La decisione su EMA

Quando il sistema Italia funzionò

Ieri il Consiglio degli affari generali UE, dopo l’ultima votazione finita in pareggio, ha deciso d’assegnare EMA (European Medicines Agency) tramite sorteggio. La vincitrice è stata Amsterdam.

Cos’è EMA

EMA è l’agenzia comunitaria dell’Unione europea per la valutazione dei medicinali. Fu istituita per ridurre i costi che le aziende farmaceutiche dovevano sostenere per l’approvazione dei propri prodotti, da parte delle agenzie dei singoli paesi. Altro obiettivo era di ridurre le barriere protezionistiche dei singoli stati, attuate attraverso difficoltà burocratiche.

I candidati

Per quest’agenzia, le candidature erano circa 19, tra cui: Milano, Amsterdam, Copenaghen e Bratislava. Milano era la candidata col dossier tecnico giudicato migliore, Amsterdam poteva puntare sull’assenza di agenzie europee in Olanda. Copenaghen era la preferita dai dipendenti EMA, per standard di vita e opportunità di lavoro per i familiari. Bratislava era supportata dai paesi dell’Est Europa, nessuno dei quali possiede agenzie europee.

Il metodo di votazione

Il voto avviene al massimo in tre scrutini: al primo turno ogni ministro degli Affari Europei indicherà tre paesi. Nel caso in cui non ci sia un paese con almeno 14 ministri su 27 favorevoli, si procederà a una seconda tornata in cui saranno indicati due stati. Qualora non si raggiunga la soglia dei 14, si andrà alla terza votazione. In quest’ultima ci sarà la possibilità di scegliere solo uno tra i due paesi più votati. Se neanche con l’ultima votazione si raggiunge il quorum, la scelta avviene tramite sorteggio.

La scelta

Milano è stata in testa nelle prime due votazioni, seguita da Amsterdam. L’astensione del delegato slovacco, come protesta per non aver passato il primo turno, ha mandato in tilt le votazioni. Alla terza Milano e Amsterdam era a pari merito (13 a 13), questo ha portato a un sorteggio, in cui Milano è stata sfortunata.

La mancata opportunità

La mancata assegnazione a Milano dell’Agenzia, non ha permesso alla città di diventare la capitale europea dei farmaci, un settore in cui l’Italia è in crescita (le esportazioni quest’anno valgono 21 miliardi). Chi ci perde è anche la Lombardia, testa di serie dell’industria farmaceutica Europea. Il danno non è solo d’immagine, non si trasferiranno a Milano 900 dipendenti, con un budget di 300 milioni tutto da spendere sul territorio. Si è calcolato che l’Agenzia attiri ogni anno circa 40000 addetti ai lavori, tra convention e procedure burocratiche, con evidenti ricadute sul settore alberghiero e della ristorazione.

Conclusioni

Una volta tanto il sistema Italia aveva dimostrato di funzionare in maniera efficiente, un coordinamento tra comune, regione e stato centrale ci aveva permesso d’essere la prima scelta. Questo ci sia di lezione, per evitare il ripetersi di situazioni, imbarazzanti, come per l’acquisizione dei cantieri STX da parte di Fincantieri. Gli attori italiani si mossero in solitaria, contro il blocco unitario dei nostri cugini d’oltralpe, ottenendo scarsi risultati. Se il Sistema d’ora in poi lavorerà in sinergia, come in quest’occasione, non c’è dubbio che riusciremo a farci valere a livello internazionale. Abbiamo trovato il metodo che funziona, ora ci manca solo un’altra occasione.

La via della seta del III millennio

La via cinese per l’apertura del mondo alla globalizzazione

Xi Jinping è da poco entrato nell’Olimpo dei leader cinesi, in seguito al 19° congresso del partito, come Mao Zedong e Deng Xiaoping. Xi si appresta a dare il via a uno dei progetti infrastrutturali più importanti di sempre: la creazione di una nuova via della seta.

L’antica via della seta

La via della seta nell’antichità

La via della seta era un percorso che univa oriente e occidente, crocevia di merci e culture. La Via era costituita da un reticolo che si sviluppava per circa 8.000 km, tra itinerari terrestri, marittimi e fluviali. Su questi percorsi, nell’antichità, si sono snodati i commerci tra l’impero cinese e quello romano. Le vie carovaniere attraversavano l’Asia centrale e il Medio Oriente, collegando Chang’an (oggi Xi’an), in Cina, all’Asia Minore e al Mediterraneo attraverso il Medio Oriente e il Vicino Oriente.

La via della seta del nuovo millennio

Il progetto di Xi è molto articolato e divide la Via in rami terrestri e marittimi. La prima delle diramazioni terrestri partirà dalla Cina, toccando i confini nord dell’Afghanistan, per arrivare a Istanbul, che fungerà da hub per le merci dirette nell’Europa meridionale. La seconda via terrestre passerà integralmente sul territorio russo, trasformando Mosca nella porta d’ingresso per le merci destinate all’Europa settentrionale. Per quello che riguarda il ramo marittimo della Via, una ramificazione andrà direttamente a servire l’America settentrionale, con una “scorciatoia” per Oceania e America meridionale. Il canale marittimo che più interessa l’Europa, e in particolare l’Italia, è la nuova rotta che attraversa il canale di Suez. Le merci cinesi destinate all’Europa arriveranno in Italia, piuttosto che a Rotterdam, con un viaggio che si ridurrà di 7 giorni e che permetterà di abbattere i costi del 10%.

Un’occasione per l’Italia ?

Naturale candidato a diventare l’hub italiano verso le vie gommate europee, sarebbe il porto di Taranto. Per la città sarebbe una seconda opportunità, da quando nel 2010 i cinesi approfittando della crisi greca decisero di puntare sul Pireo come punto di arrivo delle loro merci in Europa. Per nostra fortuna la partita ancora non è chiusa, ma lo potrebbe essere presto.

Il progetto

Paesi coinvolti nella nuova via della seta

Il presidente della Cina ha lanciato il progetto della Via nel lontano 2013 col nome di Obor (One Belt One Road= Una Cintura Una Via). Nonostante il progetto toccasse direttamente una quarantina di paesi, più altrettanti interessati a partecipare, l’avvio è avvenuto in sordina. I primi passi attuati dalla Cina furono la realizzazione della prima FOB (forward operating base) in Gibuti, per proteggere i propri lavoratori all’opera per modernizzare il paese del Corno d’Africa, che per la sua posizione permette il controllo dello stretto di Bab el-Mandeb. Nel frattempo, altri lavoratori cinesi potenziavano altri porti in varie parti del globo. La mossa successiva fu il rilancio del progetto col nome di Bri (Belt and Road Iniziative) avvenuto a metà del 2016. Poco dopo furono sbloccati oltre 100 miliardi per l’AIIB (Asian Infrastructure Investment Bank) con l’obiettivo di arrivare entro il 2020 ad attrarre investimenti nell’ordine del trilione di dollari.

Le motivazioni della Cina

Il progetto del paese dei Dragoni, non ha solo finalità di ampliamento dei mercati, ma anche quello di evitare lo strangolamento economico. Per fortuna di Xi, l’arrivo di Trump ha allentato il nodo attraverso la rinuncia dell’America al TPP (Trans-Pacific Partnership), che favoriva i commerci tra 12 paesi che si affacciano sul Pacifico a scapito della Cina. Restano comunque dei pericoli per il colosso cinese nel progetto per la creazione di un arco “Indo-pacifico”, guidato da Giappone e India. I due pericolosi vicini della Cina avranno il compito di limitarne i commerci, con l’obiettivo di danneggiare l’economia del paese. Per evitare ciò Xi punta molto, se non tutto, sulla Via della seta. In caso di fallimento dell’iniziativa, la Cina vedrebbe la sua credibilità a livello internazionale ridimensionata, dopo i tanti sforzi fatti per accrescerla. Al contrario ,una buona riuscita dell’impresa, consacrerebbe il paese nell’Olimpo delle superpotenze, aggiungendo al tavolo internazionale un attore con risorse economiche e capitale umano mai visti finora.

L’esercito al potere in Zimbabwe

 

Le truppe occupano la capitale Harare mentre il presidente Mugabe viene sottoposto alla custodia dell’esercito

E’ ormai di dominio pubblico la notizia che la Repubblica dello Zimbabwe, nella notte fra il 14 e il 15 novembre, è stata scossa ai suoi vertici da un colpo di stato, per il momento pare non cruento, ai danni dell’ultranovantenne presidente Robert Mugabe. Dopo continue indiscrezioni ed ipotesi sulla sua condizione e su quella della giovane moglie Grace, nella giornata di ieri il Presidente è apparso in pubblico presso l’università della capitale Harare, per presenziare a delle cerimonie di laurea. I militari, nella persona del Capo di Stato Maggiore Costantino Chiwenga, hanno assicurato che si stanno facendo “progressi significativi” per il superamento della crisi.

          Foto del Presidente Mugabe durante una parata militare

La dura lotta contro i colonizzatori inglesi e contro l’apartheid

Robert Mugabe diviene nel 1980 Primo Ministro dello Zimbabwe ( o meglio dello Zimbabwe Rhodesia, come era conosciuto il Paese subito dopo la fine del regime di apartheid che aveva oppresso gran parte della popolazione nei 20 anni precedenti). In seguito ad una feroce lotta contro gli oppositori politici del suo partito, che portò a svariate decine di migliaia di morti in pochi anni, nel 1987 diventa Presidente della Repubblica grazie al fondamentale appoggio dei militari. Se nei sette anni in cui aveva ricoperto la carica di Primo Ministro aveva dato avvio a delle politiche di vago stampo marxista-leninista, una volta divenuto Presidente avviò una sistematica opera di accentramento del potere e di personalizzazione delle vicende politiche del Paese. In particolare, fra l’inizio degli anni ‘90 e i primi anni duemila, Mugabe è stato accusato da più parti di perpetrare sistematicamente violazioni dei diritti umani (nonché essere stato accusato di un uso ritorsivo dell’AIDS, forse la piaga più grave del Paese africano, tramite stupri commessi regolarmente dai suoi miliziani durante i conflitti nella metà degli anni ’80).

A quanto pare l’incontrastato dominio del Deus Mugabe (pare che in un’occasione ufficiale abbia proferito “Solo Dio può destituirmi”) si è fermato nella notte fra martedì e mercoledì scorso, quando una ben organizzata operazione su larga scala dell’esercito ha occupato i punti chiave della capitale Harare, mentre un graduato dell’esercito appariva sulla rete nazionale annunciando che quello che stava avvenendo non era un colpo di Stato, ma una “misura correttiva” per poter neutralizzare “i criminali attorno al Presidente”. Fatto sta che nella giornata di ieri, come riferisce l’ANSA, tutte e dieci le sezioni provinciali del partito di Governo ZANU-Pf si sono espresse per le dimissioni del presidente Mugabe.

Contrasti politici e consorti ingombranti

Ma ancor prima che lo stupore per queste pur gravi prese di posizione da parte del mondo politico, sorge spontaneo il dubbio riguardo l’esercito: perché le forze militari, che hanno permesso a Mugabe di mantenere saldamente il controllo del suo Paese per trenta lunghi anni, si sono sollevate sequestrando il loro comandante in capo ed arrestando importanti membri del governo, fra cui il Ministro delle Finanze?

Forse il passo falso di Mugabe è stato quello di aver improvvisamente silurato, la settimana scorsa, il suo fidato ex-vicepresidente Emmerson Mnangagwa, detto “il coccodrillo”, accusato di tramare contro il potere Presidenziale. Mnangagwa è stato costretto a riparare in Sudafrica, ma alcune indiscrezioni, riportate come ufficiose dall’agenzia Reuters, affermano il suo ritorno in Zimabwe a seguito del colpo di Stato.

Da non sottovalutare è anche il diffuso malcontento verso la seconda consorte del Presidente Mugabe, la sua ex segretaria Grace Marufu, la quale ha creato un’organizzazione parallela al partito ZANU-Pf ma formata da membri del partito stesso, denominata G40 (Generation 40), istituita allo scopo di operare una graduale sostituzione dei vecchi dirigenti e quadri dello ZANU.

                        Emmerson Mnangagwa, ritratto a destra del Presidente

La Cina è vicina

Per concludere il quadro, nella giornata di giovedì la nota testata giornalistica “Il Giornale”, riportando non meglio precisate “indiscrezioni”, avanza l’ipotesi secondo cui la miccia che ha fatto esplodere una polveriera di tensioni sia stata accesa dalla Cina: oltre a possedere un sottosuolo molto ricco di vari metalli, la più remunerativa fonte di reddito per la Repubblica sono le sue miniere di diamanti, che già a suo tempo fecero gola ai colonizzatori inglesi. Non è un segreto che la Cina, tramite una joint venture, abbia già da tempo acquisito il controllo dei giacimenti diamantiferi, capaci di generare un profitto di circa 200 milioni di dollari al mese. Effettivamente potrebbe ritenersi più di una semplice coincidenza il fatto che il generale Chiwenga, capo dei golpisti, la settimana scorsa si trovasse in Cina per un incontro con il suo omologo cinese Fan Changlong. La Cina avrebbe promesso ai dirigenti politici del partito ZANU maggiori libertà nello sfruttamento delle miniere rispetto a quelle che il Presidente Mugabe si era sempre limitato a concedere.

                              Il Capo di Stato Maggiore Costantino Chiwenga

 

 

Il Giappone di Shinzo Abe

Le caratteristiche del Sol Levante nazionalista

Sono ormai passate più tre settimane da quando, con elezioni anticipate, Shinzo Abe, primo ministro del Giappone, è stato riconfermato per un terzo mandato. Ricordiamo che Abe è alla guida del Giappone dal 26 dicembre 2012. Il primo ministro è un esponente della corrente più conservatrice e nazionalista del Partito Liberal Democratico (LDP). Quali motivazioni spingono i giapponesi a votare per la destra nazionalista?

Nazionalismo giapponese

Il nazionalismo in Giappone è stato, fino alla fine della seconda guerra mondiale, un elemento fondamentale del processo di nation building; in seguito alla sconfitta, per rientrare nella comunità internazionale, il Sol Levante dovette rinunciarvi perché considerato la causa dell’ingresso in guerra del paese. Lo sviluppo del potente vicino cinese e la volontà, da parte di quest’ultimo, di occupare alcune isole meridionali del Giappone, le Ryūkyū, hanno ridato nuova linfa a un nazionalismo che non ha mai abbandonato il popolo giapponese.

Abenomics

Con Abenomics indichiamo la politica economica attuata da Abe. Questa si articola in: politica fiscale espansiva (lo Stato deve stimolare la crescita economica attraverso ingenti investimenti pubblici), politica monetaria espansiva (simile al quantitative easing adottato dalla BCE, è uno dei modi non convenzionali con cui una banca centrale interviene sul sistema finanziario ed economico di un paese per aumentare la moneta in circolazione) e un programma di riforme strutturali di lungo periodo (che permettano di rilanciare l’investimento privato, aumentando la concorrenza e innalzando il tasso di popolazione attiva). L’Abenomics ha portato risultati soddisfacenti soprattutto per i salari che, crescendo più dell’inflazione, hanno aumentato il potere d’acquisto dei consumatori.

Riforma costituzionale

La costituzione nipponica del 1947, redatta durante l’occupazione statunitense, non consente al Giappone d’intervenire in teatri di guerra internazionali. Le Forze di autodifesa giapponesi, Jieitai, possono intervenire solo per la difesa del territorio nazionale (come sancisce l’articolo 9 della costituzione). Il primo ministro Shinzo Abe vorrebbe cambiarlo per ridefinire il ruolo delle forze di autodifesa in un contesto geopolitico in continuo mutamento e all’interno di un’area geografica dove le dispute diplomatiche e territoriali, in prevalenza con la Cina, non si sono mai arrestate.

Rapporto con Donald Trump

Shinzo Abe è stato il primo leader straniero a far visita al neo eletto presidente Trump. Il loro incontro è stato molto cordiale, indice di una buona intesa. Se Trump da una parte vuole far venir meno la collaborazione trans pacifica (Ttp) e l’accordo di libero scambio, dall’altra è favorevole allo sviluppo nucleare del paese. La visita del presidente Trump, del 5-6-7 novembre, in Giappone ha confermato che il riarmo del paese asiatico passerà attraverso il “buy american” sulla falsariga dell’Arabia Saudita. Il Giappone, diversamente dal paese del golfo, ha una fiorente industria militare che gioverebbe di un riarmo del paese. Per quello che riguarda la questione nucleare Trump sarebbe favorevole a uno sviluppo atomico di Giappone e Corea del Sud; su questa decisione, però, peserà il veto di Cina e Russia.

Il Giappone di Abe

Il Giappone, immaginato dal suo primo ministro, è un paese forte e in grado di gestire autonomamente la politica regionale, indipendente dall’ombrello nucleare statunitense, quindi dotato di una propria triade nucleare (arsenale atomico  suddiviso tradizionalmente in tre elementi: terrestre, navale e aerea), che potrebbe impensierire la Cina. Con Shinzo Abe al potere, il Giappone potrà finalmente riacquisire il peso strategico che più si addice a una potenza economica regionale, diventando il contrappeso alla politica espansionistica della Cina nel Mar Cinese.

Venti di guerra nel Paese dei cedri

Il Libano al centro delle tensioni in Vicino Oriente

In Siria e in Iraq l’Isis sembra vicino alla sconfitta: la liberazione di Deir ez Zor, l’entrata dell’esercito siriano ad Abu Kamal e la riconquista di Al Qaim da parte degli iracheni hanno segnato un decisivo passo indietro per l’autoproclamato califfato, che sta perdendo le sue ultime importanti roccaforti. L’indubbio successo dei governi di Siria e Iraq, fiancheggiati dalle milizie popolari sciite e da Hezbollah, rinsalda l’influenza regionale dell’Iran, loro potente alleato. Con l’espugnazione delle città in mano all’Isis fra Siria e Iraq, sembra rinascere la cosiddetta mezzaluna sciita, ossia quell’insieme di Paesi in cui gli sciiti mantengono un forte potere, che ora si allarga senza soluzione di continuità dall’Iran al Libano.

Di fronte a questi sviluppi politico-militari, le tensioni fra gli attori regionali si sono infuocate. Al centro dei nuovi scontri geopolitici, che presto potrebbero trasformarsi in militari, vi è il Libano. La stabilità del piccolo Paese affacciato sul Mediterraneo si basa su un fragile compromesso fra le varie componenti religiose e politiche, in cui Hezbollah, il partito-milizia sciita sostenuto dall’Iran, ha un peso decisivo. Un fragile equilibrio che rischia di saltare in seguito agli ultimi avvenimenti. Il 4 novembre durante una visita in Arabia Saudita il primo ministro libanese, il sunnita Saad al-Hariri, si è dimesso dalla carica con un videomessaggio trasmesso dall’emittente televisiva Al Arabiya. Hariri, alleato dei sauditi, ha affermato di temere un complotto contro la sua vita e ha accusato l’Iran ed Hezbollah, alleato del Paese persiano, di destabilizzare il mondo arabo.

Saad al Hariri, primo ministro dimissionario del Libano

Il presidente libanese Michel Aoun, come riporta l’Ansa, ha congelato le dimissioni del primo ministro, affermando che non le accetterà finché non lo incontrerà di persona. Anche il suo partito lo ha invitato a rientrare in Libano, mentre nel Paese crescono la paura e il senso di umiliazione. Dopo le dimissioni Hariri infatti non ha rilasciato ulteriori dichiarazioni e non è ancora tornato in patria, nonostante il governo saudita abbia dichiarato che egli è in stato di libertà. Le autorità libanesi invece nutrono il sospetto che in realtà Hariri sia trattenuto in Arabia Saudita contro la sua volontà, come riporta l’agenzia di stampa Reuters.

Tutto ciò accade in un periodo nel quale l’erede al trono saudita, Mohammed bin Salman, stringe sempre più la sua presa sul potere e inasprisce i toni contro l’influenza dell’Iran nella regione, ottenendo l’approvazione degli Stati Uniti. Il fatto che le dimissioni del primo ministro libanese siano state presentate da Riad e gli sviluppi successivi della vicenda fanno sospettare che l’Arabia Saudita abbia fatto pressioni su Hariri affinché si dimettesse, delusa dal suo operato politico e dal fatto che egli non sia riuscito ad arginare l’influenza di Hezbollah in Libano. Inoltre i sauditi potrebbero aver fatto leva sulla situazione economica di Hariri: l’azienda di famiglia “Saudi Oger”, impresa edilizia con sede a Riad di cui Hariri era presidente, ha chiuso i battenti il 31 luglio 2017, in preda a una difficilissima situazione finanziaria e creditizia.

Preoccupano le dichiarazioni del ministro saudita degli affari del Golfo, al-Sabhan, il quale il 6 novembre ha detto che, a causa delle aggressioni contro il regno saudita da parte dei libanesi di Hezbollah, il governo libanese sarà trattato “come un governo che ha dichiarato guerra contro l’Arabia Saudita” e che “i libanesi devono scegliere tra la pace e schierarsi con Hezbollah”.

Mohammed bin Salman, erede al trono dell’Arabia Saudita

Dichiarazioni ancora più bellicose sono state rivolte dal ministro degli Esteri saudita all’Iran, accusato di fornire armi ai ribelli in Yemen, dopo che un missile balistico proveniente dallo Yemen, dove infuria la guerra civile e dove l’Arabia Saudita è intervenuta militarmente, è stato abbattuto dai sauditi vicino all’aeroporto di Riad.

In seguito alle dimissioni di Hariri, Bahrein e Arabia Saudita hanno chiesto ai propri cittadini residenti in Libano di lasciare il Paese, mentre il primo ministro israeliano Netanyahu ha immediatamente affermato che “le dimissioni di Hariri sono una sveglia per la comunità internazionale” per “fermare l’aggressione iraniana nella regione”, come scrive l’Ansa. Le tensioni al confine fra Israele da una parte ed Hezbollah e Siria dall’altra sono forti, come conferma l’abbattimento di un drone siriano da parte degli israeliani avvenuto presso le alture del Golan nei giorni scorsi. Già il 10 ottobre il ministro della Difesa israeliano Avigdor Liberman affermava che la prossima guerra vedrà Israele impegnato su due fronti, uno a sud e uno a nord, e che Libano e Siria costituiranno un unico fronte settentrionale: “Se una volta parlavamo del fronte libanese, ora non c’è più un fronte simile. C’è il fronte settentrionale. In qualunque sviluppo ci possa essere, sarà un fronte unico, Siria e Libano insieme, Hezbollah, il regime di Assad e tutti i sostenitori del regime di Assad”. Secondo Liberman inoltre l’esercito libanese non è più indipendente, ma è ormai sotto il controllo di Hezbollah.

Il quadro che emerge vede contrapposti da una parte Iran e i suoi alleati regionali e dall’altro lato della barricata Arabia Saudita e Israele, un’accoppiata strana, ma neanche troppo, essendo entrambi i Paesi alleati degli Stati Uniti.

Stati Uniti e Francia hanno espresso “sostegno alla sovranità, all’unità e alla stabilità” del Libano, ma i venti di guerra continuano a soffiare sul Paese dei cedri. E non sembra che ci attendano tempi di bonaccia.

9 novembre 1989: la caduta del muro di Berlino

Sono passati già ventotto anni dalla caduta del muro di Berlino e dalla conseguente dissoluzione dell’Unione Sovietica e dalla vittoria degli Stati Uniti, che rimangono l’unica superpotenza mondiale. Ventotto anni in cui il rapporto tra Federazione russa, creatasi alla fine della guerra fredda, e il blocco occidentale, in particolar modo gli USA, continua ad avere attriti, arrivando in alcuni casi ad una vera e propria contrapposizione. Ad esempio la guerra in Iraq portata avanti dagli Stati Uniti e dai paesi alleati è stata fortemente osteggiata dalla Russia; così come per l’installazione di basi di difesa missilistica in Polonia ha visto l’opposizione della Russia.

Le sorti della guerra fredda

Blocco Occidentale vs. Blocco Orientale

Una volta conclusa la seconda guerra mondiale, la contrapposizione ideologica, politica e militare tra le due potenze principali vincitrici, Stati Uniti e Unione Sovietica, dà il via alla guerra fredda. Per quaranta anni vanno quindi a scontrarsi, però senza mai scoppiare in una vera e propria guerra, quelli che vengono denominati il “blocco occidentale”, formato dagli Stai Uniti e gli alleati della NATO, e il “blocco orientale”, composto dall’Unione Sovietica e gli alleati del Patto di Varsavia. Il simbolo della cortina di ferro, linea di divisione dell’Europa nelle due zone di influenza politica, fu il muro di Berlino. Il muro, fatto costruire il 13 agosto 1961 dalla Repubblica democratica tedesca, filosovietica, e abbattuto il 9 novembre 1989, circondava Berlino Ovest e la separava dalla Germania Est. Questa frontiera era fortificata militarmente e i dati ci riferiscono che circa centocinquanta persone sono state uccise dalla polizia della DDR mentre cercavano di attraversare il muro per raggiungere Berlino Ovest.

Ad ogni modo la guerra fredda vede la contrapposizione di due ideologie politico-economiche: la democrazia-capitalista da una parte e il totalitarismo-comunista dall’altra. Il conflitto tra i due blocchi si esprime in vari campi: militare, spaziale, tecnologico, sportivo. La corsa agli armamenti porta al miglioramento e rafforzamento delle armi di distruzione di massa, una delle preoccupazioni maggiori della guerra fredda, con l’auspicio, da entrambe le parti, che la loro esistenza fosse un deterrente sufficiente per impedire una guerra vera e propria. Allo stesso modo la corsa allo spazio rappresenta una sfida tra le due superpotenze per ottenere sempre maggiori successi spaziali nel lancio di missili, satelliti e nell’allunaggio. Se i sovietici sono i primi a inviare una cagnolina, Laika, nello spazio e un uomo, gli americani sono i primi a mettere a segno lo sbarco sulla Luna.

Dopo la caduta del muro di Berlino si gettano le basi per la riunificazione delle due Germanie, che avviene l’anno successivo. Nel 1991, sciolto il Patto di Varsavia, avviene la dissoluzione dello Stato Sovietico. Oggi sono ventotto anni dalla caduta del muro, ventotto anni in cui non c’è più la divisione tra est e ovest, e sono ventotto anni da quell’evento che ha sancito la fine del regime comunista.

 

Elephant in the room. I problemi non risolti e le stragi che si ripetono

«Un giorno qualunque di scuola superiore. Peccato che non lo è.»

Questo il tagline del film Elephant. Uscito nel 2003 e diretto da Gus Vun Sunt, ha vinto al Festival di Cannes il premio Palma d’oro come miglior film e anche il premio per la miglior regia (tra l’altro la giuria, per assegnare entrambi i riconoscimenti, dovette chiedere una deroga al regolamento che vieta di assegnare tutti e due i primi allo stesso film). Ispirato al massacro avvenuto alla Columbine High School, in America, nel 1999, il titolo allude ad una forma proverbiale inglese “elefante nella stanza”. Quest’espressione è una metafora, la quale indica che una verità per quanto ovvia e appariscente viene però ignorata. Si riferisce quindi ad un problema noto a tutti ma di cui nessuno vuole parlare. Si prende allora come esempio un elefante: se si trova in una stanza è impossibile non notarlo, ma, viene volontariamente ignorato dai presenti che evitano così di affrontare un problema palese.

Tutto apparentemente normale

La narrazione si sviluppa nell’arco di una giornata, apparentemente normale, all’interno di un istituto scolastico. Vengono mostrate in successione le stesse scene ma da punti di vista differenti. I personaggi centrali sono Eric e Alex, due ragazzi con la passione delle armi, che a fine giornata entrano nella scuola e vanno a seminare morte e terrore. Le tematiche toccate sono diverse: la natura, sia a livello uditivo che visivo, con immagini di animali; il distacco dello spettatore, che è come un osservatore onnisciente e indifferente. Si sa già cosa sta per accadere e tutto viene presentato con una freddezza tale da annullare qualsiasi empatia con i personaggi. Questo sembra quasi suggerirci come ormai si è assuefatti dalla violenza. Inoltre la colonna sonora è quasi assente se non per due brani di Beethoven, Sonata al chiaro di luna e Per Elisa, di cui la seconda suonata da uno dei personaggi in scena. Un altro dei temi toccati dal film, quello principale e il più evidente, è l’uso delle armi da fuoco in America. Non viene dato spazio a scene che mostrano l’acquisto di armi perché anch’esso è visto come qualcosa di comune. Come i problemi degli studenti: tra chi è ossessionato dal fisico, chi viene bullizzato, a chi viene emarginato. Gli assassini sono presentati sullo stesso piano degli altri ragazzi. Sembra tutto “normale”. Ed è proprio questo lo scopo del film: mostrare come questo ingombrante problema, questo elefante, presente in America, venga trascurato, ignorato e considerato come una situazione comune e normale. Alla luce di quello che avviene in America, non solo le stragi nelle scuole, ma anche durante i concerti e nei locali, dovrebbe aiutare a riflettere sul bisogno di un cambiamento, in particolar modo per quanto riguarda le questioni sulla gestione delle armi da fuoco. La strage alla Columbine High School non fu la prima e neanche l’ultima, così come le stragi nei concerti oggi giorno non sono casi isolati, ma, tutti questi non dovrebbero essere episodi comuni e normali, piuttosto dovrebbero essere casi rari e possibilmente irripetibili.

Nuovo Retore a Roma 3

E’ il Professor Pietromarchi il nuovo Rettore

Dopo le dimissioni a mezzo stampa, senza alcuna concertazione con gli organi di Governo, dell’ex Rettore della Terza Università di Roma Mario Panizza, all’inizio dell’estate ormai conclusa, la bufera e l’instabilità che hanno afflitto l’Ateneo negli ultimi mesi finalmente sono passate. Giovedì sera si è svolto lo spoglio delle schede per l’elezione del nuovo Rettore dell’Università degli studi Roma Tre: dalle urne, nel testa a testa con il Professor Emanuele Conte, è uscito vincitore il Professor Pietromarchi, già direttore del dipartimento di Lingue e professore di lingua e letteratura francese. A fare la differenza è stato Il voto pressoché unanime della rappresentanza studentesca, l’unica categoria che ha superato il 70% del voto confluito sul professor Pietromarchi, contro la componente docente e TAB spaccata al 50% tra i due candidati. “La volonta di scegliere una linea di condivisione con le altre realtà studentesche è frutto della convinzione di inaugurare una nuova fase di concorde collaborazione al fine di migliorare i servizi offerti agli studenti e rafforzare gli spazi di libertà, di rappresentanza e di iniziativa studentesca. La nostra associazione ha votato compatta, avendo a cuore, come sempre, il migliore interesse dei ragazzi e rinnovando anche in questa occasione il suo impegno pluriennale nel senso di garantire le migliori opportunità possibili a tutti gli studenti che abbiamo l’onere e l’onore di rappresentare” è quanto dichiara la rappresentante degli studenti in Senato Accademico Eleonora Narducci, Presidente incoming della prima associazione studentesca dell’Ateno Progetto Roma 3.
“I migliori auguri di buon lavoro al professor Pietromarchi e sinceri complimenti anche al professor Conte, che nonostante la sconfitta ha raccolto un ampio consenso e che ha speso subito parole di apertura a proseguire tutti insieme un lavoro condiviso per la nostra Università” è quanto Aggiunge Eduardo Vincenzo Isidori, neo-eletto in Consiglio di Amministrazione con la lista Progetto Roma 3.

Amami o faccio un casino!

FUCT, questo l’acronimo dell’ultimo tour di Coez, che slegato sarebbe “faccio un casino tour”.  Faccio un casino è il titolo del suo ultimo cd, uscito a maggio, e anticipato dall’omonimo singolo il 10 marzo. Diventato disco d’oro insieme ad altri suoi singoli, Jet e La musica non c’è, gli ha portato un grande successo sulla scena italiana. Il tour, che è iniziato a giugno e sta giungendo ormai alla fine, ha riscosso grande entusiasmo e grande clamore. Tante date sold out, tanti live strapieni di fan. Coez c’è e il pubblico risponde.

In arte Coez, nella vita Silvano Albanese, nasce in provincia di Salerno ma si trasferisce presto a Roma. All’età di 19 anni avvia la carriera di rapper e insieme a due amici forma il gruppo “Circolo Vizioso”. Poi con l’unione di un altro gruppo rap forma i “Brokenspeakers”. Con questi ultimi raggiunge un certo successo portando avanti collaborazioni con Colle der Fomento, Ghemon, Noyz Narcos. Parallelamente Coez intraprende la carriera da solista pubblicando nel 2009 l’album Figlio di nessuno. Il successo però arriva nel 2013 quando esce per la Carosello Records Non erano fiori, prodotto da Riccardo Senigallia con il quale aveva avviato una stretta collaborazione da un anno. Inizia così la scalata di Coez, che da questo momento comincia a vendere singoli di successo.

“Mi metti in crisi e in questo testo non ti riesco a disegnare. Vorrei portarti al mare, anzi portarti il mare”

Dagli amori più difficili che se non funzionano «faccio un casino», agli occhiali scuri da non dimenticare mai quando non si dorme a casa. Dalle luci della città, che vista dall’alto ci ricorda che questo è un mondo fatto per due e che alla fine ti porta a chiedere «vanno via tutti resti con me?», ad un sentimento bello, sincero, a volte taciturnal, che puoi condividere con qualcuno anche quando la musica non c’è. Dall’erotismo che ti fa scivolare i cliché sul parquet, alla dedica alla mamma, che è la nostra metà migliore. Questi i temi trattati dal cantautore romano, il quale assicura che la pausa dopo la fine del tour migliore di sempre non sarà lunga, e che è pronto ad infiammare ancora la scena musicale.

Lady D: la principessa triste

Pochi giorni fa ricorreva l’anniversario della morte della principessa lady Diana. Il 31 agosto del 1997 moriva in un incidente d’auto a Parigi mentre viaggiava insieme al compagno, l’autista e la guardia del corpo. In tanti, nell’arco di questi 20 anni, si sono chiesti se quello fosse un semplice incidente o se ci fosse dietro un complotto. La certezza che ci rimane, a distanza di tempo, è l’orrore di quella morte avvenuta in quella tragica sera.

La storia di Diana Spencer

La principessa Diana nasce da una delle famiglie più antiche e nobili della Gran Bretagna. All’età di 19 anni conosce Carlo, il principe del Galles, che allora usciva con la sorella di Diana. Un paio di anni dopo iniziano gli incontri tra i due. Sono state poche le uscite che hanno portato al fidanzamento dei due giovani. Fin da subito il matrimonio non fu felice, tanto che, già durante il viaggio di nozze, viene fuori la storia che Carlo portava avanti con Camilla. Dalle testimonianze che Diana lasciò, fuoriesce tutta la tristezza che da sempre fu una fedele compagna durante la sua vita. Le cose non andavano bene, Carlo non era il marito premuroso che Diana si aspettava e la vita di corte non era così bella e fantastica come a sognarla dall’esterno. L’unione tra Diana Spencer e Carlo d’Inghilterra dura dal 1981 al 1985, quando Diana non riesce più a reggere questo rapporto ormai consumato e non sopporta più l’adulterio del principe. Il divorzio venne però ufficializzato nel 1996. Perde quindi anche il titolo di “Altezza reale” ma questo non la spaventa. Fu sempre e comunque una madre premurosa e innamorata dei suoi figli. Mantenne la residenza a Kensington Palace e frequentò altri uomini: al momento della morte era a Parigi insieme all’ultimo compagno Dody Al-Fayed. Nessuno si sarebbe mai immaginato quella fine così tragica e improvvisa. L’auto su cui viaggiavano si schiantò contro il tredicesimo pilone del Pont de l’Alma e non ci furono speranze. La reazione del popolo britannico fu forte e inaspettata, e spinse la casa reale ad accettare le pubbliche esequie. Il giorno del funerale, in cui Elton John, grande amico di Diana, cantò Candle in the wind, tre milioni di persone si riversarono per le strade di Londra per omaggiare quella principessa, ma prima di tutto, quella donna, che era entrata nei cuori di tutto il mondo per la sua bontà, il suo calore, la sua compassione e la sua bellezza.

L’impegno sociale e l’insofferenza nella casa reale

Portò avanti durante la sua vita una grande e appassionata attività di volontariato: diede un grande contributo alle persone più sfortunate e si interessò a cause, tradizionalmente ignorate dalla Casa Reale, come l’AIDS e la lebbra. Ricordiamo inoltre, poco prima della morte, uno scatto di lei che cammina tra le mine antiuomo in Angola, che fece il giro del mondo. Per questo fu anche accusata di essere una “mina vagante”, quando il suo interesse era quello di evitare tutti i danni che queste possono provocare anche molti anni dopo una guerra.

Dalle recenti registrazioni che sono venute fuori sappiamo come la vita della principessa fu caratterizzata da grandi dolori e grandi sofferenze. Lady Diana cercava disperatamente attenzioni da parte del marito, attenzioni che non arrivarono mai. Quella non era la vita che aveva sperato per sé. Questo malessere la portò a soffrire di bulimia nervosa, oltre che di depressione. È considerata come una delle donne più fotografate al mondo, e, per quella sorta di amarezza, di inquietudine che si rinvenivano talvolta nei suoi sguardi, verrà ricordata come La principessa triste.