Il Venezuela sull’orlo della guerra civile

La riforma costituzionale, la caduta del prezzo del greggio, l’inflazione…

Sono ormai giorni che le tragiche notizie provenienti dal Venezuela occupano i titoli di giornali e telegiornali. Il paese latinoamericano si trova a dover fronteggiare una situazione che presenta tutte le caratteristiche dei prodromi di una guerra civile. Ma a ben vedere si trattava di una tragedia annunciata.

Sono passati quattro anni dalla morte di Hugo Chavez, il carismatico ex presidente del Venezuela, colui che negli anni ’90 ha fondato ed instaurato quella particolare forma di socialismo marxista misto a terzomondismo e nazionalismo nota come “Chavismo”. La sua creatura politico-ideologica è stata nel corso degli ultimi anni esportata anche in altri paesi dell’area sudamericana, come ad esempio il Brasile, la Bolivia e l’Ecuador.  Ma nonostante in questi paesi abbia avuto effetti, pur con alti e bassi, generalmente positivi (tanto più se si tiene conto della tormentata storia recente e recentissima di questi paesi), tuttavia è stato proprio il Venezuela a mancare gli obbiettivi che il chavismo si era proposto.

Il fallimento della presidenza Maduro

Dalla morte del presidente Chavez, la carica di presidente viene ricoperta da Nicolas Maduro, che tante polemiche ha attirato sin dal suo insediamento. Il suo carisma, sicuramente non comparabile a quello del suo predecessore, unito a delle fallimentari politiche economiche portate avanti dal governo ed alla crescente corruzione hanno significato una sempre maggiore calo di popolarità verso il partito, con un conseguente solido rafforzamento dell’opposizione.

Nonostante il Venezuela sia uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio, il Paese versa ormai da quasi due anni in una condizione economica spaventosa: da molti mesi è ormai difficile trovare beni di prima e primissima necessità, perfino nelle città più importanti, come ad esempio Caracas o Maracaibo. In quasi due terzi del Paese l’erogazione di energia elettrica non avviene quotidianamente, mentre in certe zone proprio non arriva più da settimane. Il crollo del prezzo del petrolio e il vertiginoso aumento dell’inflazione non hanno fatto altro che aggravare, seppur drasticamente, una situazione che già da anni appariva quanto meno preoccupante agli osservatori più attenti.

 

Le polemiche intorno alla riforma costituzionale e il ruolo dell’esercito

L’annuncio da parte del presidente Maduro di voler procedere con una profonda riforma costituzionale, tramite l’elezione di una Assemblea costituente votata il 30 luglio scorso, ha portato la tensione politica a livelli mai raggiunti.  Nonostante i partiti di opposizione, che hanno fino all’ultimo momento invitato gli elettori ad astenersi dal voto, abbiano organizzato un proprio “referendum informale” contro la presidenza Maduro ed abbiano raggiunto circa il 98% dei voti, tuttavia non è bastato a convincere il presidente a sospendere la riforma. Il maggior terrore delle opposizioni è l’enorme potere che il presidente potrebbe ottenere dalla riforma, tanto più che i (discussi) procedimenti di elezione dell’Assemblea costituente hanno fatto sì che, nonostante composta da individui provenienti da vari strati della società, tuttavia essa fosse dominata da elementi filo-governativi.

Sarebbe lecito chiedersi per quale motivo un governo così tanto impopolare sia materialmente in grado non solo di restare ancora in carica, ma addirittura di portare aventi una personale revisione della costituzione nazionale. La vera forza del presidente Maduro sta nella fedeltà dei vertici dell’esercito e delle forze di polizia al potere centrale. Durante i quindici anni del presidente Chavez gli ufficiali di grado più e meno elevato hanno avuto modo di creare indisturbati una rete di clientele e di interessi legati a doppio filo con il governo, ed adesso che il governo sta entrando in crisi non sono disposti a rinunciare alla loro posizione tanto facilmente.

 

L’isolamento internazionale

Il 31 luglio gli Stati Uniti hanno imposto delle dure sanzioni economiche al Venezuela a causa dei recenti sviluppi, denunciano il clima di crescente violenza, che le forze armate venezuelane sembrano voler alimentare anziché sopire, e più in generale la pericolosa involuzione antidemocratica del governo. Sono stati drasticamente ridotte sia le esportazioni di greggio verso gli Stati Uniti, sia le importazioni di carburante già raffinato. Il Venezuela sta diventano giorno dopo giorno un attore sempre più isolato, sia sul piano diplomatico che su quello economico. Gli unici amici che ancora sembrano (ma chissà per quanto?) voler sostenere la politica del presidente sono principalmente Cuba, la Bolivia e l’Ecuador, da sempre grandi sostenitori del Venezuela e che ora si trovano a dover fare buon viso a cattivo gioco di fronte alle Nazioni Unite a causa del loro imbarazzante alleato.

L’intervento della Marina Militare nelle acque libiche.

Martedì verrà presentato alla Camera il nuovo piano di intervento e supporto alla guardia costiera libica.

Ormai la notizia è ufficiale, nel corso della prossima settimana verrà presentato alla Camera la proposta di intervento delle forze navali italiane lungo le coste libiche. Quella che il presidente Gentiloni ha definito come la risposta alle richieste libiche di aiuto tecnico e logistico alla guardia costiera nordafricana potrebbe richiedere uno spiegamento di forze non indifferente.

 

Il 23 luglio il presidente libico al-Sarraj, (l’interlocutore libico riconosciuto dall’ONU e, com’è noto, avversario politico del generale Haftar) aveva inviato una lettera al premier italiano in cui si chiedeva all’Italia di inviare ulteriori supporti logistici alle inadeguate forze della guardia costiera libica. Usiamo il termine “ulteriori” in quanto, oltre alle unità già operative della Guardia Costiera e della Marina Militare, sono presenti nel porto di Misurata alla fonda delle unità italiane, il cui personale militare sta svolgendo un ruolo supporto agli ospedali militari presenti in città, ogni giorno sempre più affollati di feriti delle milizie locali che stanno combattendo contro i guerriglieri islamisti.

 

Il prossimo martedì verrà presentata alla Camera la proposta di intervento, le cui forze ammonteranno ad una nave di assalto anfibio (probabilmente la “San Marco”), forse una fregata fremm di scorta, almeno due corvette, forse due sottomarini e circa 700 fra marinai e fanti di marina.Verranno in seguito, ma nel dettaglio, definite le regole di ingaggio degli uomini impiegati nell’operazione, la loro tutela giuridica (data la peculiare situazione si cercherà di evitare in tutti i modi imbarazzanti conseguenze di eventuali incidenti, in primis per ciò che riguarda le rispettive sfere di competenza e giurisdizione) ed infine le garanzie sul trattamento che verrà riservato ai migranti che verranno eventualmente respinti dalle nostre unità.

 

Fonte: Corriere della Sera

 

Difatti non spetterà direttamente alle navi italiane operare il respingimento, in quanto questo spetterà direttamente alle unità libiche. Lo stesso al-Sarraj ha ribadito la vera natura degli aiuti italiani, in quanto non sarà mai tollerata una qualsiasi attività diretta a ledere la sovranità libica sulle sue acque. Ovviamente bisogna considerare questa ferma posizione del leader libico come una naturale reazione alle numerose critiche mosse da molti degli attori sul palcoscenico della politica interna libica: difficile dire dove finisca l’aiuto e cominci una possibile ingerenza.

 

Nazionalismo israeliano: l’attentato al King David Hotel

Dopo 71 anni, ricordiamo uno dei più sanguinosi attentati legati alla nascita dello Stato di Israele

Questo stesso giorno di 71 anni fa si consumava a Gerusalemme uno dei più sanguinosi attentati della storia della città, ancor oggi purtroppo al centro di tristi cronache di violenze quasi quotidiane. Chi scrive questo articolo non ha intenzione di sollevare aspre quanto sterili polemiche sulla grave situazione mediorientale, ed in particolare riguardo quella palestinese, ma semplicemente cercare di tenere viva la memoria di fatti che l’individuo occidentale tende a dimenticare con facilità, benché di cruciale importanza per poter comprendere l’evoluzione storica del mondo che ci circonda.

Il problema del nazionalismo

Per tentare di chiarire la questione dobbiamo fare un passo indietro: subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale il territorio israelo-palestinese era amministrato dal “Mandato Britannico della Palestina”, nato dagli accordi anglo-francesi sulla spartizione dei territori mediorientali dell’ex Impero ottomano (i celebri e tanto deplorati accordi Sykes-Picot). Il movimento sionista si era scontrato più volte con l’amministrazione britannica, in particolare per ciò che riguardava l’immigrazione ebraica in quei territori, che gli inglesi volevano limitare soprattutto per evitare che si creassero scontri fra la popolazione araba e una comunità ebraica sempre più numerosa. Talune frange armate ultra-nazionaliste del movimento sionista, durante il 1944, erano arrivate addirittura a dichiarare definitivamente guerra agli inglesi: fra di esse vi erano i movimenti dell’Haganah, dell’Irgun e della cosidetta Banda Stern.

Queste formazioni, discostandosi dalle posizioni dell’Agenzia ebraica del futuro presidente israeliano David Ben Gurion, sostenevano un diritto inalienabile della popolazione ebraica sui territori palestinesi, rifiutando ogni compromesso di spartizione e di pari convivenza fra israeliani e palestinesi. Il comportamento inglese, da loro considerato troppo filo-arabo, non poteva essere tollerato.

Il futuro presidente israeliano David Ben Gurion

Operazione “Agatha”

Poiché l’unico modo che queste organizzazioni paramilitari clandestine avevano per finanziarsi adeguatamente erano i furti, le rapine ed i sequestri, le autorità britanniche reagirono lanciando l’operazione “Agatha”, che portò all’arresto, fra il 29 giugno e il 1 luglio del 1946, di quasi 2700 individui appartenenti a queste formazioni, tra cui anche membri dell’Agenzia ebraica. Ottennero inoltre documenti molto compromettenti, che attestavano la collusione dell’Agenzia ebraica con talune azioni dei gruppi terroristici sionisti. Tutti questi documenti vennero portati dai britannici nell’Hotel King David, situato a Gerusalemme Est. Questo edificio, per lungo tempo il più grande e lussuoso hotel di tutta la città, in quel periodo era la sede del quartier generale dell’amministrazione civile e militare britannica per la Palestina, comprendente anche un ospedale militare allestito durante la guerra.

Ritenuto ormai da tutti un atto di rappresaglia per quegli arresti, e più in generale per l’atteggiamento tenuto dal governo inglese, il 22 luglio un gruppo di membri dell’Irgun e della banda Stern fecero detonare degli esplosivi nello scantinato dell’Hotel, facendo crollare una intera ala dell’edificio e uccidendo 91 persone fra ebrei, arabi e cittadini britannici.

L’Hotel King David dopo l’esplosione

 

L’enorme numero di vittime fece acquistare a questa azione un triste primato, in quanto rimase per lungo tempo l’attentato più sanguinoso commesso in Medio oriente. Si dovette aspettare la guerra civile in Libano e le stragi per le strade di Beirut per poter raggiungere simili livelli di efferatezza. Oggi, con le quotidiane “notizie dal fronte”, la guerra all’ISIS e la paura diffusa del fondamentalismo islamico può suonare molto strano parlare di attentati commessi non da mussulmani ma una volta tanto dagli stessi israeliani, gli stessi che per lungo tempo hanno rappresentato (apparentemente) l’alleato più sicuro e fidato dell’Occidente nello scacchiere mediorientale. Un piccolo seppur importante tassello nell’immenso mosaico della storia, che tuttavia ci insegna che le cose non sono mai tutte bianche o tutte nere, ma solo che esistono infinite sfumature di grigio.

 

La generazione “Erasmus” e le lobby

Lo scorso venerdì 7 luglio si è tenuto un incontro nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati, tra studenti universitari e il presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani. Il tema trattato è stato quello delle lobby in Europa e della generazione Erasmus. Tra i duecento presenti, tutti giovani under 30, vi erano varie associazioni come European People, Progetto Roma Tre, Sapienza in Movimento. Questo evento è stato utile per far incontrare realtà esistenti, per conoscersi meglio e per vedere come le associazioni possono aiutarsi le une con le altre.

È intervenuto anche Marco Parroccini, presidente di European People, dicendo di come la sua associazione sia nata tra giovani europeisti con l’obiettivo di riunire persone. Ha mostrato la volontà di dare speranza ai giovani e al loro futuro. Non è la politica che sbaglia, ma, gli interpreti della politica che sbagliano la loro preparazione e il loro lavoro. Ha parlato anche Simone Rebechini, presidente di Sapienza in Movimento, il quale ha spiegato come il mondo dell’associazionismo è tutt’altro che marginale. Il ruolo dell’associazione è fondamentale; la realtà associativa riporta lo studente al centro ed è il riflesso di chi ne fa parte.

Si cerca quindi la possibilità di creare nuove reti e nuovi contatti, di rafforzare la posizione dei giovani. Dove c’è crisi di valori l’associazionismo serve ad arginare.

L’utilità delle associazioni e il bisogno di radunare giovani

Tra gli ospiti intervenuti durante la giornata c’è stata l’onorevole Deborah Bergamini, responsabile della Comunicazione di Forza Italia. “L’unione fa la forza” dice la Bergamini, in un paese che non sempre incoraggia l’unione, avvantaggiando logiche individualistiche che lasciano il tempo che trovano e non riescono a prevalere. Ha raccontato poi la sua esperienza personale: da ragazza ha lasciato l’Italia accettando una borsa di studio in America. Questa è stata una carta in più da inserire nel curriculum e che le ha permesso di svolgere altre attività all’estero. Ovviamente tornata in Italia si è trovata davanti una realtà diversa, dal momento che qui non era cambiato nulla. Da qui la consapevolezza di non poter sovvertire il sistema da sola e la decisione di dedicarsi all’attività politica che l’ha portata in Parlamento. Ci spiega cosa serve per cambiare la realtà intorno a noi. Ci si riunisce in associazioni: persone con la stessa forza, che utilizzano strumenti moderni (come i social) stanno già cambiando le cose. Occorre una fortissima volontà, consapevolezza sociale e occuparsi del futuro.  L’Italia è un paese in cui la popolazione è invecchiata, ecco perché occorre che le istituzioni rappresentative recuperino una capacità di attrazione verso i giovani, che è molto debole e a volte quasi respingente. Per un giovane avvicinarsi alla politica è un percorso ad ostacoli. Ci sono mille modi per fare politica: superare lo scetticismo e guardare l’Europa con meno diffidenza. Ha concluso l’intervento dicendo che bisogna sensibilizzare al senso di appartenenza a questa comunità che è l’Unione Europea e che bisogna spezzare lo stereotipo che l’Italia è un paese poco serio e non molto determinato a difendere il proprio interesse.

La conferenza ha visto inoltre la presenza di altri ospiti, come Frank Silvio Marzano, docente alla facoltà di ingegneria, monsignor Lorenzo Leuzzi, cappellano del Parlamento e l’avvocato Massimo Baldinato. Il primo ci ha parlato della relazione tra spazio, tecnologia e scienza; della ricerca, della formazione e dei giovani; dell’Italia, dell’Europa e del futuro. Il secondo ha ribadito l’importanza dei giovani e il bisogno di una nuova classe dirigente. Infine Massimo Baldinato ha parlato delle lobby e della rappresentanza di interessi a Bruxelles. Presentare il mondo della lobby come mondo di corruttori non aiuta nessuno. Non necessariamente i lobbisti sono dei farabutti, o rappresentanti di grandi aziende, anzi rappresentano anche la Caritas. Il consiglio offerto ai giovani è quello di sapersi muovere come una lobby.

La battaglia contro il populismo e l’anti-europeismo

“I giovani sono il futuro. Non bisogna mai smettere di credere in determinati valori e nella nostra identità europea”

A conclusione della giornata è intervenuto il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani. Ha iniziato il suo discorso affermando che i ragazzi sono il futuro, non devono perdere la speranza e devono essere messi in condizioni di poter realizzare i loro sogni. Ha parlato poi dell’importanza del programma erasmus: ha raccontato la storia di una ragazza che ha partecipato a questo progetto, grazie ad un finanziamento dell’Unione europea, e una volta finito è diventata un’imprenditrice. L’importanza di conoscere almeno due lingue, dell’impresa agricola che può creare lavoro, dato che non ci si può basare solo sul mondo della finanza. Non bisogna perdere gli stimoli giovanili, non smettere mai di credere, di avere degli ideali, dei valori che siano dei punti di riferimento. Vale la pena di difendere la nostra identità europea, la nostra storia. Anche il Presidente si è poi espresso sulla questione lobby, reputandole né buone né cattive. Il lobbista è portatore di alcuni interessi, è un ambasciatore. Se questo è un corruttore è un conto, ma se è un portatore di interessi ad un politico, è legittimo. Essere onesto o disonesto è un comportamento che va applicato ad ognuno, non solo al lobbista. Ha terminato dichiarando di non essere contrario alla presenza di questa figura. L’incontro si è alla fine concluso con la consegna di alcune proposte al Presidente Tajani, come: cambiare alcune norme legate al tirocinio, avvicinare le università al mondo del lavoro e rendere i giovani maggiormente protagonisti con strumenti di lobbing.

Antonio Tajani Presidente

Generazione “Erasmus”

“…è sempre un bene parlare coi ragazzi”

Amore, valori, passione. I concetti fondamentali per costruire il proprio futuro. Questo è quello che è emerso dalle parole di Antonio Tajani, Presidente del Parlamento Europeo, che ieri ha ascoltato più di 200 ragazzi, rigorosamente under 30, rappresentanti del mondo universitaria e associativo, presso la Biblioteca della Camera dei Deputati a Roma.
Cambiare le norme sul tirocinio, avvicinare il mondo dell’Università a quello del lavoro, promuovere un nuovo protagonismo giovanile, sono le proposte fatte dai ragazzi, in sede di discussione, al Presidente.
Le associazioni organizzatrici, European People, una delle associazioni di giovani europeisti più importante in Italia, guidata dal presidente Marco Parroccini, Progetto Roma Tre coordinato da Simone Improta, Sapienza in Movimento seguita da Simone Rebichini., Riccardo zucchetti rappresentante del club Rotaract, hanno sicuramente riscontrato un forte entusiasmo nell’avere organizzato e partecipato ad una giornata così costruttiva. Il Moderatore è stato Edoardo Breda, che ha gestito il dibattito con molta professionalità.

All’incontro promosso da Emanuele Ranucci hanno partecipato anche monsignor Lorenzo Leuzzi, cappellano del Parlamento, e la responsabile Comunicazione di Fi,  Deborah Bergamini.
Nel corso dell’appuntamento, c’è stato inoltre un focus sulla figura delle lobby e della loro influenza nella politica europea, con la partecipazione di Massimo Baldinato, Vice-President International Institutional Affairs.

Il presidente Tajani ha concluso la sua giornata scrivendo su Facebook “Contro i populismi e i nazionalismo, è sempre un bene parlare coi ragazzi”.

La Battaglia per al-Raqqa

La capitale del Califfato è violata. I miliziani al suo interno sono ormai quasi circondati, mentre i combattimenti si sono spinti nel cuore della città.

 

Già giornali e telegiornali parlano di vittoria della coalizione anti-ISIS nella città di Raqqa, considerata da sempre la capitale de facto dello Stato islamico. I miliziani curdi stanno già combattendo nel cuore della città, ma questo altro non è che la fase finale di un’operazione congiunta avviata nella fine dello scorso anno.

 

Operazione “Ira dell’Eufrate”

Nel novembre del 2016 le forze dell’SDF (Sirian Democratic Forces), armate ed addestrate dalle truppe americane, e di cui le milizie curde compongono la gran parte, iniziarono la loro avanzata verso Sud nel tentativo di spostare la linea del fronte il più vicino possibile alla città. A questa avanzata si sono accompagnate varie altre operazioni minori contro il fronte del Califfato, ricomprese nella più ampia operazione chiamata “Ira dell’Eufrate”. Nel giro di pochi mesi, nel maggio di quest’anno, i curdi riescono ad avanzare così tanto verso la città da rendere possibile un eventuale accerchiamento da tre direttive, ossia Nord, Est ed Ovest.
Dopo alcune settimane di piccoli scontri e schermaglie, le forze dell’SDF riescono a portarsi a ridosso della città, serrandola d’assedio su tre lati e lasciando per il momento libero solo il lato Sud, quello che si affaccia sul fiume Eufrate. Un gran numero di civili ha tentato di attraversare il fiume con mezzi di fortuna fuggendo dalla città. Le stime provenienti dall’intelligence americana parlano di almeno 100.000 civili che potrebbero ora essere intrappolati nell’assedio, per quanto siano numeri da prendere con le pinze, ammontando la popolazione della città prima della guerra a non meno di 300.000 unità.

Il 6 giugno le forze della Coalizione annunciano ai media di aver iniziato l’attacco definitivo alla roccaforte del Califfato, mettendo però fin da subito in guardia coloro che speravano in una vittoria rapida: forti dell’esperienza maturata negli scontri casa per casa nella città di Mosul, che in quel momento stavano raggiungendo il loro acme, l’SDF sa bene che la completa messa in sicurezza della città richiederà almeno parecchie settimane, se non mesi.

La tana del leone

All’inizio dell’attacco le forze dell’SDF ammontavano a circa cinquemila uomini, mentre le forze dei miliziani islamici venivano stimate ad almeno quattromila o cinquemila uomini, a seconda della provenienza delle informazioni, seppure queste stime potrebbero considerarsi addirittura in ribasso.
Mentre le truppe avanzano su tre lati, il 14 giugno le truppe del Manbij Miltary Council, alleate dell’SDF, hanno incominciato ad avvicinarsi alla città da sud, ingaggiando combattimento con i miliziani islamici, nel tentativo di raggiungere i due ponti sull’Eufrate e poter definitivamente accerchiare del tutto la città.
Nel giro di tre settimane le forze dell’ISIS arretrano su tutti i fronti: a nord le truppe dell’SDF prendono il controllo dell’impianto dello zuccherificio della città, punto strategico della zona industriale; ad ovest le truppe curde avanzano lentamente ma inesorabilmente, quartiere dopo quartiere; ad est i raid della coalizione internazionale hanno aperto della strategiche brecce nella vecchia cinta muraria medioevale, consentendo alle truppe anti-ISIS di portare il combattimento nella città vecchia; infine a sud le truppe alleate dell’SDF hanno quasi completamente liberato la sponda meridionale del fiume.
Le ultime notizie della giornata di ieri riferiscono di aspri scontri che si sono consumati nell’arco di quasi due giorni nella città vecchia. In particolare, mentre le truppe dell’SDF sono quasi riusciti a liberare la vecchia moschea, vari contrattacchi delle forze dell’ISIS verso la direttrice ovest nord-ovest sono stati efficacemente respinti. Le forze dei miliziani neri pare abbiano sofferto pesanti perdite. Fonti non ufficiose parlano anche della cattura, nella zona di operazioni, di tre importanti comandanti ISIS che stavano cercando di fuggire dalla città.

 

Dopo Mosul, sembra che manchi poco anche alla caduta della capitale dello Stato islamico. La perdita di quello che ormai è rimasto l’ultimo centro abitati di rilevanti dimensioni porterebbe le rimanenti, esauste forze del Califfato a ripiegare nelle zone desertiche a ridosso di quello che una volta era il confine fra Siria ed Iraq. Non la migliore delle prospettive per un esercito già demoralizzato dalle recenti sconfitte e provato da anni di combattimenti senza fine.

GLI ULTIMI SVILUPPI MILITARI IN SIRIA E IRAQ

La guerra in Siria e in Iraq non si ferma mai ed è difficile essere sempre al corrente di tutti i fatti più importanti: riassumiamo dunque i principali avvenimenti degli ultimi giorni per tenervi aggiornati sui recenti sviluppi in questo scenario. L’Isis sta subendo pesanti contraccolpi, ma continuano le divisioni fra le potenze che lo combattono. Inoltre negli ultimi giorni i confini della Siria sono stati interessati da aspre tensioni, a sud fra Israele e Siria e a nord fra Turchia e milizie curde.

Suddivisione del territorio siriano al 29 giugno 2017: in rosso le zone controllate dalle forze pro-Assad, in nero quelle in mano all’Isis, in bianco quelle in mano ad Al-Nusra, in verde quelle in mano ai curdi, in beige quelle controllate dai ribelli (da Wikimedia Commons; Ermanarich, Syrian Civil War map, CC BY-SA 4.0)

L’ISIS A RAQQA È ACCERCHIATO

La città di Raqqa, in mano all’Isis, continua a essere assediata dalle Forze Democratiche Siriane (FDS), sigla che indica una coalizione di milizie in maggioranza curde con elementi arabi e assiri. Raqqa è di fatto la capitale dello Stato Islamico in Siria e ormai è circondata su tutti e quattro i lati: le FDS, supportate dall’alleanza a guida statunitense, affermano che la sua riconquista “è solo questione di tempo”.

Nel frattempo però vengono lanciate alcune accuse alla coalizione guidata dagli USA, che secondo Amnesty International ha utilizzato munizioni al fosforo bianco in modo illegale nella periferia Raqqa: l’uso di questa arma è infatti vietato nelle vicinanze di insediamenti di civili (il comunicato di Amnesty International risale al 16 giugno).

 

AVANZANO LE TRUPPE LEALISTE IN SIRIA, MENTRE L’ISIS ARRETRA SU VARI FRONTI

La situazione del conflitto in Siria vede un generale arretramento delle forze dell’Isis, che sta perdendo terreno su vari fronti, oltre che a Raqqa. Le forze governative siriane stanno avanzando verso Deir El Zor, città assediata dall’Isis da tre anni, e hanno conquistato alcuni villaggi a sud di questa città, vicino al confine con l’Iraq, a quanto riporta l’agenzia di stampa iraniana Fars. Inoltre i lealisti e le milizie loro alleate sono avanzate ulteriormente a est di Palmira, avvicinandosi alla città di Sukhna, in mano all’Isis.

La situazione resta comunque molto delicata, dato che il 19 giugno un caccia americano F/A-18 Super Hornet ha abbattuto un jet SU-22 siriano, accusato da Washington di aver colpito aree occupate dalle milizie curdo-arabe sostenute dagli Usa. L’abbattimento ha avuto luogo presso Resafa, località non distante da Aleppo, dove i lealisti erano avanzati rapidamente nelle settimane precedenti entrando in contatto con le formazioni curde. Pronta è arrivata la condanna di Mosca, che ha definito l’azione un “atto di aggressione” e di “violazione del diritto internazionale”.

La tensione fra Russia e Stati Uniti è salita ulteriormente quando il 26 giugno un comunicato della Casa Bianca ha affermato che “gli Stati Uniti hanno identificato potenziali preparativi per un altro attacco chimico del regime di Assad” e che nel caso ciò dovesse verificarsi “lui e il suo esercito pagheranno un prezzo alto”. Questo comunicato ha colto di sorpresa vari esponenti dello stesso esercito americano, e la sua motivazione è rimasta incerta. Non è chiaro se l’avvertimento volesse essere un deterrente o se il suo obiettivo fosse quello di mandare un segnale di forza, oppure di preparare il terreno per un successivo attacco contro la Siria. Il giorno successivo al comunicato il portavoce del Pentagono Jeff Davis ha detto che gli Stati Uniti hanno di recente notato alla base aerea di Shayrat delle attività che ritengono collegate all’uso di armi chimiche, pur non dicendo come gli Stati Uniti abbiano raccolto queste informazioni. Nessun funzionario ha specificato il grado di rischio attribuito a un’azione simile e i portavoce della Casa Bianca non hanno aggiunto ulteriori chiarimenti. Il governo siriano ha vigorosamente negato le accuse, definendo il comunicato della Casa Bianca una provocazione, mentre la Russia le ha bollate come “inaccettabili”. Il governo siriano era stato accusato dagli Stati Uniti di aver effettuato un attacco chimico il 4 aprile, anche se le responsabilità e l’effettivo svolgimento degli eventi sono ancora dibattute e poco chiare.

 

FORSE UCCISO AL-BAGHDADI

Abu Bakr Al Baghdadi, leader dell’Isis, la cui sorte è incerta

Il capo dell’Isis Al Baghdadi forse è stato ucciso in un raid dell’aviazione russa nella periferia della città siriana di Raqqa, dove si teneva una riunione di alti comandanti dello Stato Islamico. L’informazione è stata diffusa il 16 giugno dal ministero degli Esteri russo, anche se non è stata confermata dal ministro Lavrov, né dalla coalizione a guida Stati Uniti né dal governo siriano. Il 23 giugno, a quanto riporta l’agenzia di stampa Interfax, il capo del comitato di difesa del Consiglio della Federazione russo (la Camera Alta del Parlamento) Viktor Ozerov ha affermato di credere che la probabilità che il capo dello Stato Islamico sia stato ucciso è vicina al 100 per cento. La sua morte sarebbe uno dei colpi più duri al gruppo jihadista nella guerra che infuria contro l’Isis da ormai tre anni.

 

L’ISIS PERDE ALTRO TERRENO A MOSUL

Mentre a Raqqa è circondato, l’Isis perde terreno anche a Mosul, città che di fatto è la sua capitale in Iraq. L’esercito iracheno infatti sta avanzando, supportato dalla coalizione a guida statunitense, e il 28 giugno ha ripreso due quartieri nella città vecchia di Mosul. Il generale Jabbar al-Darraji ha comunicato alla televisione di stato che “il cinquanta per cento di questa area è stato liberato”. Il 29 giugno le truppe irachene hanno conquistato la Grande Moschea di Al-Nuri, che otto giorni prima era stata fatta saltare in aria dai jihadisti. Proprio in quella moschea tre anni fa era stato proclamato il Califfato dello Stato Islamico. Si tratta di una vittoria simbolica di grande spessore per l’esercito iracheno, che infligge così un duro colpo al morale dei miliziani dell’Isis. La battaglia per Mosul dura da oltre otto mesi ma sembra avviarsi ormai alla sua conclusione, nel segno di una sconfitta per l’Isis.

 

TENSIONI AL CONFINE FRA SIRIA E ISRAELE

Si sono registrate tensioni al confine fra Siria e Israele: a quanto riporta Reuters, Israele ha comunicato di aver bombardato il 23 giugno installazioni militari del governo siriano e due carri armati dopo che alcuni proiettili provenienti dalla Siria avevano colpito le alture del Golan, zona occupata da Israele. Secondo una fonte militare siriana però gli attacchi di Israele hanno colpito anche un palazzo uccidendo dei civili. L’esercito siriano ha affermato che i colpi che hanno raggiunto il territorio in mano a Israele erano proiettili vaganti e ha definito l’attacco israeliano una “inaccettabile violazione” di sovranità. La zona interessata da questi eventi è la provincia di Quneitra, al confine fra le alture del Golan (occupate da Israele) e la Siria, dove l’esercito regolare siriano combatte contro fazioni ribelli, che comprendono milizie islamiste. Non è la prima volta che Israele colpisce la Siria durante il conflitto.

 

SCONTRI FRA TURCHI E CURDI NEL NORD DELLA SIRIA E DELL’IRAQ

Miliziani curdi dell’YPG presso Raqqa (Reuters)

Nel nord della Siria le forze turche e le milizie sostenute dalla Turchia si contrappongono alle truppe curde dell’YPG, sostenute dagli Stati Uniti. L’esercito turco ha affermato che l’YPG ha colpito la sera del 27 giugno le milizie dell’Esercito Siriano Libero, sostenute dalla Turchia, nella città di Azaz nel nord della Siria. Durante la notte fra 27 e 28 giugno l’esercito turco ha reagito con uno sbarramento d’artiglieria, distruggendo obiettivi curdi. Lo scontro fra curdi e turchi coinvolge anche il nord dell’Iraq, dove a quanto riporta l’esercito turco l’aviazione ha ucciso sette combattenti del PKK.

Il ministro della Difesa ha avvertito che Ankara reagirà contro ogni mossa pericolosa dei curdi dell’YPG e sembra che la Turchia stia rinforzando la sua presenza militare nel nord della Siria. Già l’anno scorso la Turchia aveva inviato truppe in Siria per supportare i ribelli dell’Esercito Siriano Libero, che combattono sia contro lo Stato Islamico sia contro le milizie curde. La Turchia infatti tratta come terroristi i curdi dell’YPG, i quali però sono sostenuti dagli Stati Uniti nella lotta contro l’Isis. Stati Uniti e Turchia dunque, pur essendo alleati nella NATO, sostengono fazioni contrapposte nella guerra in Siria.

Gli ultimi giorni del Califfato

Le milizie dello Stato islamico arretrano su tutti i fronti. Foschi scenari si mostrano all’orizzonte del dopo-ISIS.

Sembra che ormai sia rimasto poco da attendere, la fine del Califfato appare ormai vicina. I confini dell’ISIS negli ultimi mesi si sono ridotti inesorabilmente a causa degli incessanti attacchi da parte della coalizione e dei peshmerga curdi, rendendo il territorio occupato dallo Stato islamico un intricato dedalo di enclavi e sacche di resistenza, collegate fra loro da dei sottilissimi lembi di territorio occupato. Sufficienti, nella migliore delle ipotesi, a mantenere ancora attive delle precarie linee di rifornimento.

Le due più importanti città del Califfato sono ormai da settimane assediate dalle forze anti-ISIS: Mosul, la seconda città più grande dell’Iraq, conquistata dai miliziani nel 2014, sta per essere liberata dalle forze speciali irachene e dai combattenti curdi; le periferie di Raqqa, la capitale de facto dello Stato islamico, sono diventate teatro di violenti scontri casa per casa. Lo stato maggiore iracheno, circa tre giorni fa, ha annunciato di sperare di poter terminare le operazioni di Mosul entro la fine del Ramadan, che cade il 27 giugno. I miliziani arretrano su tutti i fronti, non riuscendo più a tenere testa né alla macchina bellica irachena e siriana, supportate rispettivamente dagli apparati americano e russo, né alla determinazione dei combattenti curdi. Molto scalpore ha fatto recentemente la notizia che l’ISIS stesso abbia dinamitato il minareto della moschea di al-Nuri, nella città vecchia di Mosul. La stessa moschea dalla quale il leader dello Stato islamico, al-Baghdadi, annunciò con un famoso sermone la nascita dell’ISIS.

Tuttavia, il sollievo che il mondo occidentale, e non solo, potrà provare dopo che il Califfato avrà cessato di esistere probabilmente non durerà a lungo. Già altre problematiche si addensano come fosche nubi all’orizzonte. Innanzitutto, sarà problematica la ri-occupazione dei territori ora controllati dall’ISIS da parte dei precedenti proprietari, con la Siria di al-Assad spalleggiata dalle forze russe e quelle irachene supportate dagli americani. Il dialogo dovrà instaurarsi fra controparti esasperate e che mal si sopportano, in uno scenario altamente militarizzato.

Inoltre non bisogna dimenticare la spinosa questione del popolo curdo, le cui rivendicazioni territoriali andranno sicuramente a scontrarsi da un lato con l’Iraq, che ha sempre negato l’effettiva indipendenza del Kurdistan iracheno, e dall’altra con la Turchia di Ergogan, il quale considera le forze combattenti curde nient’altro che il braccio armato del partito comunista curdo, il PKK, considerato dalla Turchia alla stregua di un’organizzazione terroristica.

Un altro spinoso problema sarà quello delle sacche di ribellione e resistenza siriane al regime di Bashar al-Assad: finora si era riuscito a trovare un precario, per quanto utile, equilibrio fra il potere centrale di Damasco e le varie sacche di resistenza ribelli, tanto più che le fino ad oggi è stato comprensibilmente necessario impiegare la maggior parte delle forze disponibili contro il Califfato. Queste problematiche potrebbero trovare un efficacie terreno di risoluzione nella profusione di incontri e proposte di accordi bilaterali e plurilaterali che sicuramente avranno luogo immediatamente dopo la fine dei combattimenti conto i miliziani neri. Per quanto, purtroppo, ci sembri che la possibilità di addivenire a una risoluzione diplomatica delle attuali questioni mediorientali sia assai remota.

Helmut Kohl, il “Cancelliere delle due Germanie”

Dopo una lunga malattia, si è spento all’età di 87 anni l’artefice della riunificazione della Germania.

Nella giornata di ieri è venuto a mancare all’età di 87 anni Helmut Kohl, il “Cancelliere delle due Germanie”. Da ormai 9 anni conduceva una vita sedentaria, colpito tragicamente da un ictus nel 2008, che aveva  gravemente pregiudicato la sua capacità di muoversi ed esprimersi. Leader storico dell’Unione Cristiano-Democratica (CDU), il partito cristiano-liberale della Germania, è stato anche l’uomo che più a lungo ha ricoperto la carica di Cancelliere, subito dopo Otto Von Bismarck: dal 1982 al 1998, prima della Germania Federale, poi finalmente della Germania “riunificata”.

Il principale merito riconosciutogli è quello di aver portato avanti con lucida determinazione il progetto di riunificazione delle due Germanie, quella federale e quella Democratica filo-sovietica, conclusasi nel 1990. Egli riuscì a compiere un capolavoro diplomatico, approfittando da un lato dell’allentamento della morsa sovietica di Gorbaciov sulla Germania orientale, dall’altro guadagnandosi l’appoggio dell’allora presidente francese Francois Mitterrand: infatti, contrariamente a quanto si può pensare, molti leader e capi di Stato dell’Europa libera non guardavano favorevolmente all’ipotesi di una Germania nuovamente riunificata, in quanto temevano il suo potenziale e i possibili squilibri geopolitici di una nuova “grande Germania”. Celebre è rimasta la frase dell’allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, il quale dopo la caduta del Muro di Berlino sentenziò: “Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due.”

Questo successo fu dovuto in gran parte anche alla sua assicurazione che una Germania unita avrebbe potuto fare molto per il processo di integrazione europea. Dopotutto, egli era celebre per il suo profondo spirito europeista, ed ancora oggi, soprattutto in Germania, viene ricordato come una delle figure più importanti del processo di creazione dell’Unione. Fu colui che dapprima riuscì a far parificare, in occasione della riunificazione del 1990, il marco federale al marco democratico, pesantemente svalutato; ed in seguito riuscì a convincere i tedeschi ad accogliere l’euro al posto del lor amato marco, forse uno dei pochi, veri simboli di unità che erano rimasti al popolo tedesco durante la Cortina di Ferro.

Dopo la sconfitta elettorale subita nel 1998 ad opera dell’SPD, si ritira definitivamente dalla vita politica, pur divenendo presidente onorario del CDU. Tuttavia la sua reputazione viene duramente colpita dallo scandalo che nell’anno successivo investe lui e il suo partito, accusato di avere per anni goduto di finanziamenti irregolari. Lo stesso Kohl viene accusato di aver gestito durante gli anni del suo Cancellierato fondi neri del partito, al punto da costringerlo nel 2000 a rinunciare alla presidenza onoraria.

 

 

La Guerra dei sei giorni

Sono passati 50 anni da quando il 5 giugno del 1967, nella stessa ora in cui viene pubblicato questo articolo, le forze aeree israeliane aprivano il fuoco contro le installazioni militari dell’aeronautica egiziana nella penisola del Sinai. Dopo poche ore, e due ondate di bombardamenti, gli aerei israeliani distruggono a terra più della metà degli apparecchi egiziani e rendono inutilizzabili le piste, lasciando l’esercito di Gamal Abd el-Nasser senza copertura aerea per i cinque giorni a seguire. Il piccolo Stato di Israele è riuscito in meno di una settimana non solo a sconfiggere sul campo di battaglia l’Egitto, la Siria e la Giordania, ma a vincere in maniera fulminante la guerra, pur avendo schierate quasi metà delle truppe avversarie. Nei mesi precedenti sia la Siria che, in particolare, l’Egitto stavano preparando le proprie truppe, convinti (anche grazie a dubbie informazioni di fonte sovietica) che gli israeliani a loro volta si stessero preparando per una azione su larga scala: essi, al contrario, non stavano facendo altro che premunirsi per una eventuale ritorsione nei loro confronti a causa delle loro continue provocazioni (anche armate) nei confronti di Giordania e Siria. La scintilla che provocò lo scoppio della guerra fu la decisione, da parte di Nasser, deciso a forzare la mano, di interdire al traffico navale israeliano gli stretti di Tiran, precludendo agli israeliani il loro unico sbocco nel Mar Rosso.

Oggi, 10 giugno del 2017, ci sembrava doveroso ricordare un anniversario così importante come il cinquantenario dalla fine della Guerra dei sei giorni, durante la quale il mondo ha rivissuto la celebre lotta di Davide conto Golia, quello che ancora oggi in Israele viene ricordato come un “miracolo”, militare ancor prima che politico. La sera di quel 10 giugno di 50 anni fa, con la cessazione delle ostilità, il piccolo Israele vedeva quadruplicata la sua estensione territoriale, soprattutto conquistando la tanto agognata Gerusalemme, dove famosi scatti ritraggono i soldati israeliani ancora in armi al loro commosso arrivo sotto il Muro del Pianto. Le truppe israeliane diedero una impensata prova di capacità, organizzazione e spirito combattivo, che si riveleranno decisive sei anni dopo nella guerra dello Yom Kippur, rendendo celebri figure di uomini come Ariel Sharon e Moshe Dayan, immortalato mentre attraversa in uniforme, con tanto di elmetto, le vie di Gerusalemme.  Dopo quasi settanta anni dalla nascita dello Stato di Israele, la pace sembra ancora lontana dalla città “tre volte santa”.