Amami o faccio un casino!

FUCT, questo l’acronimo dell’ultimo tour di Coez, che slegato sarebbe “faccio un casino tour”.  Faccio un casino è il titolo del suo ultimo cd, uscito a maggio, e anticipato dall’omonimo singolo il 10 marzo. Diventato disco d’oro insieme ad altri suoi singoli, Jet e La musica non c’è, gli ha portato un grande successo sulla scena italiana. Il tour, che è iniziato a giugno e sta giungendo ormai alla fine, ha riscosso grande entusiasmo e grande clamore. Tante date sold out, tanti live strapieni di fan. Coez c’è e il pubblico risponde.

In arte Coez, nella vita Silvano Albanese, nasce in provincia di Salerno ma si trasferisce presto a Roma. All’età di 19 anni avvia la carriera di rapper e insieme a due amici forma il gruppo “Circolo Vizioso”. Poi con l’unione di un altro gruppo rap forma i “Brokenspeakers”. Con questi ultimi raggiunge un certo successo portando avanti collaborazioni con Colle der Fomento, Ghemon, Noyz Narcos. Parallelamente Coez intraprende la carriera da solista pubblicando nel 2009 l’album Figlio di nessuno. Il successo però arriva nel 2013 quando esce per la Carosello Records Non erano fiori, prodotto da Riccardo Senigallia con il quale aveva avviato una stretta collaborazione da un anno. Inizia così la scalata di Coez, che da questo momento comincia a vendere singoli di successo.

“Mi metti in crisi e in questo testo non ti riesco a disegnare. Vorrei portarti al mare, anzi portarti il mare”

Dagli amori più difficili che se non funzionano «faccio un casino», agli occhiali scuri da non dimenticare mai quando non si dorme a casa. Dalle luci della città, che vista dall’alto ci ricorda che questo è un mondo fatto per due e che alla fine ti porta a chiedere «vanno via tutti resti con me?», ad un sentimento bello, sincero, a volte taciturnal, che puoi condividere con qualcuno anche quando la musica non c’è. Dall’erotismo che ti fa scivolare i cliché sul parquet, alla dedica alla mamma, che è la nostra metà migliore. Questi i temi trattati dal cantautore romano, il quale assicura che la pausa dopo la fine del tour migliore di sempre non sarà lunga, e che è pronto ad infiammare ancora la scena musicale.

Lady D: la principessa triste

Pochi giorni fa ricorreva l’anniversario della morte della principessa lady Diana. Il 31 agosto del 1997 moriva in un incidente d’auto a Parigi mentre viaggiava insieme al compagno, l’autista e la guardia del corpo. In tanti, nell’arco di questi 20 anni, si sono chiesti se quello fosse un semplice incidente o se ci fosse dietro un complotto. La certezza che ci rimane, a distanza di tempo, è l’orrore di quella morte avvenuta in quella tragica sera.

La storia di Diana Spencer

La principessa Diana nasce da una delle famiglie più antiche e nobili della Gran Bretagna. All’età di 19 anni conosce Carlo, il principe del Galles, che allora usciva con la sorella di Diana. Un paio di anni dopo iniziano gli incontri tra i due. Sono state poche le uscite che hanno portato al fidanzamento dei due giovani. Fin da subito il matrimonio non fu felice, tanto che, già durante il viaggio di nozze, viene fuori la storia che Carlo portava avanti con Camilla. Dalle testimonianze che Diana lasciò, fuoriesce tutta la tristezza che da sempre fu una fedele compagna durante la sua vita. Le cose non andavano bene, Carlo non era il marito premuroso che Diana si aspettava e la vita di corte non era così bella e fantastica come a sognarla dall’esterno. L’unione tra Diana Spencer e Carlo d’Inghilterra dura dal 1981 al 1985, quando Diana non riesce più a reggere questo rapporto ormai consumato e non sopporta più l’adulterio del principe. Il divorzio venne però ufficializzato nel 1996. Perde quindi anche il titolo di “Altezza reale” ma questo non la spaventa. Fu sempre e comunque una madre premurosa e innamorata dei suoi figli. Mantenne la residenza a Kensington Palace e frequentò altri uomini: al momento della morte era a Parigi insieme all’ultimo compagno Dody Al-Fayed. Nessuno si sarebbe mai immaginato quella fine così tragica e improvvisa. L’auto su cui viaggiavano si schiantò contro il tredicesimo pilone del Pont de l’Alma e non ci furono speranze. La reazione del popolo britannico fu forte e inaspettata, e spinse la casa reale ad accettare le pubbliche esequie. Il giorno del funerale, in cui Elton John, grande amico di Diana, cantò Candle in the wind, tre milioni di persone si riversarono per le strade di Londra per omaggiare quella principessa, ma prima di tutto, quella donna, che era entrata nei cuori di tutto il mondo per la sua bontà, il suo calore, la sua compassione e la sua bellezza.

L’impegno sociale e l’insofferenza nella casa reale

Portò avanti durante la sua vita una grande e appassionata attività di volontariato: diede un grande contributo alle persone più sfortunate e si interessò a cause, tradizionalmente ignorate dalla Casa Reale, come l’AIDS e la lebbra. Ricordiamo inoltre, poco prima della morte, uno scatto di lei che cammina tra le mine antiuomo in Angola, che fece il giro del mondo. Per questo fu anche accusata di essere una “mina vagante”, quando il suo interesse era quello di evitare tutti i danni che queste possono provocare anche molti anni dopo una guerra.

Dalle recenti registrazioni che sono venute fuori sappiamo come la vita della principessa fu caratterizzata da grandi dolori e grandi sofferenze. Lady Diana cercava disperatamente attenzioni da parte del marito, attenzioni che non arrivarono mai. Quella non era la vita che aveva sperato per sé. Questo malessere la portò a soffrire di bulimia nervosa, oltre che di depressione. È considerata come una delle donne più fotografate al mondo, e, per quella sorta di amarezza, di inquietudine che si rinvenivano talvolta nei suoi sguardi, verrà ricordata come La principessa triste.

 

  

Ultimi sviluppi militari della Coalizione anti-ISIS

Le truppe irachene, quelle siriane e le milizie curde avanzano su tutti i fronti. Le linee di rifornimento del Califfato sono compromesse mentre l’aviazione russa colpisce senza pietà.

 

Le forze dell’ISIS continuano a subire l’iniziativa degli eserciti della Coalizione su tutti i fronti, sebbene le aeree urbane semidistrutte rendano la difesa a oltranza molto più facile per i guerriglieri del Califfato. A Raqqa, l’ufficiosa capitale dello Stato islamico, i miliziani sono stati respinti da circa il 60% dell’abitato, ormai completamente accerchiati e privi di qualsiasi linea di comunicazione. La cittadina di Tal Afar, a ovest di Mosul, ultimo caposaldo ISIS nella zona del nord Iraq, sta per essere definitivamente liberata e le linee di rifornimento degli islamisti stanno per essere tagliate dall’esercito siriano a Deir er Zor?. Ma andiamo con ordine ad analizziamo la situazione dal punto di vista strategico.

L’assedio di Mosul non si è ancora concluso: la lotta per Tar Afar

Nel mese di maggio, quando si capiva che a Mosul la situazione sarebbe diventata disperata, le forze ISIS hanno fatto affluire truppe in una cittadina chiamata Tal Afar, a circa 60 Km a ovest di Mosul. L’idea era quella di creare una seconda linea di difesa più arretrata, che permettesse di rendere da un lato difficoltoso il completo accerchiamento di Mosul da parte delle forze curde, e dall’altro di successivamente rallentare l’avanzata della coalizione verso ovest: questo perché a dividere il confine fra Iraq e Siria vi è solo una distesa semi desertica relativamente facile da attraversare per le forze della coalizione, in quanto le limitate risorse dell’ISIS non permettono una difesa in campo aperto (in primis perché non dispongono di alcun velivolo da contrapporre contro gli attacchi aerei della coalizione). Il 20 agosto è iniziato l’assedio della cittadina, con una guarnigione di miliziani stimata fra i 2.000 e i 4.000 uomini. Ormai l’assedio sta per concludersi, poiché la città è stata quasi completamente circondata: da nord avanzano le truppe curde, mentre da sud le milizie sciite tengono occupati i miliziani e le truppe dell’esercito iracheno avanzano da est con i blindati della Nona Divisione corazzata.

 

Mosul è indicata da un punto rosso in alto a destra. Accanto nella zona grigia isolata è possibile vedere Tal Afar, ormai isolata.

La vittoria a Raqqa passa per il paese di Deir er Zor

Come si può vedere dalla mappa la cittadina di Dei er Zor è uno degli insediamenti attraversati dalla rete stradale che, seguendo il corso dell’Eufrate, permette alle truppe dell’ISIS di far affluire uomini e materiali dal sud verso il fonte nord, in direzione di Raqqa. Ormai da giorni l’esercito siriano combatte per strappare questo caposaldo agli islamisti, così da chiudere del tutto la linea di rifornimento islamista e tagliare in due tronconi il territorio rimanente in mano al Califfato.

Nonostante la sua grande importanza strategica le truppe dell’ISIS non erano mai riuscite a liberare completamente la città, in quanto le due basi militari nella periferia erano sempre rimaste in mano all’esercito siriano, accerchiate dalle truppe islamiche per quasi tre anni. L’ultima grande offensiva lanciata dall’ISIS contro questa irriducibile guarnigione era stata scatenata nel gennaio scorso, ma era stata efficacemente respinta, anche grazie al supporto aereo fornito dall’aviazione russa. Ora la situazione si è rovesciata, e sono le truppe siriane a contendere la città alle milizie islamiche, che perdono costantemente terreno in città.

Un ruolo di primo piano è giocato dall’aviazione russa, che puntualmente offre appoggio e protezione aerea alle truppe di terra siriane: quattro giorni fa un attacco mirato ha permesso di distruggere completamente una colonna di circa 200 miliziani, diretta a supportare i loro compagni asserragliati nel centro della città.Per dare un’idea dell’enorme sforzo sostenuto dall’aviazione russa, il capo del dipartimento generale operativo dello Stato maggiore russo, Serghiei Rudskoi, nella giornata di ieri ha dato una stima delle operazioni condotte in territorio Siriano: sono state compiute 28.000 missioni di combattimento e 90.000 incursioni (ovvero bombardamenti mirati) dall’inizio delle operazioni nel settembre del 2015.

 

 

Il Venezuela sull’orlo della guerra civile

La riforma costituzionale, la caduta del prezzo del greggio, l’inflazione…

Sono ormai giorni che le tragiche notizie provenienti dal Venezuela occupano i titoli di giornali e telegiornali. Il paese latinoamericano si trova a dover fronteggiare una situazione che presenta tutte le caratteristiche dei prodromi di una guerra civile. Ma a ben vedere si trattava di una tragedia annunciata.

Sono passati quattro anni dalla morte di Hugo Chavez, il carismatico ex presidente del Venezuela, colui che negli anni ’90 ha fondato ed instaurato quella particolare forma di socialismo marxista misto a terzomondismo e nazionalismo nota come “Chavismo”. La sua creatura politico-ideologica è stata nel corso degli ultimi anni esportata anche in altri paesi dell’area sudamericana, come ad esempio il Brasile, la Bolivia e l’Ecuador.  Ma nonostante in questi paesi abbia avuto effetti, pur con alti e bassi, generalmente positivi (tanto più se si tiene conto della tormentata storia recente e recentissima di questi paesi), tuttavia è stato proprio il Venezuela a mancare gli obbiettivi che il chavismo si era proposto.

Il fallimento della presidenza Maduro

Dalla morte del presidente Chavez, la carica di presidente viene ricoperta da Nicolas Maduro, che tante polemiche ha attirato sin dal suo insediamento. Il suo carisma, sicuramente non comparabile a quello del suo predecessore, unito a delle fallimentari politiche economiche portate avanti dal governo ed alla crescente corruzione hanno significato una sempre maggiore calo di popolarità verso il partito, con un conseguente solido rafforzamento dell’opposizione.

Nonostante il Venezuela sia uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio, il Paese versa ormai da quasi due anni in una condizione economica spaventosa: da molti mesi è ormai difficile trovare beni di prima e primissima necessità, perfino nelle città più importanti, come ad esempio Caracas o Maracaibo. In quasi due terzi del Paese l’erogazione di energia elettrica non avviene quotidianamente, mentre in certe zone proprio non arriva più da settimane. Il crollo del prezzo del petrolio e il vertiginoso aumento dell’inflazione non hanno fatto altro che aggravare, seppur drasticamente, una situazione che già da anni appariva quanto meno preoccupante agli osservatori più attenti.

 

Le polemiche intorno alla riforma costituzionale e il ruolo dell’esercito

L’annuncio da parte del presidente Maduro di voler procedere con una profonda riforma costituzionale, tramite l’elezione di una Assemblea costituente votata il 30 luglio scorso, ha portato la tensione politica a livelli mai raggiunti.  Nonostante i partiti di opposizione, che hanno fino all’ultimo momento invitato gli elettori ad astenersi dal voto, abbiano organizzato un proprio “referendum informale” contro la presidenza Maduro ed abbiano raggiunto circa il 98% dei voti, tuttavia non è bastato a convincere il presidente a sospendere la riforma. Il maggior terrore delle opposizioni è l’enorme potere che il presidente potrebbe ottenere dalla riforma, tanto più che i (discussi) procedimenti di elezione dell’Assemblea costituente hanno fatto sì che, nonostante composta da individui provenienti da vari strati della società, tuttavia essa fosse dominata da elementi filo-governativi.

Sarebbe lecito chiedersi per quale motivo un governo così tanto impopolare sia materialmente in grado non solo di restare ancora in carica, ma addirittura di portare aventi una personale revisione della costituzione nazionale. La vera forza del presidente Maduro sta nella fedeltà dei vertici dell’esercito e delle forze di polizia al potere centrale. Durante i quindici anni del presidente Chavez gli ufficiali di grado più e meno elevato hanno avuto modo di creare indisturbati una rete di clientele e di interessi legati a doppio filo con il governo, ed adesso che il governo sta entrando in crisi non sono disposti a rinunciare alla loro posizione tanto facilmente.

 

L’isolamento internazionale

Il 31 luglio gli Stati Uniti hanno imposto delle dure sanzioni economiche al Venezuela a causa dei recenti sviluppi, denunciano il clima di crescente violenza, che le forze armate venezuelane sembrano voler alimentare anziché sopire, e più in generale la pericolosa involuzione antidemocratica del governo. Sono stati drasticamente ridotte sia le esportazioni di greggio verso gli Stati Uniti, sia le importazioni di carburante già raffinato. Il Venezuela sta diventano giorno dopo giorno un attore sempre più isolato, sia sul piano diplomatico che su quello economico. Gli unici amici che ancora sembrano (ma chissà per quanto?) voler sostenere la politica del presidente sono principalmente Cuba, la Bolivia e l’Ecuador, da sempre grandi sostenitori del Venezuela e che ora si trovano a dover fare buon viso a cattivo gioco di fronte alle Nazioni Unite a causa del loro imbarazzante alleato.

Sei gradi di separazione

C’è una teoria in semiotica e sociologia, chiamata appunto “sei gradi di separazione”, la quale ipotizza che ogni persona può essere collegata a qualunque altra persona o cosa al mondo attraverso una catena di conoscenze e relazioni formata da non più di cinque intermediari.

Ora immaginiamo che questi cinque intermediari non ci siano, annullando i gradi di separazione, ecco che nascono i sensate.

I sensate sono persone sconosciute che provengono da tutte le parti del mondo e scoprono di essere collegate tra loro in maniera più che telepatica. Questo è il tema principale di una serie televisiva americana, “Sense8”, ideata dalle sorelle Wachowski. I protagonisti sono otto sconosciuti che si rendono conto pian piano di poter comunicare tra loro. In questa serie televisiva di fantascienza i personaggi non hanno nessun super potere, ma, hanno la capacità di essere in contatto tra loro pur trovandosi a milioni di chilometri di distanza. Un po’ come il gioco del telefono senza fili in cui però il messaggio tra i sensate viene comunicato chiaramente, senza errori di interpretazione.

Questi otto protagonisti scoprono di appartenere ad una cerchia e che nel mondo esistono tante altre cerchie come la loro. Vogliono scoprire anche il perché del loro avanzato livello di empatia, come questa connessione psichica possa permettere loro non solo di parlare ma anche di vedersi, toccarsi e condividere ogni emozione.

“Impossibility is a kiss away from reality”

La bellezza di questa serie sta proprio nel mettere in risalto questa “connessione” che si crea tra le persone, a volte così lontane, e che permette loro di sentirsi così vicine, e mai sole. Vediamo come i protagonisti appartengono a culture, razze, tradizioni completamente differenti eppure nessuno viene escluso per il colore della pelle, per il proprio orientamento sessuale, per delle scelte. Anzi, le parole che spiccano sono “inclusione”, “unità”, “accettazione”, “uguaglianza”, “amore” e tutto ciò che possa portare una persona a sentirsi apprezzata e considerata come merita e non essere vista come diversa. Tutti messaggi che passano attraverso la voce di Amanita, nei profondi discorsi di Nomi, nelle lamentele di Lito e negli insegnamenti di Hernando. E ovviamente poi ci sono i gesti di Will, Riley, Wolfgang, Kala, Sun e Capheus che aiutano ad abbattere i muri della divisione e portano avanti questo inno alla condivisione, all’empatia e la voglia di superare le differenze. Questo è il punto di forza dei sensate che annullano i sei gradi di separazione.

L’intervento della Marina Militare nelle acque libiche.

Martedì verrà presentato alla Camera il nuovo piano di intervento e supporto alla guardia costiera libica.

Ormai la notizia è ufficiale, nel corso della prossima settimana verrà presentato alla Camera la proposta di intervento delle forze navali italiane lungo le coste libiche. Quella che il presidente Gentiloni ha definito come la risposta alle richieste libiche di aiuto tecnico e logistico alla guardia costiera nordafricana potrebbe richiedere uno spiegamento di forze non indifferente.

 

Il 23 luglio il presidente libico al-Sarraj, (l’interlocutore libico riconosciuto dall’ONU e, com’è noto, avversario politico del generale Haftar) aveva inviato una lettera al premier italiano in cui si chiedeva all’Italia di inviare ulteriori supporti logistici alle inadeguate forze della guardia costiera libica. Usiamo il termine “ulteriori” in quanto, oltre alle unità già operative della Guardia Costiera e della Marina Militare, sono presenti nel porto di Misurata alla fonda delle unità italiane, il cui personale militare sta svolgendo un ruolo supporto agli ospedali militari presenti in città, ogni giorno sempre più affollati di feriti delle milizie locali che stanno combattendo contro i guerriglieri islamisti.

 

Il prossimo martedì verrà presentata alla Camera la proposta di intervento, le cui forze ammonteranno ad una nave di assalto anfibio (probabilmente la “San Marco”), forse una fregata fremm di scorta, almeno due corvette, forse due sottomarini e circa 700 fra marinai e fanti di marina.Verranno in seguito, ma nel dettaglio, definite le regole di ingaggio degli uomini impiegati nell’operazione, la loro tutela giuridica (data la peculiare situazione si cercherà di evitare in tutti i modi imbarazzanti conseguenze di eventuali incidenti, in primis per ciò che riguarda le rispettive sfere di competenza e giurisdizione) ed infine le garanzie sul trattamento che verrà riservato ai migranti che verranno eventualmente respinti dalle nostre unità.

 

Fonte: Corriere della Sera

 

Difatti non spetterà direttamente alle navi italiane operare il respingimento, in quanto questo spetterà direttamente alle unità libiche. Lo stesso al-Sarraj ha ribadito la vera natura degli aiuti italiani, in quanto non sarà mai tollerata una qualsiasi attività diretta a ledere la sovranità libica sulle sue acque. Ovviamente bisogna considerare questa ferma posizione del leader libico come una naturale reazione alle numerose critiche mosse da molti degli attori sul palcoscenico della politica interna libica: difficile dire dove finisca l’aiuto e cominci una possibile ingerenza.

 

Nazionalismo israeliano: l’attentato al King David Hotel

Dopo 71 anni, ricordiamo uno dei più sanguinosi attentati legati alla nascita dello Stato di Israele

Questo stesso giorno di 71 anni fa si consumava a Gerusalemme uno dei più sanguinosi attentati della storia della città, ancor oggi purtroppo al centro di tristi cronache di violenze quasi quotidiane. Chi scrive questo articolo non ha intenzione di sollevare aspre quanto sterili polemiche sulla grave situazione mediorientale, ed in particolare riguardo quella palestinese, ma semplicemente cercare di tenere viva la memoria di fatti che l’individuo occidentale tende a dimenticare con facilità, benché di cruciale importanza per poter comprendere l’evoluzione storica del mondo che ci circonda.

Il problema del nazionalismo

Per tentare di chiarire la questione dobbiamo fare un passo indietro: subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale il territorio israelo-palestinese era amministrato dal “Mandato Britannico della Palestina”, nato dagli accordi anglo-francesi sulla spartizione dei territori mediorientali dell’ex Impero ottomano (i celebri e tanto deplorati accordi Sykes-Picot). Il movimento sionista si era scontrato più volte con l’amministrazione britannica, in particolare per ciò che riguardava l’immigrazione ebraica in quei territori, che gli inglesi volevano limitare soprattutto per evitare che si creassero scontri fra la popolazione araba e una comunità ebraica sempre più numerosa. Talune frange armate ultra-nazionaliste del movimento sionista, durante il 1944, erano arrivate addirittura a dichiarare definitivamente guerra agli inglesi: fra di esse vi erano i movimenti dell’Haganah, dell’Irgun e della cosidetta Banda Stern.

Queste formazioni, discostandosi dalle posizioni dell’Agenzia ebraica del futuro presidente israeliano David Ben Gurion, sostenevano un diritto inalienabile della popolazione ebraica sui territori palestinesi, rifiutando ogni compromesso di spartizione e di pari convivenza fra israeliani e palestinesi. Il comportamento inglese, da loro considerato troppo filo-arabo, non poteva essere tollerato.

Il futuro presidente israeliano David Ben Gurion

Operazione “Agatha”

Poiché l’unico modo che queste organizzazioni paramilitari clandestine avevano per finanziarsi adeguatamente erano i furti, le rapine ed i sequestri, le autorità britanniche reagirono lanciando l’operazione “Agatha”, che portò all’arresto, fra il 29 giugno e il 1 luglio del 1946, di quasi 2700 individui appartenenti a queste formazioni, tra cui anche membri dell’Agenzia ebraica. Ottennero inoltre documenti molto compromettenti, che attestavano la collusione dell’Agenzia ebraica con talune azioni dei gruppi terroristici sionisti. Tutti questi documenti vennero portati dai britannici nell’Hotel King David, situato a Gerusalemme Est. Questo edificio, per lungo tempo il più grande e lussuoso hotel di tutta la città, in quel periodo era la sede del quartier generale dell’amministrazione civile e militare britannica per la Palestina, comprendente anche un ospedale militare allestito durante la guerra.

Ritenuto ormai da tutti un atto di rappresaglia per quegli arresti, e più in generale per l’atteggiamento tenuto dal governo inglese, il 22 luglio un gruppo di membri dell’Irgun e della banda Stern fecero detonare degli esplosivi nello scantinato dell’Hotel, facendo crollare una intera ala dell’edificio e uccidendo 91 persone fra ebrei, arabi e cittadini britannici.

L’Hotel King David dopo l’esplosione

 

L’enorme numero di vittime fece acquistare a questa azione un triste primato, in quanto rimase per lungo tempo l’attentato più sanguinoso commesso in Medio oriente. Si dovette aspettare la guerra civile in Libano e le stragi per le strade di Beirut per poter raggiungere simili livelli di efferatezza. Oggi, con le quotidiane “notizie dal fronte”, la guerra all’ISIS e la paura diffusa del fondamentalismo islamico può suonare molto strano parlare di attentati commessi non da mussulmani ma una volta tanto dagli stessi israeliani, gli stessi che per lungo tempo hanno rappresentato (apparentemente) l’alleato più sicuro e fidato dell’Occidente nello scacchiere mediorientale. Un piccolo seppur importante tassello nell’immenso mosaico della storia, che tuttavia ci insegna che le cose non sono mai tutte bianche o tutte nere, ma solo che esistono infinite sfumature di grigio.

 

Il corpo grida “ curvy ! “

Da qualche tempo sta avvenendo una grande e poco silenziosa rivoluzione.Stiamo parlando della battaglia del corpo che grida “ curvy ! “

Se si parla di aspetto fisico non si può non pensare ad uno dei più potenti mezzi di comunicazione odierni : la moda. E’ dall’unione di questi due fattori, corpo e moda, che prende vita la lotta di molte donne curvy. In una società che ci vuole sempre più magri,atletici e stereotipati molte modelle e influencer plus size hanno cominciato a trasmettere un’immagine positiva di qualunque tipo di corpo. Prima tra tutte la modella statunitense Ashley Graham, che lo scorso maggio ha pubblicato la sua prima autobiografia intitolata ” A New Model, what confidence, beauty and power really look like.” Scritta a quattro mani con la scrittrice Rebecca Paley, l’autobiografia della giovane modella ci racconta che avere qualche chilo in più non è cosa semplice, anche se il mondo ti chiama «curvy» ma che con un po’ di buon senso,determinazione e un pizzico di autostima si possono abbattere molti preconcetti e sentirsi bene con se stessi. Il desiderio di essere accettati per quello che si è, non è cosa sessista e ce lo dimostra Ryan Dziadul,publicist di New York, 35 anni, uomo curvy. Può suonar strano sentirlo dire di un uomo, ma Ryan è plus size, e ha iniziato anche lui una battaglia di civiltà a partire dal suo profilo Instagram. Rayan vuole che la moda maschile si accorga degli uomini dalle taglie forti come quella femminile ha fatto da tempo. Stanno abbattendo uno a uno gli stereotipi sulla bellezza, le donne, e le idee ormai radicali della concezione corporale.

“Perché la stessa cosa non succede per gli uomini?”, si chiede Ryan. All’incirca un anno e mezzo fa, Ryan si accorge di come ,soprattutto sui social, ci siano pochissimi uomini che sostengono un pensiero body positive. “Ho lavorato per 10 anni nella moda”, racconta Ryan, “e ho notato come ci fosse un movimento femminile che cominciava a mostrare corpi non magri, felici, con uno stile invidiabile. Per gli uomini, invece, niente”.”Prima di decidermi a fare qualcosa”, continua Ryan, “mi vergognavo anche a dire la mia taglia nei negozi”. Ryan infatti si definisce “un uomo XXL in un mondo slim fit”. Poi però qualcosa è cambiato. ”Voglio dare una mano ad accettarsi a tutti gli uomini taglie forti come me”, dice Ryan, “è un processo lento, io ci ho messo un anno e mezzo, ma con l’aiuto della moda e dei look giusti, ho imparato ad accettarmi per come sono”.

Ryan Dziadul, Ashley Graham e molti altri personaggi noti e non, hanno davvero trovato la chiave di successo per sentirsi liberi dai pregiudizi e sicuri di se stessi,lo hanno fatto per loro stessi ma anche per tutti noi. Essere positivi ed imparare ad amarsi ci renderà desiderati e desiderabili, non nascondiamoci dietro a false maschere

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I due nuovi gioielli della Royal Navy

La HMS Queen Elizabeth e la HMS Prince of Wales: l’orgoglio della Marina del Re

“The Royal Navy guards the freedom of us all” recitava un celebre manifesto di propaganda britannico durante la seconda guerra mondiale. La fama di grandezza ed invincibilità della marina inglese rimane intatta dopo oltre quattrocento anni di vittorie memorabili ed eroiche imprese. Ancora oggi, nonostante l’Impero sia già tramontato, la Royal Navy continua ad essere al centro delle attenzioni del paese: lo dimostra lo sforzo economico e materiale portato avanti nella costruzione delle due nuove arrivate nella flotta inglese, ovvero le portaerei HMS Queen Elizabeth ed HMS Prince of Wales.

Mentre la Prince of Wales (nome già appartenuto ad una corazzata affondata dai giapponesi nel 1941) deve ancora essere ultimata, la gemella Queen Elizabeth sta per terminare le prime prove operative in mare. Entro il prossimo anno verrà equipaggiata della componente aerea e diverrà pienamente operativa entro il 2020, anno in cui è previsto anche il varo della Prince of Wales. Queste due portaerei, la cui costruzione ha avuto inizio nel 2009, andranno a sostituire la portaerei HMS Illustrious, dismessa dal servizio nel 2014. Deterranno probabilmente a lungo il primato di unità più grandi mai costruite dalla marina britannica.

 

Componenti e dislocamento

La capienza in termini di componente aerea per entrambe le unità si aggira intorno alle 40 unità, comprendenti caccia intercettori e cacciabombardieri per il bombardamento strategico, anche se sembra si possa raggiungere un massimo di 60 unità. Dopo lunghe discussioni, è stata preferita la tradizionale configurazione STOVL (letteralmente “decollo corto ad atterraggio verticale”) alla CATOBAR (ovvero la ben nota “catapulta”, per ovviare alla lunghezza ridotta dei ponti di decollo): tuttavia, questa ultima configurazione, benché decisamente più costosa, avrebbe permesso alle due unità di dispiegare gli F-35C, invece dei già programmati F35B, e di renderle interoperabili con le portaerei nucleari classe Nimitz stratunitensi e con la Charles De Gaulle francese.

 

Un F35B, la punta di diamante della Fleet Air Arm, l’Aviazione Navale britannica

 

Le 65.000 tonnellate prendono forma in uno scafo dalla lunghezza di 280 metri, un ponte di volo largo 39 metri e circa 600 uomini di equipaggio, ma con una capienza massima di più di 1000 persone. La propulsione è data da 2 turbine a gas Rolls-Royce e 4 generatori diesel, capaci di portare la nave ad una velocità massima di circa 25 nodi, con una autonomia di circa 10.000 miglia marine. Anche in un gioiello dell’ingegneria come questo vi è un piccolo, ma al tempo stesso importante, contributo italiano: le turbine Rolls-Royce sono state prodotte nello stabilimento che la famosa azienda britannica ha costruito a Morra De Sanctis, in Irpinia. Tomas Lehay, responsabile per i programmi navali della ditta, in un’intervista al Corriere della sera, ha speso parole di elogio per gli ingegneri italiani e per la grande capacità competitiva che il nostro Paese ha sempre dimostrato in ambito navale.

Le polemiche più accese si sono avute, nemmeno a dirlo, riguardo i costi: la sola Queen Elizabeth ha avuto un costo approssimativo di circa 5,3 miliardi di sterline, ben 2 in più di quelli previsti. Ma se si considerano anche i costi necessari per l’armamento della Prince of Wales, il costo della componente aerea e quello per l’allestimento finale si arrivano a sfiorare i 14 miliardi di sterline.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La generazione “Erasmus” e le lobby

Lo scorso venerdì 7 luglio si è tenuto un incontro nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati, tra studenti universitari e il presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani. Il tema trattato è stato quello delle lobby in Europa e della generazione Erasmus. Tra i duecento presenti, tutti giovani under 30, vi erano varie associazioni come European People, Progetto Roma Tre, Sapienza in Movimento. Questo evento è stato utile per far incontrare realtà esistenti, per conoscersi meglio e per vedere come le associazioni possono aiutarsi le une con le altre.

È intervenuto anche Marco Parroccini, presidente di European People, dicendo di come la sua associazione sia nata tra giovani europeisti con l’obiettivo di riunire persone. Ha mostrato la volontà di dare speranza ai giovani e al loro futuro. Non è la politica che sbaglia, ma, gli interpreti della politica che sbagliano la loro preparazione e il loro lavoro. Ha parlato anche Simone Rebechini, presidente di Sapienza in Movimento, il quale ha spiegato come il mondo dell’associazionismo è tutt’altro che marginale. Il ruolo dell’associazione è fondamentale; la realtà associativa riporta lo studente al centro ed è il riflesso di chi ne fa parte.

Si cerca quindi la possibilità di creare nuove reti e nuovi contatti, di rafforzare la posizione dei giovani. Dove c’è crisi di valori l’associazionismo serve ad arginare.

L’utilità delle associazioni e il bisogno di radunare giovani

Tra gli ospiti intervenuti durante la giornata c’è stata l’onorevole Deborah Bergamini, responsabile della Comunicazione di Forza Italia. “L’unione fa la forza” dice la Bergamini, in un paese che non sempre incoraggia l’unione, avvantaggiando logiche individualistiche che lasciano il tempo che trovano e non riescono a prevalere. Ha raccontato poi la sua esperienza personale: da ragazza ha lasciato l’Italia accettando una borsa di studio in America. Questa è stata una carta in più da inserire nel curriculum e che le ha permesso di svolgere altre attività all’estero. Ovviamente tornata in Italia si è trovata davanti una realtà diversa, dal momento che qui non era cambiato nulla. Da qui la consapevolezza di non poter sovvertire il sistema da sola e la decisione di dedicarsi all’attività politica che l’ha portata in Parlamento. Ci spiega cosa serve per cambiare la realtà intorno a noi. Ci si riunisce in associazioni: persone con la stessa forza, che utilizzano strumenti moderni (come i social) stanno già cambiando le cose. Occorre una fortissima volontà, consapevolezza sociale e occuparsi del futuro.  L’Italia è un paese in cui la popolazione è invecchiata, ecco perché occorre che le istituzioni rappresentative recuperino una capacità di attrazione verso i giovani, che è molto debole e a volte quasi respingente. Per un giovane avvicinarsi alla politica è un percorso ad ostacoli. Ci sono mille modi per fare politica: superare lo scetticismo e guardare l’Europa con meno diffidenza. Ha concluso l’intervento dicendo che bisogna sensibilizzare al senso di appartenenza a questa comunità che è l’Unione Europea e che bisogna spezzare lo stereotipo che l’Italia è un paese poco serio e non molto determinato a difendere il proprio interesse.

La conferenza ha visto inoltre la presenza di altri ospiti, come Frank Silvio Marzano, docente alla facoltà di ingegneria, monsignor Lorenzo Leuzzi, cappellano del Parlamento e l’avvocato Massimo Baldinato. Il primo ci ha parlato della relazione tra spazio, tecnologia e scienza; della ricerca, della formazione e dei giovani; dell’Italia, dell’Europa e del futuro. Il secondo ha ribadito l’importanza dei giovani e il bisogno di una nuova classe dirigente. Infine Massimo Baldinato ha parlato delle lobby e della rappresentanza di interessi a Bruxelles. Presentare il mondo della lobby come mondo di corruttori non aiuta nessuno. Non necessariamente i lobbisti sono dei farabutti, o rappresentanti di grandi aziende, anzi rappresentano anche la Caritas. Il consiglio offerto ai giovani è quello di sapersi muovere come una lobby.

La battaglia contro il populismo e l’anti-europeismo

“I giovani sono il futuro. Non bisogna mai smettere di credere in determinati valori e nella nostra identità europea”

A conclusione della giornata è intervenuto il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani. Ha iniziato il suo discorso affermando che i ragazzi sono il futuro, non devono perdere la speranza e devono essere messi in condizioni di poter realizzare i loro sogni. Ha parlato poi dell’importanza del programma erasmus: ha raccontato la storia di una ragazza che ha partecipato a questo progetto, grazie ad un finanziamento dell’Unione europea, e una volta finito è diventata un’imprenditrice. L’importanza di conoscere almeno due lingue, dell’impresa agricola che può creare lavoro, dato che non ci si può basare solo sul mondo della finanza. Non bisogna perdere gli stimoli giovanili, non smettere mai di credere, di avere degli ideali, dei valori che siano dei punti di riferimento. Vale la pena di difendere la nostra identità europea, la nostra storia. Anche il Presidente si è poi espresso sulla questione lobby, reputandole né buone né cattive. Il lobbista è portatore di alcuni interessi, è un ambasciatore. Se questo è un corruttore è un conto, ma se è un portatore di interessi ad un politico, è legittimo. Essere onesto o disonesto è un comportamento che va applicato ad ognuno, non solo al lobbista. Ha terminato dichiarando di non essere contrario alla presenza di questa figura. L’incontro si è alla fine concluso con la consegna di alcune proposte al Presidente Tajani, come: cambiare alcune norme legate al tirocinio, avvicinare le università al mondo del lavoro e rendere i giovani maggiormente protagonisti con strumenti di lobbing.