sia destinata a permanere: solitaria, infinita, immobile. Inoltre crede che non sia illogico pensare che il mondo sia infinito ed insinua una soluzione: la biblioteca è illimitata e periodica. Gli uomini si affannano in questa biblioteca alla ricerca del Libro che contenga la verità. Questa biblioteca infinita, dove i libri presentano una finita sequenza di caratteri, per cui ogni possibile libro si ripete infinite volte, ci pone di fronte alla metafora dell’eterno ritorno. Proprio perché vi esistono tutti i possibili libri, con tutte le verità e le falsità, la prospettiva della Biblioteca è incommensurabile con quella della specie umana.

L’opera più grande di Cortázar

Tornando a Julio Cortázar, il suo capolavoro è sicuramente “Rayuela (il gioco del mondo)”, del 1963. Questo antiromanzo ci mostra la divisione dell’anima dello scrittore. La trama si divide infatti tra la Francia e l’Argentina. Inoltre ci sono due possibilità di lettura di quest’opera: o si parte dal primo capitolo per arrivare al capitolo 56 e trovare tre asterischi che indicano la fine; oppure partendo dal capitolo 73 e seguendo una tavola d’orientamento stabilita dall’autore. “Rayuela” è stato definito anche un iper-romanzo, termine coniato da Italo Calvino. La definizione che ne dà Calvino è “d’infiniti universi contemporanei in cui tutte le possibilità vengono realizzate in tutte le combinazioni possibili”, dove le sue parti “sviluppano nei modi più diversi un nucleo comune, e che agiscono su una cornice che li determina e ne è determinata”, che funziona come “macchina per moltiplicare le narrazioni”, “costruito da molte storie che si intersecano”. Come esempi di romanzi o racconti che rientrano in questa definizione, Calvino cita “Il giardino dei sentieri che si biforcano” di Borges e il suo “Se una notte d’inverno un viaggiatore”.

Nazionalismo israeliano: l’attentato al King David Hotel

Dopo 71 anni, ricordiamo uno dei più sanguinosi attentati legati alla nascita dello Stato di Israele

Questo stesso giorno di 71 anni fa si consumava a Gerusalemme uno dei più sanguinosi attentati della storia della città, ancor oggi purtroppo al centro di tristi cronache di violenze quasi quotidiane. Chi scrive questo articolo non ha intenzione di sollevare aspre quanto sterili polemiche sulla grave situazione mediorientale, ed in particolare riguardo quella palestinese, ma semplicemente cercare di tenere viva la memoria di fatti che l’individuo occidentale tende a dimenticare con facilità, benché di cruciale importanza per poter comprendere l’evoluzione storica del mondo che ci circonda.

Il problema del nazionalismo

Per tentare di chiarire la questione dobbiamo fare un passo indietro: subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale il territorio israelo-palestinese era amministrato dal “Mandato Britannico della Palestina”, nato dagli accordi anglo-francesi sulla spartizione dei territori mediorientali dell’ex Impero ottomano (i celebri e tanto deplorati accordi Sykes-Picot). Il movimento sionista si era scontrato più volte con l’amministrazione britannica, in particolare per ciò che riguardava l’immigrazione ebraica in quei territori, che gli inglesi volevano limitare soprattutto per evitare che si creassero scontri fra la popolazione araba e una comunità ebraica sempre più numerosa. Talune frange armate ultra-nazionaliste del movimento sionista, durante il 1944, erano arrivate addirittura a dichiarare definitivamente guerra agli inglesi: fra di esse vi erano i movimenti dell’Haganah, dell’Irgun e della cosidetta Banda Stern.

Queste formazioni, discostandosi dalle posizioni dell’Agenzia ebraica del futuro presidente israeliano David Ben Gurion, sostenevano un diritto inalienabile della popolazione ebraica sui territori palestinesi, rifiutando ogni compromesso di spartizione e di pari convivenza fra israeliani e palestinesi. Il comportamento inglese, da loro considerato troppo filo-arabo, non poteva essere tollerato.

Il futuro presidente israeliano David Ben Gurion

Operazione “Agatha”

Poiché l’unico modo che queste organizzazioni paramilitari clandestine avevano per finanziarsi adeguatamente erano i furti, le rapine ed i sequestri, le autorità britanniche reagirono lanciando l’operazione “Agatha”, che portò all’arresto, fra il 29 giugno e il 1 luglio del 1946, di quasi 2700 individui appartenenti a queste formazioni, tra cui anche membri dell’Agenzia ebraica. Ottennero inoltre documenti molto compromettenti, che attestavano la collusione dell’Agenzia ebraica con talune azioni dei gruppi terroristici sionisti. Tutti questi documenti vennero portati dai britannici nell’Hotel King David, situato a Gerusalemme Est. Questo edificio, per lungo tempo il più grande e lussuoso hotel di tutta la città, in quel periodo era la sede del quartier generale dell’amministrazione civile e militare britannica per la Palestina, comprendente anche un ospedale militare allestito durante la guerra.

Ritenuto ormai da tutti un atto di rappresaglia per quegli arresti, e più in generale per l’atteggiamento tenuto dal governo inglese, il 22 luglio un gruppo di membri dell’Irgun e della banda Stern fecero detonare degli esplosivi nello scantinato dell’Hotel, facendo crollare una intera ala dell’edificio e uccidendo 91 persone fra ebrei, arabi e cittadini britannici.

L’Hotel King David dopo l’esplosione

 

L’enorme numero di vittime fece acquistare a questa azione un triste primato, in quanto rimase per lungo tempo l’attentato più sanguinoso commesso in Medio oriente. Si dovette aspettare la guerra civile in Libano e le stragi per le strade di Beirut per poter raggiungere simili livelli di efferatezza. Oggi, con le quotidiane “notizie dal fronte”, la guerra all’ISIS e la paura diffusa del fondamentalismo islamico può suonare molto strano parlare di attentati commessi non da mussulmani ma una volta tanto dagli stessi israeliani, gli stessi che per lungo tempo hanno rappresentato (apparentemente) l’alleato più sicuro e fidato dell’Occidente nello scacchiere mediorientale. Un piccolo seppur importante tassello nell’immenso mosaico della storia, che tuttavia ci insegna che le cose non sono mai tutte bianche o tutte nere, ma solo che esistono infinite sfumature di grigio.

 

Il corpo grida “ curvy ! “

Da qualche tempo sta avvenendo una grande e poco silenziosa rivoluzione.Stiamo parlando della battaglia del corpo che grida “ curvy ! “

Se si parla di aspetto fisico non si può non pensare ad uno dei più potenti mezzi di comunicazione odierni : la moda. E’ dall’unione di questi due fattori, corpo e moda, che prende vita la lotta di molte donne curvy. In una società che ci vuole sempre più magri,atletici e stereotipati molte modelle e influencer plus size hanno cominciato a trasmettere un’immagine positiva di qualunque tipo di corpo. Prima tra tutte la modella statunitense Ashley Graham, che lo scorso maggio ha pubblicato la sua prima autobiografia intitolata ” A New Model, what confidence, beauty and power really look like.” Scritta a quattro mani con la scrittrice Rebecca Paley, l’autobiografia della giovane modella ci racconta che avere qualche chilo in più non è cosa semplice, anche se il mondo ti chiama «curvy» ma che con un po’ di buon senso,determinazione e un pizzico di autostima si possono abbattere molti preconcetti e sentirsi bene con se stessi. Il desiderio di essere accettati per quello che si è, non è cosa sessista e ce lo dimostra Ryan Dziadul,publicist di New York, 35 anni, uomo curvy. Può suonar strano sentirlo dire di un uomo, ma Ryan è plus size, e ha iniziato anche lui una battaglia di civiltà a partire dal suo profilo Instagram. Rayan vuole che la moda maschile si accorga degli uomini dalle taglie forti come quella femminile ha fatto da tempo. Stanno abbattendo uno a uno gli stereotipi sulla bellezza, le donne, e le idee ormai radicali della concezione corporale.

“Perché la stessa cosa non succede per gli uomini?”, si chiede Ryan. All’incirca un anno e mezzo fa, Ryan si accorge di come ,soprattutto sui social, ci siano pochissimi uomini che sostengono un pensiero body positive. “Ho lavorato per 10 anni nella moda”, racconta Ryan, “e ho notato come ci fosse un movimento femminile che cominciava a mostrare corpi non magri, felici, con uno stile invidiabile. Per gli uomini, invece, niente”.”Prima di decidermi a fare qualcosa”, continua Ryan, “mi vergognavo anche a dire la mia taglia nei negozi”. Ryan infatti si definisce “un uomo XXL in un mondo slim fit”. Poi però qualcosa è cambiato. ”Voglio dare una mano ad accettarsi a tutti gli uomini taglie forti come me”, dice Ryan, “è un processo lento, io ci ho messo un anno e mezzo, ma con l’aiuto della moda e dei look giusti, ho imparato ad accettarmi per come sono”.

Ryan Dziadul, Ashley Graham e molti altri personaggi noti e non, hanno davvero trovato la chiave di successo per sentirsi liberi dai pregiudizi e sicuri di se stessi,lo hanno fatto per loro stessi ma anche per tutti noi. Essere positivi ed imparare ad amarsi ci renderà desiderati e desiderabili, non nascondiamoci dietro a false maschere

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“Harry Potter e la pietra filosofale” compie 20 anni

Pochi giorni fa si è festeggiato il ventesimo anniversario della pubblicazione di “Harry Potter e la pietra filosofale”. Era il 26 giugno 1997 quando usciva per la prima volta nelle librerie questo libro, destinato a rivoluzionare la vita della sua creatrice, J. K. Rowling, e a colpire il cuore di milioni e milioni di bambini e non solo. Ma ottenere questo risultato non è stato facile. La Rowling era una ragazza madre, che soffriva di depressione e con una situazione finanziaria disastrosa. Terminato il manoscritto nel 1995, lo aveva mostrato a dodici case editrici che però non avevano voluto pubblicarlo, arrivando così al 1997, anno in cui viene dato alle stampe con la casa editrice Bloomsbury. Il successo fu straordinario e con gli altri sei libri della saga, Joanne Rowling è divenuta una delle autrici con il maggior successo di vendita e la seconda donna più ricca del Regno Unito, dopo la regina Elisabetta II (oltre ad essere la seconda donna più ricca al mondo nel settore dell’intrattenimento). E così il maghetto più famoso al mondo, con la sua cicatrice sulla fronte e gli occhiali rotondi, è entrato nelle nostre case.

“Non serve a niente rifugiarsi nei sogni, Harry, e dimenticarsi di vivere”

Tante le frasi estratte dai libri che associamo ai personaggi della serie, ma soprattutto al personaggio di Albus Silente, preside della scuola di magia di Howgarts. Consigli distribuiti non solo per Harry, per superare le innumerevoli prove durante i sette libri, ma anche per noi lettori. Harry Potter ci insegna che c’è un po’ di magia in ognuno di noi, ci insegna la forza dell’amicizia, filo conduttore di tutta la saga, perché senza la protezione di Ron, l’arguzia di Hermione e la loro lealtà, non ce l’avrebbe mai fatta. Harry Potter ci insegna inoltre il potere dell’amore: ad esempio quando Lily Evans, per proteggere il piccolo Harry, si sacrifica volontariamente lasciando la protezione del proprio amore sul figlio. Questa forza così potente devierà l’Avada Kedavra, maledizione senza perdono, che Voldemort tenterà di lanciare ad Harry e che gli si ribalterà contro, frammentando ulteriormente la sua anima. L’amore che Lily gli lascia permette ad Harry di sopravvivere e gli scorre nelle vene. È grazie a questo che il mago riuscirà a sconfiggere il signore oscuro.

“Non provare pietà per i morti, Harry. Prova pietà per i vivi, e soprattutto per coloro che vivono senza amore”

Un’altra forma di amore la troviamo anche nel Patronus di Severus Piton, che è una cerva, esattamente come quello di Lily Evans, donna che ha sempre amato.

“Lily dopo tutto questo tempo? Sempre.”

Questa storia fanstastica, con tutte le sue creature magiche, le bacchette, le scope volanti, gli incantesimi, vuole dirci che chi ci ama non ci abbandona mai veramente, che un aiuto verrà sempre dato a chi lo richiederà e che come nelle fiabe alla fine è il bene a trionfare. I libri e successivamente i film, i giochi, i gadget che sono stati prodotti, hanno accompagnato tanti ragazzi dalla loro infanzia alla loro maturità. Ancora oggi quegli stessi bambini diventati adulti continuano a riguardare Harry Potter emozionandosi ancora come la prima volta, piangendo sempre alle morti di Sirius Black, Albus Silente e di Piton, e aspettando ancora ingenuamente la lettera di ammissione per Howgarts. In un mondo come il nostro in cui di crudeltà se ne sentono tante e di cattive notizie siamo pieni ogni giorno, un pizzico di magia ci aiuta a vivere meglio.

 

Il Modena Park di Vasco Rossi

Grande festa il primo luglio per festeggiare a Modena i quarant’anni di carriera di Vasco Rossi. Quarant’anni di successi, concerti sold out e 30 album pubblicati dal 1977 ad oggi (di cui 17 in studio, 9 dal vivo e 4 raccolte ufficiali). Modena Park non è un semplice concerto. È la celebrazione di un’artista che nella sua lunga gavetta è partito proprio da quella città.

Vasco Rossi nasce a Zocca nel 1952 e il nome glielo aveva dato il padre in omaggio ad un compagno di prigionia in Germania durante la seconda guerra mondiale. La sua prima esibizione è al concorso Usignolo d’Oro a Modena, a soli 10 anni, che vincerà con il punteggio massimo. Continua da lì la sua scalata musicale: a 14 anni aveva messo su la sua prima band, poco dopo scriveva già canzoni e nel 1975 aveva fondato una delle prime radio libere d’Italia, “Punto Radio”, grazie anche alla partecipazione di Gaetano Curreri. Con quest’ultimo nascerà anche un profondo rapporto di amicizia e collaborazione, che li porterà a scrivere testi insieme. Sarà Curreri a spronare Vasco nell’incisione dei suoi primi dischi. Vasco che nel mentre lascia la facoltà di Economia e inizia a frequentare Pedagogia. Proprio dalle letture complesse che affronterà qui, vari testi di filosofia e psicanalisi, tirerà fuori le strofe che ritroviamo nelle sue canzoni.

Il 1977 è l’anno del suo primo 45 giri “Jenny/Silvia” e l’anno successivo è l’anno del suo primo album “…Ma cosa vuoi che sia una canzone…”. Seguirà l’anno dopo “Non siamo mica gli americani” con la traccia “Albachiara”, che verrà scoperta anni dopo dal pubblico, divenendo uno dei suoi maggiori successi. Nel 1979 muore il padre e sarà per Vasco un grande shock, tanto da pensare di abbandonare la musica. Ma nel 1980 uscirà “Colpa d’Alfredo”, censurato da alcune radio, e inizierà una collaborazione anche con la “Steve Rogers Band” con la quale organizzerà anche il suo primo tour ufficiale. Vasco Rossi era molto legato a Massimo Riva, frontman della Steve Rogers Band, che morirà nel 1999 in seguito ad una crisi respiratoria dopo un’iniezione di eroina. Da allora Vasco lo ricorderà in ogni suo concerto dedicandogli “Canzone”.

“Nessuno, nessuno muore mai completamente. Qualche cosa di lui rimane sempre vivo dentro di noi. Viva Massimo Riva!”

Sarà con il quarto album che finalmente arriverà il successo, “Siamo solo noi”, che ad oggi è considerato ancora uno dei suoi migliori lavori. Nel 1992 c’è la prima partecipazione a Sanremo con “Vado al Massimo”. Alla fine dell’esibizione si infilò il microfono nella tasca con l’intenzione di consegnarlo al concorrente successivo, ma, il filo era troppo corto così il microfono volò a terra creando un boato enorme in sala. Fece scalpore e tutti pensarono ad un gesto di ribellione nei confronti del festival. Arrivò ultimo. L’anno dopo tornò di nuovo con “Vita spericolata” ma questa volta non arrivò ultimo. Penultimo. Non importa, Vasco sarebbe comunque diventato una delle più grandi rock star in Italia. In grado di riempire San Siro e l’Olimpico, di emozionare i suoi fans con testi del calibro di “Anima Fragile”, “Sally”, “Toffee”, “Jenny è pazza”, “La nostra relazione”, “Va bene, va bene così” e tanti tanti altri ancora.

Il primo luglio Vasco riempirà il Modena Park con 220.000 persone andando in onda anche in Rai e in oltre 150 sale cinematografiche. Portando una scaletta di quaranta canzoni. Che Vasco piace è un fatto. Che può non piacere sono gusti. Comunque sia ci saranno ragazzi e generazioni intere che continueranno ad ascoltare i suoi cd, indossare le magliette dei concerti e ad inneggiare al Blasco.

 

Radiohead – I-days 2017 – Parola d’ordine comodità

Al tramonto.

Sotto un cielo rosa pastello.

I-days,Parco di Monza, 16 giugno 2017.

Più che il day 2 dell’imponente Festival, che accoglie numerosi artisti per quattro giorni, nell’importante cornice di un immenso parco, questo è il day 2 dei Radiohead in Italia. Dopo la strabiliante data di Firenze, svoltasi appena due giorni prima, gli artisti di Oxford hanno avuto il compito di provare a replicare, o addirittura surclassare, un concerto che è stato pressochè perfetto. Uno show all’indomani del quale si è concretizzata un’autentica gara di aggettivi, perchè descrivere quanto proposto da Thom Yorke e dalla sua band è davvero complicato. A Monza i Radiohead hanno suonato per tutti non solo per i veri appassionati. Tra i tanti pezzi abbiamo ascoltato Paranoid Android, No Surprises, Karma Police e perfino Creep, il primo brano ad averli resi celebri in tutto il mondo. Tra i sessantamila cuori e mani che battevano c’eravamo anche noi a godere di questo spettacolo e guardandoci un po’ attorno siamo accorti che oltre al gusto musicale quelle sessantamila persone avevano in comune anche un “codice di abbigliamento”. E’ bastato fare un giro nel parco, durante le ore di attesa, per capire che le parole d’ordine erano comodità e funzionalità. Cappelli e visiere ma anche foulard a mò di turbante per ripararsi dal sole cocente. Ragazzi in camicie di lino e t-shirt in tutte le gamme cromatiche, petto nudo per chi invece il caldo torrido non può proprio sopportarlo o semplicemente vuole approfittarne per un po’ di tintarella. Le ragazze indossano per lo più mini abiti o crop top e shorts. Ciò che accomuna tutti però è lo zaino in spalla o il marsupio in vita. Talvolta anche la cintura, come ormai il trend setter detta, diventa l’accessorio più utile per legare la maglietta o semplicemente tenere un pacchetto di sigarette ed avere la possibilità di far danzare libere le mani. No a sandali o ciabatte ma via libera alle sneakers . Alte, basse, in pelle o in tessuti tecnici , poca importa l’importante è sentirsi a proprio agio. Una legge non scritta dunque che non parla di moda, parla di stile e di priorità dove l’individualità regna sovrana nell’aspetto ma canta la stessa strofa della medesima canzone.

 

Radiohead I-days 2017 – Parola d’ordine comodità

Al tramonto.

Sotto un cielo rosa pastello

I-days,Parco di Monza, 16 giugno 2017.

Più che il day 2 dell’imponente Festival, che accoglie numerosi artisti per quattro giorni, nell’importante cornice di un immenso parco, questo è il day 2 dei Radiohead in Italia. Dopo la strabiliante data di Firenze, svoltasi appena due giorni prima, gli artisti di Oxford hanno avuto il compito di provare a replicare, o addirittura surclassare, un concerto che è stato pressochè perfetto. Uno show all’indomani del quale si è concretizzata un’autentica gara di aggettivi, perchè descrivere quanto proposto da Thom Yorke e dalla sua band è davvero complicato. A Monza i Radiohead hanno suonato per tutti non solo per i veri appassionati. Tra i tanti pezzi abbiamo ascoltato Paranoid Android, No Surprises, Karma Police e perfino Creep, il primo brano ad averli resi celebri in tutto il mondo. Tra i sessantamila cuori e mani che battevano c’eravamo anche noi a godere di questo spettacolo e guardandoci un po’ attorno siamo accorti che oltre al gusto musicale quelle sessantamila persone avevano in comune anche un “codice di abbigliamento”. E’ bastato fare un giro nel parco, durante le ore di attesa, per capire che le parole d’ordine erano comodità e funzionalità. Cappelli e visiere ma anche foulard a mò di turbante per ripararsi dal sole cocente. Ragazzi in camicie di lino e t-shirt in tutte le gamme cromatiche, petto nudo per chi invece il caldo torrido non può proprio sopportarlo o semplicemente vuole approfittarne per un po’ di tintarella. Le ragazze indossano per lo più mini abiti o crop top e shorts. Ciò che accomuna tutti però è lo zaino in spalla o il marsupio in vita. Talvolta anche la cintura, come ormai il trend setter detta, diventa l’accessorio più utile per legare la maglietta o semplicemente tenere un pacchetto di sigarette ed avere la possibilità di far danzare libere le mani. No a sandali o ciabatte ma via libera alle sneakers . Alte, basse, in pelle o in tessuti tecnici , poca importa l’importante è sentirsi a proprio agio. Una legge non scritta dunque che non parla di moda, parla di stile e di priorità dove l’individualità regna sovrana nell’aspetto ma canta la stessa strofa della medesima canzone.

“Cent’anni di solitudine” compie 50 anni

La letteratura latinoamericana e la corrente del realismo magico

Gabriel Garcia Marquez era pressoché sconosciuto prima di pubblicare “Cent’anni di solitudine”. Era un giornalista, un appassionato di cinema e aveva pubblicato qualche racconto. Poi nel 1967 arriva il capolavoro. Con questo viene consacrato come uno dei più grandi scrittori in lingua spagnola e la sua opera è considerata come una delle più importanti del realismo magico.

Il realismo magico è una corrente che si sviluppa a partire dagli anni Cinquanta agli anni Novanta. Questo termine viene utilizzato per la prima volta da un critico d’arte tedesco, Franz Roh, nel 1925. Nel 1927 c’è la prima traduzione spagnola e nel 1949 verrà introdotto nella letteratura latinoamericana da Alejo Carpentier con un prologo, di una sua opera, intitolato “lo real meravilloso”. Il meraviglioso di cui parla Carpentier è quello che trovano gli europei quando arrivano in America e tentano di riprodurlo, però in maniera meccanica. La realtà americana esce fuori dalle categorie europee e arriva a comprendere la magia. Diversamente però dal genere fantastico che provoca un senso di angoscia e di inquietudine, nel realismo magico questa fase è superata, non si hanno più dubbi e si è convinti che oltre alla realtà materiale esista un’altra dimensione che è allo stesso livello e si manifesta senza scontri. Non è importante che questa realtà meravigliosa esista ma che la gente ci creda. Il realismo magico è la poetica, la corrente letteraria che esprime tutto questo.

Gabriel Garcia Marquez da giornalista a premio Nobel

Dopo aver lavorato come reporter, dopo una collaborazione con Fidel Castro, dopo aver lavorato come sceneggiatore e per la pubblicità, dopo aver pubblicato alcuni romanzi (in cui appare la città di Macondo e il colonnello Aureliano Buendia) Marquez dal 1962 al 1967 non pubblica più nulla di letterario. La leggenda dice che durante un viaggio ad Acapulco con la famiglia ha una rivelazione e gli appare tutto il romanzo di “Cent’anni di solitudine”. Così ecco il capolavoro del realismo magico, che in soli 6 mesi vende più copie in tutta l’America Latina di qualsiasi altro libro. Capolavoro che oggi compie 50 anni.

“Cent’anni di solitudine” è il risultato di una lunga lavorazione. È il libro in cui confluiscono tutti i vari stili di scrittura che ha sperimentato fino a quel momento. È la storia delle sette generazioni della famiglia Buendia nell’immaginaria città di Macondo. L’inizio del libro è esemplare, ed è una ripresa di “Pedro Paramo” opera di Juan Rulfo. Tra le tecniche narrative utilizzate si nota l’utilizzo della prolessi, che anticipa eventi che spiegherà solamente in seguito, oltre all’uso dell’iperbole, della reiterazione e dello straniamento. C’è subito la presentazione di questa città immaginaria: un villaggio costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane. “Molte cose erano prive di nome e per citarle bisognava indicarle col dito”. Macondo è metafora della creazione, della scoperta dell’America e dell’infanzia dell’uomo. La storia di Macondo diventa la storia del mondo. Vengono narrate tutte le vicende che riguardano il colonnello Aureliano Buendia, suo fratello Josè Arcadio e tutte le altre generazioni fino all’ultima con Aureliano Babilonia. Quest’ultimo è l’unico che riesce a decifrare delle carte lasciate da Melquiedes, un altro dei personaggi cardine, in cui c’era scritta la storia di Macondo. Arrivati alla fine della lettura di queste pergamene si arriva alla fine di questa storia e alla fine del romanzo, in cui una tempesta spazza via Macondo dalla faccia della terra e segna la fine della famiglia Buendia.

Con questo romanzo Marquez riesce a parlare, in maniera metaforica, delle violenze subìte dall’America Latina e degli eventi storici che riguardano la Colombia. Guadagna fama mondiale e arriva ad ottenere perfino il premio Nobel nel 1982. In seguito pubblica molti altri romanzi, se pur non del calibro di “Cent’anni di solitudine”. Ciò nonostante Gabriel Garcia Marquez è uno dei romanzieri coinvolti per primi nel boom letterario latinoamericano degli anni Sessanta e Settanta insieme a Julio Cortazar, Carlos Fuentes e Vargas Llosa.