La legge sul Biotestamento

Biotestamento, breve analisi della legge appena approvata in parlamento

Il biotestamento è uno degli argomenti caldi nel panorama politico. Su questo e lo Ius soli si combattono le ultime battaglie di questa legislatura. Vediamo di fare un po’ di chiarezza sul biotestamento.

Biotestamento vs Eutanasia

Per Biotestamento s’intende la legge riguardante le “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento sanitario”. La legge racchiude le norme che permettono al malato di decidere quando far cessare nutrizione e idratazione, venendo accompagnato verso la fine dei giorni. Da non confondere con l’eutanasia, la quale rappresenta un suicidio assistito, di solito provocato tramite cocktail di sonniferi.

Il contenuto della legge

Le norme principali contenute nella legge sono:

  • Consenso informato. presente nel sistema sanitario nazionale per quello che riguarda la conoscenza dei rischi che il paziente corre sottoponendosi a un’operazione. Con la nuova legge sarà arricchito con le norme in materia di trattamento sanitario anticipato.
  • Possibile stop a nutrizione e idratazione artificiale. E’ il cuore della legge e permette ai maggiorenni, capaci d’agire, di rifiutare nutrizione e idratazione.
  • Abbandono delle cure e obiezione di coscienza per i medici. Poiché il paziente può rifiutare le cure, è data ai medici la possibilità di fare obiezione di coscienza, rifiutandosi di “staccare la spina.”
  • Divieto di accanimento terapeutico e sedazione profonda. In caso di malattia incurabile, nel breve periodo, il medico si dovrà astenere da applicare cure sproporzionate al paziente. Il medico può ricorrere alla sedazione palliativa profonda in associazione con la terapia del dolore, con il consenso del paziente, nel caso in cui la situazione di quest’ultimo sia irreversibile.
  • Sostegno psicologico. Nel caso in cui la paziente faccia rinuncia al trattamento sanitario questo ha diritto di essere seguito da uno psicologo.
  • Minori e incapaci. In questo caso, dopo le dovute informazioni, se il minore o l’incapace decidono di interrompere il trattamento, si dovrà passare dal tutore. Se quest’ultimo rifiuterà le cure, si dovrà andare dal giudice tutelare, il quale avrà l’ultima parola.
  • Le Dat. Sono disposizioni anticipate di trattamento, con le quali un maggiorenne capace d’agire, può decidere di rifiutare le cure nel caso in cui diventi incapace. Le Dat saranno vincolanti per il medico curante, salvo che nel frattempo non siano state trovate nuove cure.

Il 14 dicembre 2017, il Senato ha approvato la legge. Segno che alla fine anche in Italia le riforme avvengono.

Dibattito politico tra Bergamini e Verini sulla legge elettorale: opinioni a confronto

La sera del 5 dicembre, nel ristorante “Edoardo” nella zona di via Veneto a Roma, si è svolto un incontro tra le varie organizzazioni studentesche, come Progetto Roma Tre, European People e Sapienza in Movimento. Un saluto prima delle feste di Natale e un’altra occasione per assistere ad un dibattito sulla legge elettorale tra la deputata di Forza Italia Deborah Bergamini e il deputato del Partito Democratico Walter Verini. Un’occasione non solo per scambiarsi gli auguri ma anche per scambiarsi idee,  come ha affermato il presidente di Europeam People Marco Parroccini.

Gli scenari possibili con la nuova legge elettorale

Una volta serviti gli antipasti, un tavolo al centro della sala ha lasciato spazio ai due deputati per scambiarsi le loro opinioni e alternarsi nei loro discorsi. Il moderatore dell’intervista è stato il Dottor Emilio Russo e la prima domanda da lui posta è stata se secondo i due politici questa legge elettorale, da poco approvata, avrebbe prodotto un vincitore e se sì, chi. La prima a rispondere è stata l’Onorevole Bergamini: inizia dicendo che per fortuna il Governo è riuscito a licenziare questa legge e che la maggior parte delle forze politiche si siano trovate d’accordo al riguardo. Legge che torna un pò su i suoi passi. Si riprende un cammino che è più proporzionale che maggioritario, non a tutti può piacere ma si inserisce nella nostra tradizione storica. Non per forza un sistema maggioritario può portare un vincitore. FI comunque ha fatto valere un principio, quello di non forzare gli elettori. La Bergamini ricorda che in Italia non ci sono stati tanti vincitori; è difficile prevedere se con le prossime elezioni possa uscirne uno, bisognerà essere convincenti. Non bisogna disperdere il voto e indirizzarlo verso quelle forze politiche in grado di vincere. Questa legge premia le coalizioni e se i voti finiscono qui allora verrà prodotto un vincitore; se prevarrano scelte particolaristiche rischiamo di ricominciare da zero. È seguita la risposta dell’Onorevole Verini: inizia nel concordare con la Bergamini nel dire che i sistemi elettorali non garantiscono governabilità se non sono sostenuti da proposte politiche convincenti e coerenti (riscontrabile anche in altri Paesi). La legge approvata crede che sia il male minore rispetto a quello che si stava prefigurando; avrebbe preferito una quantità superiore di collegi uninominali, però questa legge, che preferisce le coalizione, è comunque preferibile ad una rigidamente proporzionale. Verini esprime la propria simpatia verso la legge che governa i Comuni, perché nei Comuni c’è equilibrio tra rappresentanza e capacità di avere una governabilità, e c’è un leader eletto. Afferma che è difficile fare previsioni perché siamo in un sistema tripolare, il centro destra, il polo dei 5 stelle e un centro sinistra. C’è una concreta possibilità che non vinca nessuno, che nessuno schieramento abbia la maggioranza. Questa cosa non lo soddisfa, inoltre è difficile mettere insieme forze politiche che per lungo tempo si sono combattute. Si augura che ci sia un vincitore e conclude nell’affermare i rischi in cui incorre la democrazia.

L’esperienza dei 5 stelle e il lavoro dei partiti oggi

Si è giunti così alla seconda parte del dibattito in cui il moderatore ha posto tre domande: cosa rischia l’Italia qualora le prossime elezioni le dovesse vincere il M5S? Cosa c’è di male nel M5S e cosa hanno i partiti tradizionali dei due deputati da imparare dal M5S? L’esperienza amministrativa del M5S e di Matteo Renzi hanno consentito di ridare valore all’esperienza e alla competenza di chi fa politica?

Comincia anche questa volta L’On. Bergamini per prima. La vittoria dei 5 stelle è uno scenario improbabile ma possibile e la deputata di FI si augura che non vincano. Secondo lei se vincessero ancora, l’Italia uscirebbe dal radar dei paesi leader del mondo. La visione ideologica e poco pragmatica del M5S, mutevole, fa di loro dei mutanti della politica e non rappresentano un vantaggio per il nostro paese. La nullafacenza che è alla base del loro messaggio politico, non crede che questo paese se lo meriti. Il modello del dissenzo, della rabbia, della frustrazione sociale e del non aver fatto nulla sia quello che ci serva per risollevarci. Per quanto riguarda i partiti tradizionali hanno tanto lavoro da fare e si sono chiusi in se stessi. Hanno perso il polso del paese ma lei ci crede ancora, non solo perché sono previsti dalla Costituzione, ma perché inoltre hanno il coraggio e la gioia di fare il loro lavoro ed essere selezionatori di programmi, di visioni, di dialoghi e personale politico. La Bergamini approva il nuovismo e la gente che si butta, però amministrare oggi è difficile… perciò occorre slancio, competenza e mestiere. Il M5S ha portato inesperienza amministrativa. I partiti hanno l’opportunità, quindi, di premiare l’esperienza e concedere spazio a chi vuole mettersi in gioco.

È il turno dell’On. Verini. Afferma che i grillini vivano come una setta dove gli altri rappresentano il male e teme questa logica della politica. L’avversario non ha sempre torto. Ha ragione Deborah nel dire che le risposte che ci servono oggi non sono semplici. Parla poi dell’esperienza dei 5 stelle attraverso la rete: oggi qualsiasi opinione, di una persone che ha studiato e chi no, ha lo stesso peso e questo non lo convince. Non è solo colpa dell’anti-politca ma il fatto è che la buona politica è latitante. I partiti oggi litigano per chi fa l’assessore, ci si scanna per il potere locale e nazionale. Bisognerebbe secondo Verini “Bergoglizzare” la politica. Chi fa politica deve essere percepito come uno che lo fa per gli altri, perché la politica è la migliore attività umana al servizio degli altri. Questa è la vocazione che dovrebbe recuperare i partiti. Essere giovani non è un merito, ma una condizione, così come essere anziani. Ci sono giovani vecchi dentro e 80enni più freschi dei ventenni. Chiude dicendo che il compito dei giovani è quello di non chiedere permesso, di combattere e mettersi in gioco rispettando le presenze politiche esistenti; mentre i politici più anziani non dovrebbe fare da tappo, alimentando una virtuosa collaborazione.

Partito Democratico e Forza Italia: coalizione possibile?

Il moderatore qui ha concluso l’incontro chiedendo come si comporterebbero i loro partiti se si trovassero a governare coalizzati. La Bergamini crede che ciascuno dovrebbe lavorare nell’ambito delle proprie convinzioni affinché questo scenario non avvenga, perché il centro-destra e il centro-sinistra hanno imparato a convivere ma è sempre distinto da profonde differenze. Le riesce difficile pensare ad un incontro tra PD e FI. L’importante sarebbe riuscire ad abbassare la pressione fiscale. Verini afferma che chiunque vincesse sarebbe bello stabilire un doppio binario in cui il centro destra avrebbe le sue proposte su cui il centro sinistra potrebbe convergere su alcune e viceversa. Sarebbe utile poi definire un altro binario per le risposte incompiute, costruire quindi insieme una proposta di semplificazione delle istituzioni, di velocizzazione della democrazia e maggiore trasparenza. Perché quindi non lavorare anche tra schieramenti diversi con questo interesse comune? E se i numeri ci dicessero che non vince nessuno e che per un tratto di strada bisognerebbe unire forze diverse lì dovrebbe esserci una regia molto forte del Quirinale. E intorno a questa regia costruire un esecutivo che guidi questo paese.

I colonnelli dello Zimbabwe

A nemmeno una settimana dalle candide promesse del presidente Mnangagwa, la democrazia sembra già lontana anni luce.

Nelle ultime due settimane abbiamo avuto modo di parlare più volte della difficile situazione che sta attraversando lo Zimbabwe, da quando il 15 novembre scorso l’ex presidente Robert Mugabe è stato deposto da un colpo di Stato. Il nuovo Presidente Emmerson Mnangagwa, giurando fedeltà alla Costituzione la scorsa settimana, durante la cerimonia di insediamento, aveva portato una nuova ventata di speranza in un Paese che aveva dovuto sopportare per trenta lunghi anni il giogo della dittatura di Mugabe. Sono passati solo pochi giorni dalle pubbliche promesse di maggiore libertà e democrazia per il popolo dello Zimbabwe, eppure Mnangagwa è già riuscito a smorzare la fiamma della speranza.

Un rimpasto con le stesse facce

Nella giornata di ieri sono stati resi noti i nomi dei membri del nuovo governo, nel quale figurano da un lato alcune vecchie conoscenze dei precedenti governi Mugabe. Tanto per citare uno dei più discussi, Patrick Chinamasa, ex ministro delle finanze e riconfermato da Mnangagwa nello stesso ruolo, è stato più volte ritenuto coinvolto in episodi di corruzione e peculato (come avvenne, ad esempio, nel 2003, quando fece arrestare Peter Baker, un contadino di origini europee che si era rifiutato di vendere la Ministro la sua fattoria).

“Vogliamo i colonnelli!”

Per quanto riguarda l’apporto delle Forze Armate, il Capo di Stato Maggiore Costantino Chiwenga, braccio del fatidico Colpo di Stato del 15 novembre, è stato riconfermato Capo delle Forze Armate, mentre il generale Sibussio Moyo, il “volto” che due settimane fa annunciò sulla rete nazione lo svolgimento del Colpo di Stato (o meglio, che annunciò lo svolgimento di una “pacifica transizione” al vertice), è stato nominato Ministro degli Esteri.

Ma forse il nome più controverso è quello del Comandante dell’Aviazione militare dello Zimbabwe, Perence Shiri, nominato Ministro dell’Agricoltura e dello sviluppo rurale: tra il 1983 e il 1984, durante la sanguinosa guerra civile che precedette la presa di potere di Mugabe, Shiri comandava la famigerata Quinta Brigata zimbawiana, che si rese colpevole di omicidi, furti, stupri ed altri efferati crimini nei confronti della popolazione del Metabeleland (una regione dello Zimbabwe occidentale). Nel 2002 l’Unione Europea annunciò che non avrebbe più ammesso sul proprio suolo il Comandante. L’anno successivo il presidente G. W. Bush ha congelato i beni e la liquidità di Shriri sul territorio statunitense.

La delusione accomuna tutta la società civile

Nessuno può negare che la popolazione abbia reagito molto male all’impostazione che il nuovo Presidente sembra voglia dare al Paese, inerendosi nel solco di quella che ormai può considerarsi una tradizione nello Zimbabwe, ossia tutto il potere nelle mani di chi meglio sa gestire le forze di sicurezza. L’organizzazione dei sindacati, attraverso il suo Segretario generale, ha fatto saper pubblicamente la sua profonda delusione riguardo gli ultimi sviluppi, e perfino la “Confindustria” zimbawiana, la CZI, pur approvando a denti stretti il nuovo esecutivo ha affermato di aver sperato in una diversa composizione del Gabinetto presidenziale.

Soprattutto si sperava in scelte incisive nel settore minerario, poiché non solo il direttore dei giacimenti diamantiferi statali, nominato a suo tempo da Mugabe, è stato riconfermato da Mnangagwa nei suoi uffici, ma anche perché è ben noto che la Cina ha da tempo ottenuto tramite una joint venture il controllo di gran parte dell’estrazione mineraria nel Paese. Imprenditori pubblici e privati cinesi sono riusciti, anno dopo anno, a monopolizzare il settore delle materie prime. L’unica cosa che ci è possibile fare in questa sede è sperare che, per il bene del popolo dello Zimbabwe, un giorno i diamanti, il rame e le altre preziose risorse dell’Africa centrale possano davvero portare benessere al Paese, invece che costituire la causa principale delle sue disgrazie.

La fine di Mugabe

Nella giornata di ieri l’ex Presidente Emmerson Mnangagwa ha prestato giuramento solenne, sarà il nuovo Presidente.

Già la scorsa settimana avevamo avuto modo di parlare della particolare situazione in che si trova a vivere la Repubblica dello Zimbabwe. Gli sviluppi degli ultimi giorni hanno reso necessario un ulteriore aggiornamento.

Il 21/11 Emmerson Mnangagwa, ex vicepresidente del deposto dittatore Robert Mugabe, era stato nominato presidente ad interim nella speranza di dare una parvenza di legalità a quello che a tutti gli effetti si configura come un colpo di stato compiuto materialmente dall’esercito. Tuttavia, è di ieri la notizia che Mnangagwa, con cerimonia solenne, ha pronunciato il suo giuramento come nuovo presidente dello Zimbabwe. Il deposto presidente Mugabe e sua moglie Grace sarebbero in questo momento tenuti in custodia dall’esercito nella loro villa fuori dalla capitale Harare.

Prima contro gli inglesi e poi contro i nemici interni

Emmerson Mnangagwa è stato uno dei più stretti collaboratori di Mugabe sin dal suo primo governo, nel 1980. L’esperienza che aveva maturato negli anni di lotta contro la minoranza bianca al potere nel Paese subito dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna (all’epoca lo Zimbabwe si chiamava Rhodesia) tornarono molto utili all’ex presidente Mugabe durante i sette anni di guerra che seguirono il suo insediamento. Fu in questo contesto che Mnangagwa fu accusato di estrema brutalità nei confronti degli avversari e della popolazione civile, tanto da guadagnarsi il soprannome “il coccodrillo”. Più volte ministro nei governi di Mugabe, ha ricoperto anche la carica di Vicepresidente dal 2014 al 2017, quando cadde in disgrazia in seguito ad accuse di slealtà e cospirazione ai danni dell’ex Presidente.

La rapida discesa di Mugabe verso la morte politica

Ma torniamo ai giorni nostri. All’indomani del colpo di Stato, Mugabe rimane fermo sulle sue posizioni e continua a non voler cedere alle pressioni dei militari, sostenendo di voler terminare il suo mandato, la cui scadenza si sarebbe avuta nel luglio del 2018. Il 17/11, come avevamo già avuto modo di dire, l’ex Presidente appare pubblicamente all’università di Harare presenziando ad una cerimonia di laurea, probabilmente per poter dare una parvenza di ordine ad una situazione ancora poco chiara. Due giorni dopo, in seguito alla sua espulsione dal partito, Mugabe dichiara pubblicamente di volersi dimettere, salvo poi ritrattare durante una sua apparizione serale sulla rete nazionale. Sarà solo nella giornata del 21 che Muagbe rassegnerà definitivamente le sue dimissioni. Nei tre giorni successivi Mnangagwa, che come abbiamo detto era stato subito nominato Presidente ad interim, concerta la sua azione politica con Costantino Chiwenga, Capo di Stato Maggiore dell’esercito ed esecutore materiale del colpo di Stato, così da poter completare l’opera di rimozione di tutti i fedelissimi del deposto Mugabe.

Da “coccodrillo” a Presidente

Nella giornata di ieri, durante il giuramento solenne del nuovo Presidente, Mnangagwa ha ribadito l’auspicio che aveva già proferito tre giorni prima: dopo aver ringraziato l’esercito per aver evitato, con il suo intervento, l’instaurazione di una “dinastia familiare” al vertice del Paese, ha affermato di confidare in una pacifica transizione verso la democrazia, coronata da un’elezione presidenziale veramente libera e democratica. La cornice di questa importante giornata è stata data dalla popolazione che ha affollato le strade per festeggiare il cambio di regime. Una reazione tutt’altro che inedita se si considera che la reazione della cittadinanza di Harare, che alla notizia della presa in custodia di Mugabe una settimana fa si è riversata nelle strade per festeggiare e, in certi casi, a fraternizzare con i militari che avevano occupato i centri nevralgici della città; o ancora se si considera la reazione del Parlamento il quale, nella giornata del 19, è letteralmente esploso di gioia alla notizia dell’espulsione dell’ex presidente dal partito di governo.

Ovviamente non possiamo sapere con certezza se il popolo dello Zimbabwe, dopo trent’anni di oppressione portata aventi da Mugabe grazie allo stesso esercito che lo ha destituito, si stia realmente avviando verso l’emancipazione democratica. Ma quando è l’esercito a portare cambiamenti nel panorama politico è sempre lecito dubitare

 

La via della seta del III millennio

La via cinese per l’apertura del mondo alla globalizzazione

Xi Jinping è da poco entrato nell’Olimpo dei leader cinesi, in seguito al 19° congresso del partito, come Mao Zedong e Deng Xiaoping. Xi si appresta a dare il via a uno dei progetti infrastrutturali più importanti di sempre: la creazione di una nuova via della seta.

L’antica via della seta

La via della seta nell’antichità

La via della seta era un percorso che univa oriente e occidente, crocevia di merci e culture. La Via era costituita da un reticolo che si sviluppava per circa 8.000 km, tra itinerari terrestri, marittimi e fluviali. Su questi percorsi, nell’antichità, si sono snodati i commerci tra l’impero cinese e quello romano. Le vie carovaniere attraversavano l’Asia centrale e il Medio Oriente, collegando Chang’an (oggi Xi’an), in Cina, all’Asia Minore e al Mediterraneo attraverso il Medio Oriente e il Vicino Oriente.

La via della seta del nuovo millennio

Il progetto di Xi è molto articolato e divide la Via in rami terrestri e marittimi. La prima delle diramazioni terrestri partirà dalla Cina, toccando i confini nord dell’Afghanistan, per arrivare a Istanbul, che fungerà da hub per le merci dirette nell’Europa meridionale. La seconda via terrestre passerà integralmente sul territorio russo, trasformando Mosca nella porta d’ingresso per le merci destinate all’Europa settentrionale. Per quello che riguarda il ramo marittimo della Via, una ramificazione andrà direttamente a servire l’America settentrionale, con una “scorciatoia” per Oceania e America meridionale. Il canale marittimo che più interessa l’Europa, e in particolare l’Italia, è la nuova rotta che attraversa il canale di Suez. Le merci cinesi destinate all’Europa arriveranno in Italia, piuttosto che a Rotterdam, con un viaggio che si ridurrà di 7 giorni e che permetterà di abbattere i costi del 10%.

Un’occasione per l’Italia ?

Naturale candidato a diventare l’hub italiano verso le vie gommate europee, sarebbe il porto di Taranto. Per la città sarebbe una seconda opportunità, da quando nel 2010 i cinesi approfittando della crisi greca decisero di puntare sul Pireo come punto di arrivo delle loro merci in Europa. Per nostra fortuna la partita ancora non è chiusa, ma lo potrebbe essere presto.

Il progetto

Paesi coinvolti nella nuova via della seta

Il presidente della Cina ha lanciato il progetto della Via nel lontano 2013 col nome di Obor (One Belt One Road= Una Cintura Una Via). Nonostante il progetto toccasse direttamente una quarantina di paesi, più altrettanti interessati a partecipare, l’avvio è avvenuto in sordina. I primi passi attuati dalla Cina furono la realizzazione della prima FOB (forward operating base) in Gibuti, per proteggere i propri lavoratori all’opera per modernizzare il paese del Corno d’Africa, che per la sua posizione permette il controllo dello stretto di Bab el-Mandeb. Nel frattempo, altri lavoratori cinesi potenziavano altri porti in varie parti del globo. La mossa successiva fu il rilancio del progetto col nome di Bri (Belt and Road Iniziative) avvenuto a metà del 2016. Poco dopo furono sbloccati oltre 100 miliardi per l’AIIB (Asian Infrastructure Investment Bank) con l’obiettivo di arrivare entro il 2020 ad attrarre investimenti nell’ordine del trilione di dollari.

Le motivazioni della Cina

Il progetto del paese dei Dragoni, non ha solo finalità di ampliamento dei mercati, ma anche quello di evitare lo strangolamento economico. Per fortuna di Xi, l’arrivo di Trump ha allentato il nodo attraverso la rinuncia dell’America al TPP (Trans-Pacific Partnership), che favoriva i commerci tra 12 paesi che si affacciano sul Pacifico a scapito della Cina. Restano comunque dei pericoli per il colosso cinese nel progetto per la creazione di un arco “Indo-pacifico”, guidato da Giappone e India. I due pericolosi vicini della Cina avranno il compito di limitarne i commerci, con l’obiettivo di danneggiare l’economia del paese. Per evitare ciò Xi punta molto, se non tutto, sulla Via della seta. In caso di fallimento dell’iniziativa, la Cina vedrebbe la sua credibilità a livello internazionale ridimensionata, dopo i tanti sforzi fatti per accrescerla. Al contrario ,una buona riuscita dell’impresa, consacrerebbe il paese nell’Olimpo delle superpotenze, aggiungendo al tavolo internazionale un attore con risorse economiche e capitale umano mai visti finora.

L’esercito al potere in Zimbabwe

 

Le truppe occupano la capitale Harare mentre il presidente Mugabe viene sottoposto alla custodia dell’esercito

E’ ormai di dominio pubblico la notizia che la Repubblica dello Zimbabwe, nella notte fra il 14 e il 15 novembre, è stata scossa ai suoi vertici da un colpo di stato, per il momento pare non cruento, ai danni dell’ultranovantenne presidente Robert Mugabe. Dopo continue indiscrezioni ed ipotesi sulla sua condizione e su quella della giovane moglie Grace, nella giornata di ieri il Presidente è apparso in pubblico presso l’università della capitale Harare, per presenziare a delle cerimonie di laurea. I militari, nella persona del Capo di Stato Maggiore Costantino Chiwenga, hanno assicurato che si stanno facendo “progressi significativi” per il superamento della crisi.

          Foto del Presidente Mugabe durante una parata militare

La dura lotta contro i colonizzatori inglesi e contro l’apartheid

Robert Mugabe diviene nel 1980 Primo Ministro dello Zimbabwe ( o meglio dello Zimbabwe Rhodesia, come era conosciuto il Paese subito dopo la fine del regime di apartheid che aveva oppresso gran parte della popolazione nei 20 anni precedenti). In seguito ad una feroce lotta contro gli oppositori politici del suo partito, che portò a svariate decine di migliaia di morti in pochi anni, nel 1987 diventa Presidente della Repubblica grazie al fondamentale appoggio dei militari. Se nei sette anni in cui aveva ricoperto la carica di Primo Ministro aveva dato avvio a delle politiche di vago stampo marxista-leninista, una volta divenuto Presidente avviò una sistematica opera di accentramento del potere e di personalizzazione delle vicende politiche del Paese. In particolare, fra l’inizio degli anni ‘90 e i primi anni duemila, Mugabe è stato accusato da più parti di perpetrare sistematicamente violazioni dei diritti umani (nonché essere stato accusato di un uso ritorsivo dell’AIDS, forse la piaga più grave del Paese africano, tramite stupri commessi regolarmente dai suoi miliziani durante i conflitti nella metà degli anni ’80).

A quanto pare l’incontrastato dominio del Deus Mugabe (pare che in un’occasione ufficiale abbia proferito “Solo Dio può destituirmi”) si è fermato nella notte fra martedì e mercoledì scorso, quando una ben organizzata operazione su larga scala dell’esercito ha occupato i punti chiave della capitale Harare, mentre un graduato dell’esercito appariva sulla rete nazionale annunciando che quello che stava avvenendo non era un colpo di Stato, ma una “misura correttiva” per poter neutralizzare “i criminali attorno al Presidente”. Fatto sta che nella giornata di ieri, come riferisce l’ANSA, tutte e dieci le sezioni provinciali del partito di Governo ZANU-Pf si sono espresse per le dimissioni del presidente Mugabe.

Contrasti politici e consorti ingombranti

Ma ancor prima che lo stupore per queste pur gravi prese di posizione da parte del mondo politico, sorge spontaneo il dubbio riguardo l’esercito: perché le forze militari, che hanno permesso a Mugabe di mantenere saldamente il controllo del suo Paese per trenta lunghi anni, si sono sollevate sequestrando il loro comandante in capo ed arrestando importanti membri del governo, fra cui il Ministro delle Finanze?

Forse il passo falso di Mugabe è stato quello di aver improvvisamente silurato, la settimana scorsa, il suo fidato ex-vicepresidente Emmerson Mnangagwa, detto “il coccodrillo”, accusato di tramare contro il potere Presidenziale. Mnangagwa è stato costretto a riparare in Sudafrica, ma alcune indiscrezioni, riportate come ufficiose dall’agenzia Reuters, affermano il suo ritorno in Zimabwe a seguito del colpo di Stato.

Da non sottovalutare è anche il diffuso malcontento verso la seconda consorte del Presidente Mugabe, la sua ex segretaria Grace Marufu, la quale ha creato un’organizzazione parallela al partito ZANU-Pf ma formata da membri del partito stesso, denominata G40 (Generation 40), istituita allo scopo di operare una graduale sostituzione dei vecchi dirigenti e quadri dello ZANU.

                        Emmerson Mnangagwa, ritratto a destra del Presidente

La Cina è vicina

Per concludere il quadro, nella giornata di giovedì la nota testata giornalistica “Il Giornale”, riportando non meglio precisate “indiscrezioni”, avanza l’ipotesi secondo cui la miccia che ha fatto esplodere una polveriera di tensioni sia stata accesa dalla Cina: oltre a possedere un sottosuolo molto ricco di vari metalli, la più remunerativa fonte di reddito per la Repubblica sono le sue miniere di diamanti, che già a suo tempo fecero gola ai colonizzatori inglesi. Non è un segreto che la Cina, tramite una joint venture, abbia già da tempo acquisito il controllo dei giacimenti diamantiferi, capaci di generare un profitto di circa 200 milioni di dollari al mese. Effettivamente potrebbe ritenersi più di una semplice coincidenza il fatto che il generale Chiwenga, capo dei golpisti, la settimana scorsa si trovasse in Cina per un incontro con il suo omologo cinese Fan Changlong. La Cina avrebbe promesso ai dirigenti politici del partito ZANU maggiori libertà nello sfruttamento delle miniere rispetto a quelle che il Presidente Mugabe si era sempre limitato a concedere.

                              Il Capo di Stato Maggiore Costantino Chiwenga

 

 

Il Giappone di Shinzo Abe

Le caratteristiche del Sol Levante nazionalista

Sono ormai passate più tre settimane da quando, con elezioni anticipate, Shinzo Abe, primo ministro del Giappone, è stato riconfermato per un terzo mandato. Ricordiamo che Abe è alla guida del Giappone dal 26 dicembre 2012. Il primo ministro è un esponente della corrente più conservatrice e nazionalista del Partito Liberal Democratico (LDP). Quali motivazioni spingono i giapponesi a votare per la destra nazionalista?

Nazionalismo giapponese

Il nazionalismo in Giappone è stato, fino alla fine della seconda guerra mondiale, un elemento fondamentale del processo di nation building; in seguito alla sconfitta, per rientrare nella comunità internazionale, il Sol Levante dovette rinunciarvi perché considerato la causa dell’ingresso in guerra del paese. Lo sviluppo del potente vicino cinese e la volontà, da parte di quest’ultimo, di occupare alcune isole meridionali del Giappone, le Ryūkyū, hanno ridato nuova linfa a un nazionalismo che non ha mai abbandonato il popolo giapponese.

Abenomics

Con Abenomics indichiamo la politica economica attuata da Abe. Questa si articola in: politica fiscale espansiva (lo Stato deve stimolare la crescita economica attraverso ingenti investimenti pubblici), politica monetaria espansiva (simile al quantitative easing adottato dalla BCE, è uno dei modi non convenzionali con cui una banca centrale interviene sul sistema finanziario ed economico di un paese per aumentare la moneta in circolazione) e un programma di riforme strutturali di lungo periodo (che permettano di rilanciare l’investimento privato, aumentando la concorrenza e innalzando il tasso di popolazione attiva). L’Abenomics ha portato risultati soddisfacenti soprattutto per i salari che, crescendo più dell’inflazione, hanno aumentato il potere d’acquisto dei consumatori.

Riforma costituzionale

La costituzione nipponica del 1947, redatta durante l’occupazione statunitense, non consente al Giappone d’intervenire in teatri di guerra internazionali. Le Forze di autodifesa giapponesi, Jieitai, possono intervenire solo per la difesa del territorio nazionale (come sancisce l’articolo 9 della costituzione). Il primo ministro Shinzo Abe vorrebbe cambiarlo per ridefinire il ruolo delle forze di autodifesa in un contesto geopolitico in continuo mutamento e all’interno di un’area geografica dove le dispute diplomatiche e territoriali, in prevalenza con la Cina, non si sono mai arrestate.

Rapporto con Donald Trump

Shinzo Abe è stato il primo leader straniero a far visita al neo eletto presidente Trump. Il loro incontro è stato molto cordiale, indice di una buona intesa. Se Trump da una parte vuole far venir meno la collaborazione trans pacifica (Ttp) e l’accordo di libero scambio, dall’altra è favorevole allo sviluppo nucleare del paese. La visita del presidente Trump, del 5-6-7 novembre, in Giappone ha confermato che il riarmo del paese asiatico passerà attraverso il “buy american” sulla falsariga dell’Arabia Saudita. Il Giappone, diversamente dal paese del golfo, ha una fiorente industria militare che gioverebbe di un riarmo del paese. Per quello che riguarda la questione nucleare Trump sarebbe favorevole a uno sviluppo atomico di Giappone e Corea del Sud; su questa decisione, però, peserà il veto di Cina e Russia.

Il Giappone di Abe

Il Giappone, immaginato dal suo primo ministro, è un paese forte e in grado di gestire autonomamente la politica regionale, indipendente dall’ombrello nucleare statunitense, quindi dotato di una propria triade nucleare (arsenale atomico  suddiviso tradizionalmente in tre elementi: terrestre, navale e aerea), che potrebbe impensierire la Cina. Con Shinzo Abe al potere, il Giappone potrà finalmente riacquisire il peso strategico che più si addice a una potenza economica regionale, diventando il contrappeso alla politica espansionistica della Cina nel Mar Cinese.

Ultimi sviluppi militari della Coalizione anti-ISIS

Le truppe irachene, quelle siriane e le milizie curde avanzano su tutti i fronti. Le linee di rifornimento del Califfato sono compromesse mentre l’aviazione russa colpisce senza pietà.

 

Le forze dell’ISIS continuano a subire l’iniziativa degli eserciti della Coalizione su tutti i fronti, sebbene le aeree urbane semidistrutte rendano la difesa a oltranza molto più facile per i guerriglieri del Califfato. A Raqqa, l’ufficiosa capitale dello Stato islamico, i miliziani sono stati respinti da circa il 60% dell’abitato, ormai completamente accerchiati e privi di qualsiasi linea di comunicazione. La cittadina di Tal Afar, a ovest di Mosul, ultimo caposaldo ISIS nella zona del nord Iraq, sta per essere definitivamente liberata e le linee di rifornimento degli islamisti stanno per essere tagliate dall’esercito siriano a Deir er Zor?. Ma andiamo con ordine ad analizziamo la situazione dal punto di vista strategico.

L’assedio di Mosul non si è ancora concluso: la lotta per Tar Afar

Nel mese di maggio, quando si capiva che a Mosul la situazione sarebbe diventata disperata, le forze ISIS hanno fatto affluire truppe in una cittadina chiamata Tal Afar, a circa 60 Km a ovest di Mosul. L’idea era quella di creare una seconda linea di difesa più arretrata, che permettesse di rendere da un lato difficoltoso il completo accerchiamento di Mosul da parte delle forze curde, e dall’altro di successivamente rallentare l’avanzata della coalizione verso ovest: questo perché a dividere il confine fra Iraq e Siria vi è solo una distesa semi desertica relativamente facile da attraversare per le forze della coalizione, in quanto le limitate risorse dell’ISIS non permettono una difesa in campo aperto (in primis perché non dispongono di alcun velivolo da contrapporre contro gli attacchi aerei della coalizione). Il 20 agosto è iniziato l’assedio della cittadina, con una guarnigione di miliziani stimata fra i 2.000 e i 4.000 uomini. Ormai l’assedio sta per concludersi, poiché la città è stata quasi completamente circondata: da nord avanzano le truppe curde, mentre da sud le milizie sciite tengono occupati i miliziani e le truppe dell’esercito iracheno avanzano da est con i blindati della Nona Divisione corazzata.

 

Mosul è indicata da un punto rosso in alto a destra. Accanto nella zona grigia isolata è possibile vedere Tal Afar, ormai isolata.

La vittoria a Raqqa passa per il paese di Deir er Zor

Come si può vedere dalla mappa la cittadina di Dei er Zor è uno degli insediamenti attraversati dalla rete stradale che, seguendo il corso dell’Eufrate, permette alle truppe dell’ISIS di far affluire uomini e materiali dal sud verso il fonte nord, in direzione di Raqqa. Ormai da giorni l’esercito siriano combatte per strappare questo caposaldo agli islamisti, così da chiudere del tutto la linea di rifornimento islamista e tagliare in due tronconi il territorio rimanente in mano al Califfato.

Nonostante la sua grande importanza strategica le truppe dell’ISIS non erano mai riuscite a liberare completamente la città, in quanto le due basi militari nella periferia erano sempre rimaste in mano all’esercito siriano, accerchiate dalle truppe islamiche per quasi tre anni. L’ultima grande offensiva lanciata dall’ISIS contro questa irriducibile guarnigione era stata scatenata nel gennaio scorso, ma era stata efficacemente respinta, anche grazie al supporto aereo fornito dall’aviazione russa. Ora la situazione si è rovesciata, e sono le truppe siriane a contendere la città alle milizie islamiche, che perdono costantemente terreno in città.

Un ruolo di primo piano è giocato dall’aviazione russa, che puntualmente offre appoggio e protezione aerea alle truppe di terra siriane: quattro giorni fa un attacco mirato ha permesso di distruggere completamente una colonna di circa 200 miliziani, diretta a supportare i loro compagni asserragliati nel centro della città.Per dare un’idea dell’enorme sforzo sostenuto dall’aviazione russa, il capo del dipartimento generale operativo dello Stato maggiore russo, Serghiei Rudskoi, nella giornata di ieri ha dato una stima delle operazioni condotte in territorio Siriano: sono state compiute 28.000 missioni di combattimento e 90.000 incursioni (ovvero bombardamenti mirati) dall’inizio delle operazioni nel settembre del 2015.

 

 

Il Venezuela sull’orlo della guerra civile

La riforma costituzionale, la caduta del prezzo del greggio, l’inflazione…

Sono ormai giorni che le tragiche notizie provenienti dal Venezuela occupano i titoli di giornali e telegiornali. Il paese latinoamericano si trova a dover fronteggiare una situazione che presenta tutte le caratteristiche dei prodromi di una guerra civile. Ma a ben vedere si trattava di una tragedia annunciata.

Sono passati quattro anni dalla morte di Hugo Chavez, il carismatico ex presidente del Venezuela, colui che negli anni ’90 ha fondato ed instaurato quella particolare forma di socialismo marxista misto a terzomondismo e nazionalismo nota come “Chavismo”. La sua creatura politico-ideologica è stata nel corso degli ultimi anni esportata anche in altri paesi dell’area sudamericana, come ad esempio il Brasile, la Bolivia e l’Ecuador.  Ma nonostante in questi paesi abbia avuto effetti, pur con alti e bassi, generalmente positivi (tanto più se si tiene conto della tormentata storia recente e recentissima di questi paesi), tuttavia è stato proprio il Venezuela a mancare gli obbiettivi che il chavismo si era proposto.

Il fallimento della presidenza Maduro

Dalla morte del presidente Chavez, la carica di presidente viene ricoperta da Nicolas Maduro, che tante polemiche ha attirato sin dal suo insediamento. Il suo carisma, sicuramente non comparabile a quello del suo predecessore, unito a delle fallimentari politiche economiche portate avanti dal governo ed alla crescente corruzione hanno significato una sempre maggiore calo di popolarità verso il partito, con un conseguente solido rafforzamento dell’opposizione.

Nonostante il Venezuela sia uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio, il Paese versa ormai da quasi due anni in una condizione economica spaventosa: da molti mesi è ormai difficile trovare beni di prima e primissima necessità, perfino nelle città più importanti, come ad esempio Caracas o Maracaibo. In quasi due terzi del Paese l’erogazione di energia elettrica non avviene quotidianamente, mentre in certe zone proprio non arriva più da settimane. Il crollo del prezzo del petrolio e il vertiginoso aumento dell’inflazione non hanno fatto altro che aggravare, seppur drasticamente, una situazione che già da anni appariva quanto meno preoccupante agli osservatori più attenti.

 

Le polemiche intorno alla riforma costituzionale e il ruolo dell’esercito

L’annuncio da parte del presidente Maduro di voler procedere con una profonda riforma costituzionale, tramite l’elezione di una Assemblea costituente votata il 30 luglio scorso, ha portato la tensione politica a livelli mai raggiunti.  Nonostante i partiti di opposizione, che hanno fino all’ultimo momento invitato gli elettori ad astenersi dal voto, abbiano organizzato un proprio “referendum informale” contro la presidenza Maduro ed abbiano raggiunto circa il 98% dei voti, tuttavia non è bastato a convincere il presidente a sospendere la riforma. Il maggior terrore delle opposizioni è l’enorme potere che il presidente potrebbe ottenere dalla riforma, tanto più che i (discussi) procedimenti di elezione dell’Assemblea costituente hanno fatto sì che, nonostante composta da individui provenienti da vari strati della società, tuttavia essa fosse dominata da elementi filo-governativi.

Sarebbe lecito chiedersi per quale motivo un governo così tanto impopolare sia materialmente in grado non solo di restare ancora in carica, ma addirittura di portare aventi una personale revisione della costituzione nazionale. La vera forza del presidente Maduro sta nella fedeltà dei vertici dell’esercito e delle forze di polizia al potere centrale. Durante i quindici anni del presidente Chavez gli ufficiali di grado più e meno elevato hanno avuto modo di creare indisturbati una rete di clientele e di interessi legati a doppio filo con il governo, ed adesso che il governo sta entrando in crisi non sono disposti a rinunciare alla loro posizione tanto facilmente.

 

L’isolamento internazionale

Il 31 luglio gli Stati Uniti hanno imposto delle dure sanzioni economiche al Venezuela a causa dei recenti sviluppi, denunciano il clima di crescente violenza, che le forze armate venezuelane sembrano voler alimentare anziché sopire, e più in generale la pericolosa involuzione antidemocratica del governo. Sono stati drasticamente ridotte sia le esportazioni di greggio verso gli Stati Uniti, sia le importazioni di carburante già raffinato. Il Venezuela sta diventano giorno dopo giorno un attore sempre più isolato, sia sul piano diplomatico che su quello economico. Gli unici amici che ancora sembrano (ma chissà per quanto?) voler sostenere la politica del presidente sono principalmente Cuba, la Bolivia e l’Ecuador, da sempre grandi sostenitori del Venezuela e che ora si trovano a dover fare buon viso a cattivo gioco di fronte alle Nazioni Unite a causa del loro imbarazzante alleato.

L’intervento della Marina Militare nelle acque libiche.

Martedì verrà presentato alla Camera il nuovo piano di intervento e supporto alla guardia costiera libica.

Ormai la notizia è ufficiale, nel corso della prossima settimana verrà presentato alla Camera la proposta di intervento delle forze navali italiane lungo le coste libiche. Quella che il presidente Gentiloni ha definito come la risposta alle richieste libiche di aiuto tecnico e logistico alla guardia costiera nordafricana potrebbe richiedere uno spiegamento di forze non indifferente.

 

Il 23 luglio il presidente libico al-Sarraj, (l’interlocutore libico riconosciuto dall’ONU e, com’è noto, avversario politico del generale Haftar) aveva inviato una lettera al premier italiano in cui si chiedeva all’Italia di inviare ulteriori supporti logistici alle inadeguate forze della guardia costiera libica. Usiamo il termine “ulteriori” in quanto, oltre alle unità già operative della Guardia Costiera e della Marina Militare, sono presenti nel porto di Misurata alla fonda delle unità italiane, il cui personale militare sta svolgendo un ruolo supporto agli ospedali militari presenti in città, ogni giorno sempre più affollati di feriti delle milizie locali che stanno combattendo contro i guerriglieri islamisti.

 

Il prossimo martedì verrà presentata alla Camera la proposta di intervento, le cui forze ammonteranno ad una nave di assalto anfibio (probabilmente la “San Marco”), forse una fregata fremm di scorta, almeno due corvette, forse due sottomarini e circa 700 fra marinai e fanti di marina.Verranno in seguito, ma nel dettaglio, definite le regole di ingaggio degli uomini impiegati nell’operazione, la loro tutela giuridica (data la peculiare situazione si cercherà di evitare in tutti i modi imbarazzanti conseguenze di eventuali incidenti, in primis per ciò che riguarda le rispettive sfere di competenza e giurisdizione) ed infine le garanzie sul trattamento che verrà riservato ai migranti che verranno eventualmente respinti dalle nostre unità.

 

Fonte: Corriere della Sera

 

Difatti non spetterà direttamente alle navi italiane operare il respingimento, in quanto questo spetterà direttamente alle unità libiche. Lo stesso al-Sarraj ha ribadito la vera natura degli aiuti italiani, in quanto non sarà mai tollerata una qualsiasi attività diretta a ledere la sovranità libica sulle sue acque. Ovviamente bisogna considerare questa ferma posizione del leader libico come una naturale reazione alle numerose critiche mosse da molti degli attori sul palcoscenico della politica interna libica: difficile dire dove finisca l’aiuto e cominci una possibile ingerenza.