Simone Pasquini

I colonnelli dello Zimbabwe

A nemmeno una settimana dalle candide promesse del presidente Mnangagwa, la democrazia sembra già lontana anni luce.

Nelle ultime due settimane abbiamo avuto modo di parlare più volte della difficile situazione che sta attraversando lo Zimbabwe, da quando il 15 novembre scorso l’ex presidente Robert Mugabe è stato deposto da un colpo di Stato. Il nuovo Presidente Emmerson Mnangagwa, giurando fedeltà alla Costituzione la scorsa settimana, durante la cerimonia di insediamento, aveva portato una nuova ventata di speranza in un Paese che aveva dovuto sopportare per trenta lunghi anni il giogo della dittatura di Mugabe. Sono passati solo pochi giorni dalle pubbliche promesse di maggiore libertà e democrazia per il popolo dello Zimbabwe, eppure Mnangagwa è già riuscito a smorzare la fiamma della speranza.

Un rimpasto con le stesse facce

Nella giornata di ieri sono stati resi noti i nomi dei membri del nuovo governo, nel quale figurano da un lato alcune vecchie conoscenze dei precedenti governi Mugabe. Tanto per citare uno dei più discussi, Patrick Chinamasa, ex ministro delle finanze e riconfermato da Mnangagwa nello stesso ruolo, è stato più volte ritenuto coinvolto in episodi di corruzione e peculato (come avvenne, ad esempio, nel 2003, quando fece arrestare Peter Baker, un contadino di origini europee che si era rifiutato di vendere la Ministro la sua fattoria).

“Vogliamo i colonnelli!”

Per quanto riguarda l’apporto delle Forze Armate, il Capo di Stato Maggiore Costantino Chiwenga, braccio del fatidico Colpo di Stato del 15 novembre, è stato riconfermato Capo delle Forze Armate, mentre il generale Sibussio Moyo, il “volto” che due settimane fa annunciò sulla rete nazione lo svolgimento del Colpo di Stato (o meglio, che annunciò lo svolgimento di una “pacifica transizione” al vertice), è stato nominato Ministro degli Esteri.

Ma forse il nome più controverso è quello del Comandante dell’Aviazione militare dello Zimbabwe, Perence Shiri, nominato Ministro dell’Agricoltura e dello sviluppo rurale: tra il 1983 e il 1984, durante la sanguinosa guerra civile che precedette la presa di potere di Mugabe, Shiri comandava la famigerata Quinta Brigata zimbawiana, che si rese colpevole di omicidi, furti, stupri ed altri efferati crimini nei confronti della popolazione del Metabeleland (una regione dello Zimbabwe occidentale). Nel 2002 l’Unione Europea annunciò che non avrebbe più ammesso sul proprio suolo il Comandante. L’anno successivo il presidente G. W. Bush ha congelato i beni e la liquidità di Shriri sul territorio statunitense.

La delusione accomuna tutta la società civile

Nessuno può negare che la popolazione abbia reagito molto male all’impostazione che il nuovo Presidente sembra voglia dare al Paese, inerendosi nel solco di quella che ormai può considerarsi una tradizione nello Zimbabwe, ossia tutto il potere nelle mani di chi meglio sa gestire le forze di sicurezza. L’organizzazione dei sindacati, attraverso il suo Segretario generale, ha fatto saper pubblicamente la sua profonda delusione riguardo gli ultimi sviluppi, e perfino la “Confindustria” zimbawiana, la CZI, pur approvando a denti stretti il nuovo esecutivo ha affermato di aver sperato in una diversa composizione del Gabinetto presidenziale.

Soprattutto si sperava in scelte incisive nel settore minerario, poiché non solo il direttore dei giacimenti diamantiferi statali, nominato a suo tempo da Mugabe, è stato riconfermato da Mnangagwa nei suoi uffici, ma anche perché è ben noto che la Cina ha da tempo ottenuto tramite una joint venture il controllo di gran parte dell’estrazione mineraria nel Paese. Imprenditori pubblici e privati cinesi sono riusciti, anno dopo anno, a monopolizzare il settore delle materie prime. L’unica cosa che ci è possibile fare in questa sede è sperare che, per il bene del popolo dello Zimbabwe, un giorno i diamanti, il rame e le altre preziose risorse dell’Africa centrale possano davvero portare benessere al Paese, invece che costituire la causa principale delle sue disgrazie.

La fine di Mugabe

Nella giornata di ieri l’ex Presidente Emmerson Mnangagwa ha prestato giuramento solenne, sarà il nuovo Presidente.

Già la scorsa settimana avevamo avuto modo di parlare della particolare situazione in che si trova a vivere la Repubblica dello Zimbabwe. Gli sviluppi degli ultimi giorni hanno reso necessario un ulteriore aggiornamento.

Il 21/11 Emmerson Mnangagwa, ex vicepresidente del deposto dittatore Robert Mugabe, era stato nominato presidente ad interim nella speranza di dare una parvenza di legalità a quello che a tutti gli effetti si configura come un colpo di stato compiuto materialmente dall’esercito. Tuttavia, è di ieri la notizia che Mnangagwa, con cerimonia solenne, ha pronunciato il suo giuramento come nuovo presidente dello Zimbabwe. Il deposto presidente Mugabe e sua moglie Grace sarebbero in questo momento tenuti in custodia dall’esercito nella loro villa fuori dalla capitale Harare.

Prima contro gli inglesi e poi contro i nemici interni

Emmerson Mnangagwa è stato uno dei più stretti collaboratori di Mugabe sin dal suo primo governo, nel 1980. L’esperienza che aveva maturato negli anni di lotta contro la minoranza bianca al potere nel Paese subito dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna (all’epoca lo Zimbabwe si chiamava Rhodesia) tornarono molto utili all’ex presidente Mugabe durante i sette anni di guerra che seguirono il suo insediamento. Fu in questo contesto che Mnangagwa fu accusato di estrema brutalità nei confronti degli avversari e della popolazione civile, tanto da guadagnarsi il soprannome “il coccodrillo”. Più volte ministro nei governi di Mugabe, ha ricoperto anche la carica di Vicepresidente dal 2014 al 2017, quando cadde in disgrazia in seguito ad accuse di slealtà e cospirazione ai danni dell’ex Presidente.

La rapida discesa di Mugabe verso la morte politica

Ma torniamo ai giorni nostri. All’indomani del colpo di Stato, Mugabe rimane fermo sulle sue posizioni e continua a non voler cedere alle pressioni dei militari, sostenendo di voler terminare il suo mandato, la cui scadenza si sarebbe avuta nel luglio del 2018. Il 17/11, come avevamo già avuto modo di dire, l’ex Presidente appare pubblicamente all’università di Harare presenziando ad una cerimonia di laurea, probabilmente per poter dare una parvenza di ordine ad una situazione ancora poco chiara. Due giorni dopo, in seguito alla sua espulsione dal partito, Mugabe dichiara pubblicamente di volersi dimettere, salvo poi ritrattare durante una sua apparizione serale sulla rete nazionale. Sarà solo nella giornata del 21 che Muagbe rassegnerà definitivamente le sue dimissioni. Nei tre giorni successivi Mnangagwa, che come abbiamo detto era stato subito nominato Presidente ad interim, concerta la sua azione politica con Costantino Chiwenga, Capo di Stato Maggiore dell’esercito ed esecutore materiale del colpo di Stato, così da poter completare l’opera di rimozione di tutti i fedelissimi del deposto Mugabe.

Da “coccodrillo” a Presidente

Nella giornata di ieri, durante il giuramento solenne del nuovo Presidente, Mnangagwa ha ribadito l’auspicio che aveva già proferito tre giorni prima: dopo aver ringraziato l’esercito per aver evitato, con il suo intervento, l’instaurazione di una “dinastia familiare” al vertice del Paese, ha affermato di confidare in una pacifica transizione verso la democrazia, coronata da un’elezione presidenziale veramente libera e democratica. La cornice di questa importante giornata è stata data dalla popolazione che ha affollato le strade per festeggiare il cambio di regime. Una reazione tutt’altro che inedita se si considera che la reazione della cittadinanza di Harare, che alla notizia della presa in custodia di Mugabe una settimana fa si è riversata nelle strade per festeggiare e, in certi casi, a fraternizzare con i militari che avevano occupato i centri nevralgici della città; o ancora se si considera la reazione del Parlamento il quale, nella giornata del 19, è letteralmente esploso di gioia alla notizia dell’espulsione dell’ex presidente dal partito di governo.

Ovviamente non possiamo sapere con certezza se il popolo dello Zimbabwe, dopo trent’anni di oppressione portata aventi da Mugabe grazie allo stesso esercito che lo ha destituito, si stia realmente avviando verso l’emancipazione democratica. Ma quando è l’esercito a portare cambiamenti nel panorama politico è sempre lecito dubitare

 

L’esercito al potere in Zimbabwe

 

Le truppe occupano la capitale Harare mentre il presidente Mugabe viene sottoposto alla custodia dell’esercito

E’ ormai di dominio pubblico la notizia che la Repubblica dello Zimbabwe, nella notte fra il 14 e il 15 novembre, è stata scossa ai suoi vertici da un colpo di stato, per il momento pare non cruento, ai danni dell’ultranovantenne presidente Robert Mugabe. Dopo continue indiscrezioni ed ipotesi sulla sua condizione e su quella della giovane moglie Grace, nella giornata di ieri il Presidente è apparso in pubblico presso l’università della capitale Harare, per presenziare a delle cerimonie di laurea. I militari, nella persona del Capo di Stato Maggiore Costantino Chiwenga, hanno assicurato che si stanno facendo “progressi significativi” per il superamento della crisi.

          Foto del Presidente Mugabe durante una parata militare

La dura lotta contro i colonizzatori inglesi e contro l’apartheid

Robert Mugabe diviene nel 1980 Primo Ministro dello Zimbabwe ( o meglio dello Zimbabwe Rhodesia, come era conosciuto il Paese subito dopo la fine del regime di apartheid che aveva oppresso gran parte della popolazione nei 20 anni precedenti). In seguito ad una feroce lotta contro gli oppositori politici del suo partito, che portò a svariate decine di migliaia di morti in pochi anni, nel 1987 diventa Presidente della Repubblica grazie al fondamentale appoggio dei militari. Se nei sette anni in cui aveva ricoperto la carica di Primo Ministro aveva dato avvio a delle politiche di vago stampo marxista-leninista, una volta divenuto Presidente avviò una sistematica opera di accentramento del potere e di personalizzazione delle vicende politiche del Paese. In particolare, fra l’inizio degli anni ‘90 e i primi anni duemila, Mugabe è stato accusato da più parti di perpetrare sistematicamente violazioni dei diritti umani (nonché essere stato accusato di un uso ritorsivo dell’AIDS, forse la piaga più grave del Paese africano, tramite stupri commessi regolarmente dai suoi miliziani durante i conflitti nella metà degli anni ’80).

A quanto pare l’incontrastato dominio del Deus Mugabe (pare che in un’occasione ufficiale abbia proferito “Solo Dio può destituirmi”) si è fermato nella notte fra martedì e mercoledì scorso, quando una ben organizzata operazione su larga scala dell’esercito ha occupato i punti chiave della capitale Harare, mentre un graduato dell’esercito appariva sulla rete nazionale annunciando che quello che stava avvenendo non era un colpo di Stato, ma una “misura correttiva” per poter neutralizzare “i criminali attorno al Presidente”. Fatto sta che nella giornata di ieri, come riferisce l’ANSA, tutte e dieci le sezioni provinciali del partito di Governo ZANU-Pf si sono espresse per le dimissioni del presidente Mugabe.

Contrasti politici e consorti ingombranti

Ma ancor prima che lo stupore per queste pur gravi prese di posizione da parte del mondo politico, sorge spontaneo il dubbio riguardo l’esercito: perché le forze militari, che hanno permesso a Mugabe di mantenere saldamente il controllo del suo Paese per trenta lunghi anni, si sono sollevate sequestrando il loro comandante in capo ed arrestando importanti membri del governo, fra cui il Ministro delle Finanze?

Forse il passo falso di Mugabe è stato quello di aver improvvisamente silurato, la settimana scorsa, il suo fidato ex-vicepresidente Emmerson Mnangagwa, detto “il coccodrillo”, accusato di tramare contro il potere Presidenziale. Mnangagwa è stato costretto a riparare in Sudafrica, ma alcune indiscrezioni, riportate come ufficiose dall’agenzia Reuters, affermano il suo ritorno in Zimabwe a seguito del colpo di Stato.

Da non sottovalutare è anche il diffuso malcontento verso la seconda consorte del Presidente Mugabe, la sua ex segretaria Grace Marufu, la quale ha creato un’organizzazione parallela al partito ZANU-Pf ma formata da membri del partito stesso, denominata G40 (Generation 40), istituita allo scopo di operare una graduale sostituzione dei vecchi dirigenti e quadri dello ZANU.

                        Emmerson Mnangagwa, ritratto a destra del Presidente

La Cina è vicina

Per concludere il quadro, nella giornata di giovedì la nota testata giornalistica “Il Giornale”, riportando non meglio precisate “indiscrezioni”, avanza l’ipotesi secondo cui la miccia che ha fatto esplodere una polveriera di tensioni sia stata accesa dalla Cina: oltre a possedere un sottosuolo molto ricco di vari metalli, la più remunerativa fonte di reddito per la Repubblica sono le sue miniere di diamanti, che già a suo tempo fecero gola ai colonizzatori inglesi. Non è un segreto che la Cina, tramite una joint venture, abbia già da tempo acquisito il controllo dei giacimenti diamantiferi, capaci di generare un profitto di circa 200 milioni di dollari al mese. Effettivamente potrebbe ritenersi più di una semplice coincidenza il fatto che il generale Chiwenga, capo dei golpisti, la settimana scorsa si trovasse in Cina per un incontro con il suo omologo cinese Fan Changlong. La Cina avrebbe promesso ai dirigenti politici del partito ZANU maggiori libertà nello sfruttamento delle miniere rispetto a quelle che il Presidente Mugabe si era sempre limitato a concedere.

                              Il Capo di Stato Maggiore Costantino Chiwenga

 

 

Ultimi sviluppi militari della Coalizione anti-ISIS

Le truppe irachene, quelle siriane e le milizie curde avanzano su tutti i fronti. Le linee di rifornimento del Califfato sono compromesse mentre l’aviazione russa colpisce senza pietà.

 

Le forze dell’ISIS continuano a subire l’iniziativa degli eserciti della Coalizione su tutti i fronti, sebbene le aeree urbane semidistrutte rendano la difesa a oltranza molto più facile per i guerriglieri del Califfato. A Raqqa, l’ufficiosa capitale dello Stato islamico, i miliziani sono stati respinti da circa il 60% dell’abitato, ormai completamente accerchiati e privi di qualsiasi linea di comunicazione. La cittadina di Tal Afar, a ovest di Mosul, ultimo caposaldo ISIS nella zona del nord Iraq, sta per essere definitivamente liberata e le linee di rifornimento degli islamisti stanno per essere tagliate dall’esercito siriano a Deir er Zor?. Ma andiamo con ordine ad analizziamo la situazione dal punto di vista strategico.

L’assedio di Mosul non si è ancora concluso: la lotta per Tar Afar

Nel mese di maggio, quando si capiva che a Mosul la situazione sarebbe diventata disperata, le forze ISIS hanno fatto affluire truppe in una cittadina chiamata Tal Afar, a circa 60 Km a ovest di Mosul. L’idea era quella di creare una seconda linea di difesa più arretrata, che permettesse di rendere da un lato difficoltoso il completo accerchiamento di Mosul da parte delle forze curde, e dall’altro di successivamente rallentare l’avanzata della coalizione verso ovest: questo perché a dividere il confine fra Iraq e Siria vi è solo una distesa semi desertica relativamente facile da attraversare per le forze della coalizione, in quanto le limitate risorse dell’ISIS non permettono una difesa in campo aperto (in primis perché non dispongono di alcun velivolo da contrapporre contro gli attacchi aerei della coalizione). Il 20 agosto è iniziato l’assedio della cittadina, con una guarnigione di miliziani stimata fra i 2.000 e i 4.000 uomini. Ormai l’assedio sta per concludersi, poiché la città è stata quasi completamente circondata: da nord avanzano le truppe curde, mentre da sud le milizie sciite tengono occupati i miliziani e le truppe dell’esercito iracheno avanzano da est con i blindati della Nona Divisione corazzata.

 

Mosul è indicata da un punto rosso in alto a destra. Accanto nella zona grigia isolata è possibile vedere Tal Afar, ormai isolata.

La vittoria a Raqqa passa per il paese di Deir er Zor

Come si può vedere dalla mappa la cittadina di Dei er Zor è uno degli insediamenti attraversati dalla rete stradale che, seguendo il corso dell’Eufrate, permette alle truppe dell’ISIS di far affluire uomini e materiali dal sud verso il fonte nord, in direzione di Raqqa. Ormai da giorni l’esercito siriano combatte per strappare questo caposaldo agli islamisti, così da chiudere del tutto la linea di rifornimento islamista e tagliare in due tronconi il territorio rimanente in mano al Califfato.

Nonostante la sua grande importanza strategica le truppe dell’ISIS non erano mai riuscite a liberare completamente la città, in quanto le due basi militari nella periferia erano sempre rimaste in mano all’esercito siriano, accerchiate dalle truppe islamiche per quasi tre anni. L’ultima grande offensiva lanciata dall’ISIS contro questa irriducibile guarnigione era stata scatenata nel gennaio scorso, ma era stata efficacemente respinta, anche grazie al supporto aereo fornito dall’aviazione russa. Ora la situazione si è rovesciata, e sono le truppe siriane a contendere la città alle milizie islamiche, che perdono costantemente terreno in città.

Un ruolo di primo piano è giocato dall’aviazione russa, che puntualmente offre appoggio e protezione aerea alle truppe di terra siriane: quattro giorni fa un attacco mirato ha permesso di distruggere completamente una colonna di circa 200 miliziani, diretta a supportare i loro compagni asserragliati nel centro della città.Per dare un’idea dell’enorme sforzo sostenuto dall’aviazione russa, il capo del dipartimento generale operativo dello Stato maggiore russo, Serghiei Rudskoi, nella giornata di ieri ha dato una stima delle operazioni condotte in territorio Siriano: sono state compiute 28.000 missioni di combattimento e 90.000 incursioni (ovvero bombardamenti mirati) dall’inizio delle operazioni nel settembre del 2015.

 

 

Il Venezuela sull’orlo della guerra civile

La riforma costituzionale, la caduta del prezzo del greggio, l’inflazione…

Sono ormai giorni che le tragiche notizie provenienti dal Venezuela occupano i titoli di giornali e telegiornali. Il paese latinoamericano si trova a dover fronteggiare una situazione che presenta tutte le caratteristiche dei prodromi di una guerra civile. Ma a ben vedere si trattava di una tragedia annunciata.

Sono passati quattro anni dalla morte di Hugo Chavez, il carismatico ex presidente del Venezuela, colui che negli anni ’90 ha fondato ed instaurato quella particolare forma di socialismo marxista misto a terzomondismo e nazionalismo nota come “Chavismo”. La sua creatura politico-ideologica è stata nel corso degli ultimi anni esportata anche in altri paesi dell’area sudamericana, come ad esempio il Brasile, la Bolivia e l’Ecuador.  Ma nonostante in questi paesi abbia avuto effetti, pur con alti e bassi, generalmente positivi (tanto più se si tiene conto della tormentata storia recente e recentissima di questi paesi), tuttavia è stato proprio il Venezuela a mancare gli obbiettivi che il chavismo si era proposto.

Il fallimento della presidenza Maduro

Dalla morte del presidente Chavez, la carica di presidente viene ricoperta da Nicolas Maduro, che tante polemiche ha attirato sin dal suo insediamento. Il suo carisma, sicuramente non comparabile a quello del suo predecessore, unito a delle fallimentari politiche economiche portate avanti dal governo ed alla crescente corruzione hanno significato una sempre maggiore calo di popolarità verso il partito, con un conseguente solido rafforzamento dell’opposizione.

Nonostante il Venezuela sia uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio, il Paese versa ormai da quasi due anni in una condizione economica spaventosa: da molti mesi è ormai difficile trovare beni di prima e primissima necessità, perfino nelle città più importanti, come ad esempio Caracas o Maracaibo. In quasi due terzi del Paese l’erogazione di energia elettrica non avviene quotidianamente, mentre in certe zone proprio non arriva più da settimane. Il crollo del prezzo del petrolio e il vertiginoso aumento dell’inflazione non hanno fatto altro che aggravare, seppur drasticamente, una situazione che già da anni appariva quanto meno preoccupante agli osservatori più attenti.

 

Le polemiche intorno alla riforma costituzionale e il ruolo dell’esercito

L’annuncio da parte del presidente Maduro di voler procedere con una profonda riforma costituzionale, tramite l’elezione di una Assemblea costituente votata il 30 luglio scorso, ha portato la tensione politica a livelli mai raggiunti.  Nonostante i partiti di opposizione, che hanno fino all’ultimo momento invitato gli elettori ad astenersi dal voto, abbiano organizzato un proprio “referendum informale” contro la presidenza Maduro ed abbiano raggiunto circa il 98% dei voti, tuttavia non è bastato a convincere il presidente a sospendere la riforma. Il maggior terrore delle opposizioni è l’enorme potere che il presidente potrebbe ottenere dalla riforma, tanto più che i (discussi) procedimenti di elezione dell’Assemblea costituente hanno fatto sì che, nonostante composta da individui provenienti da vari strati della società, tuttavia essa fosse dominata da elementi filo-governativi.

Sarebbe lecito chiedersi per quale motivo un governo così tanto impopolare sia materialmente in grado non solo di restare ancora in carica, ma addirittura di portare aventi una personale revisione della costituzione nazionale. La vera forza del presidente Maduro sta nella fedeltà dei vertici dell’esercito e delle forze di polizia al potere centrale. Durante i quindici anni del presidente Chavez gli ufficiali di grado più e meno elevato hanno avuto modo di creare indisturbati una rete di clientele e di interessi legati a doppio filo con il governo, ed adesso che il governo sta entrando in crisi non sono disposti a rinunciare alla loro posizione tanto facilmente.

 

L’isolamento internazionale

Il 31 luglio gli Stati Uniti hanno imposto delle dure sanzioni economiche al Venezuela a causa dei recenti sviluppi, denunciano il clima di crescente violenza, che le forze armate venezuelane sembrano voler alimentare anziché sopire, e più in generale la pericolosa involuzione antidemocratica del governo. Sono stati drasticamente ridotte sia le esportazioni di greggio verso gli Stati Uniti, sia le importazioni di carburante già raffinato. Il Venezuela sta diventano giorno dopo giorno un attore sempre più isolato, sia sul piano diplomatico che su quello economico. Gli unici amici che ancora sembrano (ma chissà per quanto?) voler sostenere la politica del presidente sono principalmente Cuba, la Bolivia e l’Ecuador, da sempre grandi sostenitori del Venezuela e che ora si trovano a dover fare buon viso a cattivo gioco di fronte alle Nazioni Unite a causa del loro imbarazzante alleato.

L’intervento della Marina Militare nelle acque libiche.

Martedì verrà presentato alla Camera il nuovo piano di intervento e supporto alla guardia costiera libica.

Ormai la notizia è ufficiale, nel corso della prossima settimana verrà presentato alla Camera la proposta di intervento delle forze navali italiane lungo le coste libiche. Quella che il presidente Gentiloni ha definito come la risposta alle richieste libiche di aiuto tecnico e logistico alla guardia costiera nordafricana potrebbe richiedere uno spiegamento di forze non indifferente.

 

Il 23 luglio il presidente libico al-Sarraj, (l’interlocutore libico riconosciuto dall’ONU e, com’è noto, avversario politico del generale Haftar) aveva inviato una lettera al premier italiano in cui si chiedeva all’Italia di inviare ulteriori supporti logistici alle inadeguate forze della guardia costiera libica. Usiamo il termine “ulteriori” in quanto, oltre alle unità già operative della Guardia Costiera e della Marina Militare, sono presenti nel porto di Misurata alla fonda delle unità italiane, il cui personale militare sta svolgendo un ruolo supporto agli ospedali militari presenti in città, ogni giorno sempre più affollati di feriti delle milizie locali che stanno combattendo contro i guerriglieri islamisti.

 

Il prossimo martedì verrà presentata alla Camera la proposta di intervento, le cui forze ammonteranno ad una nave di assalto anfibio (probabilmente la “San Marco”), forse una fregata fremm di scorta, almeno due corvette, forse due sottomarini e circa 700 fra marinai e fanti di marina.Verranno in seguito, ma nel dettaglio, definite le regole di ingaggio degli uomini impiegati nell’operazione, la loro tutela giuridica (data la peculiare situazione si cercherà di evitare in tutti i modi imbarazzanti conseguenze di eventuali incidenti, in primis per ciò che riguarda le rispettive sfere di competenza e giurisdizione) ed infine le garanzie sul trattamento che verrà riservato ai migranti che verranno eventualmente respinti dalle nostre unità.

 

Fonte: Corriere della Sera

 

Difatti non spetterà direttamente alle navi italiane operare il respingimento, in quanto questo spetterà direttamente alle unità libiche. Lo stesso al-Sarraj ha ribadito la vera natura degli aiuti italiani, in quanto non sarà mai tollerata una qualsiasi attività diretta a ledere la sovranità libica sulle sue acque. Ovviamente bisogna considerare questa ferma posizione del leader libico come una naturale reazione alle numerose critiche mosse da molti degli attori sul palcoscenico della politica interna libica: difficile dire dove finisca l’aiuto e cominci una possibile ingerenza.

 

Nazionalismo israeliano: l’attentato al King David Hotel

Dopo 71 anni, ricordiamo uno dei più sanguinosi attentati legati alla nascita dello Stato di Israele

Questo stesso giorno di 71 anni fa si consumava a Gerusalemme uno dei più sanguinosi attentati della storia della città, ancor oggi purtroppo al centro di tristi cronache di violenze quasi quotidiane. Chi scrive questo articolo non ha intenzione di sollevare aspre quanto sterili polemiche sulla grave situazione mediorientale, ed in particolare riguardo quella palestinese, ma semplicemente cercare di tenere viva la memoria di fatti che l’individuo occidentale tende a dimenticare con facilità, benché di cruciale importanza per poter comprendere l’evoluzione storica del mondo che ci circonda.

Il problema del nazionalismo

Per tentare di chiarire la questione dobbiamo fare un passo indietro: subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale il territorio israelo-palestinese era amministrato dal “Mandato Britannico della Palestina”, nato dagli accordi anglo-francesi sulla spartizione dei territori mediorientali dell’ex Impero ottomano (i celebri e tanto deplorati accordi Sykes-Picot). Il movimento sionista si era scontrato più volte con l’amministrazione britannica, in particolare per ciò che riguardava l’immigrazione ebraica in quei territori, che gli inglesi volevano limitare soprattutto per evitare che si creassero scontri fra la popolazione araba e una comunità ebraica sempre più numerosa. Talune frange armate ultra-nazionaliste del movimento sionista, durante il 1944, erano arrivate addirittura a dichiarare definitivamente guerra agli inglesi: fra di esse vi erano i movimenti dell’Haganah, dell’Irgun e della cosidetta Banda Stern.

Queste formazioni, discostandosi dalle posizioni dell’Agenzia ebraica del futuro presidente israeliano David Ben Gurion, sostenevano un diritto inalienabile della popolazione ebraica sui territori palestinesi, rifiutando ogni compromesso di spartizione e di pari convivenza fra israeliani e palestinesi. Il comportamento inglese, da loro considerato troppo filo-arabo, non poteva essere tollerato.

Il futuro presidente israeliano David Ben Gurion

Operazione “Agatha”

Poiché l’unico modo che queste organizzazioni paramilitari clandestine avevano per finanziarsi adeguatamente erano i furti, le rapine ed i sequestri, le autorità britanniche reagirono lanciando l’operazione “Agatha”, che portò all’arresto, fra il 29 giugno e il 1 luglio del 1946, di quasi 2700 individui appartenenti a queste formazioni, tra cui anche membri dell’Agenzia ebraica. Ottennero inoltre documenti molto compromettenti, che attestavano la collusione dell’Agenzia ebraica con talune azioni dei gruppi terroristici sionisti. Tutti questi documenti vennero portati dai britannici nell’Hotel King David, situato a Gerusalemme Est. Questo edificio, per lungo tempo il più grande e lussuoso hotel di tutta la città, in quel periodo era la sede del quartier generale dell’amministrazione civile e militare britannica per la Palestina, comprendente anche un ospedale militare allestito durante la guerra.

Ritenuto ormai da tutti un atto di rappresaglia per quegli arresti, e più in generale per l’atteggiamento tenuto dal governo inglese, il 22 luglio un gruppo di membri dell’Irgun e della banda Stern fecero detonare degli esplosivi nello scantinato dell’Hotel, facendo crollare una intera ala dell’edificio e uccidendo 91 persone fra ebrei, arabi e cittadini britannici.

L’Hotel King David dopo l’esplosione

 

L’enorme numero di vittime fece acquistare a questa azione un triste primato, in quanto rimase per lungo tempo l’attentato più sanguinoso commesso in Medio oriente. Si dovette aspettare la guerra civile in Libano e le stragi per le strade di Beirut per poter raggiungere simili livelli di efferatezza. Oggi, con le quotidiane “notizie dal fronte”, la guerra all’ISIS e la paura diffusa del fondamentalismo islamico può suonare molto strano parlare di attentati commessi non da mussulmani ma una volta tanto dagli stessi israeliani, gli stessi che per lungo tempo hanno rappresentato (apparentemente) l’alleato più sicuro e fidato dell’Occidente nello scacchiere mediorientale. Un piccolo seppur importante tassello nell’immenso mosaico della storia, che tuttavia ci insegna che le cose non sono mai tutte bianche o tutte nere, ma solo che esistono infinite sfumature di grigio.

 

I due nuovi gioielli della Royal Navy

La HMS Queen Elizabeth e la HMS Prince of Wales: l’orgoglio della Marina del Re

“The Royal Navy guards the freedom of us all” recitava un celebre manifesto di propaganda britannico durante la seconda guerra mondiale. La fama di grandezza ed invincibilità della marina inglese rimane intatta dopo oltre quattrocento anni di vittorie memorabili ed eroiche imprese. Ancora oggi, nonostante l’Impero sia già tramontato, la Royal Navy continua ad essere al centro delle attenzioni del paese: lo dimostra lo sforzo economico e materiale portato avanti nella costruzione delle due nuove arrivate nella flotta inglese, ovvero le portaerei HMS Queen Elizabeth ed HMS Prince of Wales.

Mentre la Prince of Wales (nome già appartenuto ad una corazzata affondata dai giapponesi nel 1941) deve ancora essere ultimata, la gemella Queen Elizabeth sta per terminare le prime prove operative in mare. Entro il prossimo anno verrà equipaggiata della componente aerea e diverrà pienamente operativa entro il 2020, anno in cui è previsto anche il varo della Prince of Wales. Queste due portaerei, la cui costruzione ha avuto inizio nel 2009, andranno a sostituire la portaerei HMS Illustrious, dismessa dal servizio nel 2014. Deterranno probabilmente a lungo il primato di unità più grandi mai costruite dalla marina britannica.

 

Componenti e dislocamento

La capienza in termini di componente aerea per entrambe le unità si aggira intorno alle 40 unità, comprendenti caccia intercettori e cacciabombardieri per il bombardamento strategico, anche se sembra si possa raggiungere un massimo di 60 unità. Dopo lunghe discussioni, è stata preferita la tradizionale configurazione STOVL (letteralmente “decollo corto ad atterraggio verticale”) alla CATOBAR (ovvero la ben nota “catapulta”, per ovviare alla lunghezza ridotta dei ponti di decollo): tuttavia, questa ultima configurazione, benché decisamente più costosa, avrebbe permesso alle due unità di dispiegare gli F-35C, invece dei già programmati F35B, e di renderle interoperabili con le portaerei nucleari classe Nimitz stratunitensi e con la Charles De Gaulle francese.

 

Un F35B, la punta di diamante della Fleet Air Arm, l’Aviazione Navale britannica

 

Le 65.000 tonnellate prendono forma in uno scafo dalla lunghezza di 280 metri, un ponte di volo largo 39 metri e circa 600 uomini di equipaggio, ma con una capienza massima di più di 1000 persone. La propulsione è data da 2 turbine a gas Rolls-Royce e 4 generatori diesel, capaci di portare la nave ad una velocità massima di circa 25 nodi, con una autonomia di circa 10.000 miglia marine. Anche in un gioiello dell’ingegneria come questo vi è un piccolo, ma al tempo stesso importante, contributo italiano: le turbine Rolls-Royce sono state prodotte nello stabilimento che la famosa azienda britannica ha costruito a Morra De Sanctis, in Irpinia. Tomas Lehay, responsabile per i programmi navali della ditta, in un’intervista al Corriere della sera, ha speso parole di elogio per gli ingegneri italiani e per la grande capacità competitiva che il nostro Paese ha sempre dimostrato in ambito navale.

Le polemiche più accese si sono avute, nemmeno a dirlo, riguardo i costi: la sola Queen Elizabeth ha avuto un costo approssimativo di circa 5,3 miliardi di sterline, ben 2 in più di quelli previsti. Ma se si considerano anche i costi necessari per l’armamento della Prince of Wales, il costo della componente aerea e quello per l’allestimento finale si arrivano a sfiorare i 14 miliardi di sterline.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Battaglia per al-Raqqa

La capitale del Califfato è violata. I miliziani al suo interno sono ormai quasi circondati, mentre i combattimenti si sono spinti nel cuore della città.

 

Già giornali e telegiornali parlano di vittoria della coalizione anti-ISIS nella città di Raqqa, considerata da sempre la capitale de facto dello Stato islamico. I miliziani curdi stanno già combattendo nel cuore della città, ma questo altro non è che la fase finale di un’operazione congiunta avviata nella fine dello scorso anno.

 

Operazione “Ira dell’Eufrate”

Nel novembre del 2016 le forze dell’SDF (Sirian Democratic Forces), armate ed addestrate dalle truppe americane, e di cui le milizie curde compongono la gran parte, iniziarono la loro avanzata verso Sud nel tentativo di spostare la linea del fronte il più vicino possibile alla città. A questa avanzata si sono accompagnate varie altre operazioni minori contro il fronte del Califfato, ricomprese nella più ampia operazione chiamata “Ira dell’Eufrate”. Nel giro di pochi mesi, nel maggio di quest’anno, i curdi riescono ad avanzare così tanto verso la città da rendere possibile un eventuale accerchiamento da tre direttive, ossia Nord, Est ed Ovest.
Dopo alcune settimane di piccoli scontri e schermaglie, le forze dell’SDF riescono a portarsi a ridosso della città, serrandola d’assedio su tre lati e lasciando per il momento libero solo il lato Sud, quello che si affaccia sul fiume Eufrate. Un gran numero di civili ha tentato di attraversare il fiume con mezzi di fortuna fuggendo dalla città. Le stime provenienti dall’intelligence americana parlano di almeno 100.000 civili che potrebbero ora essere intrappolati nell’assedio, per quanto siano numeri da prendere con le pinze, ammontando la popolazione della città prima della guerra a non meno di 300.000 unità.

Il 6 giugno le forze della Coalizione annunciano ai media di aver iniziato l’attacco definitivo alla roccaforte del Califfato, mettendo però fin da subito in guardia coloro che speravano in una vittoria rapida: forti dell’esperienza maturata negli scontri casa per casa nella città di Mosul, che in quel momento stavano raggiungendo il loro acme, l’SDF sa bene che la completa messa in sicurezza della città richiederà almeno parecchie settimane, se non mesi.

La tana del leone

All’inizio dell’attacco le forze dell’SDF ammontavano a circa cinquemila uomini, mentre le forze dei miliziani islamici venivano stimate ad almeno quattromila o cinquemila uomini, a seconda della provenienza delle informazioni, seppure queste stime potrebbero considerarsi addirittura in ribasso.
Mentre le truppe avanzano su tre lati, il 14 giugno le truppe del Manbij Miltary Council, alleate dell’SDF, hanno incominciato ad avvicinarsi alla città da sud, ingaggiando combattimento con i miliziani islamici, nel tentativo di raggiungere i due ponti sull’Eufrate e poter definitivamente accerchiare del tutto la città.
Nel giro di tre settimane le forze dell’ISIS arretrano su tutti i fronti: a nord le truppe dell’SDF prendono il controllo dell’impianto dello zuccherificio della città, punto strategico della zona industriale; ad ovest le truppe curde avanzano lentamente ma inesorabilmente, quartiere dopo quartiere; ad est i raid della coalizione internazionale hanno aperto della strategiche brecce nella vecchia cinta muraria medioevale, consentendo alle truppe anti-ISIS di portare il combattimento nella città vecchia; infine a sud le truppe alleate dell’SDF hanno quasi completamente liberato la sponda meridionale del fiume.
Le ultime notizie della giornata di ieri riferiscono di aspri scontri che si sono consumati nell’arco di quasi due giorni nella città vecchia. In particolare, mentre le truppe dell’SDF sono quasi riusciti a liberare la vecchia moschea, vari contrattacchi delle forze dell’ISIS verso la direttrice ovest nord-ovest sono stati efficacemente respinti. Le forze dei miliziani neri pare abbiano sofferto pesanti perdite. Fonti non ufficiose parlano anche della cattura, nella zona di operazioni, di tre importanti comandanti ISIS che stavano cercando di fuggire dalla città.

 

Dopo Mosul, sembra che manchi poco anche alla caduta della capitale dello Stato islamico. La perdita di quello che ormai è rimasto l’ultimo centro abitati di rilevanti dimensioni porterebbe le rimanenti, esauste forze del Califfato a ripiegare nelle zone desertiche a ridosso di quello che una volta era il confine fra Siria ed Iraq. Non la migliore delle prospettive per un esercito già demoralizzato dalle recenti sconfitte e provato da anni di combattimenti senza fine.

Gli ultimi giorni del Califfato

Le milizie dello Stato islamico arretrano su tutti i fronti. Foschi scenari si mostrano all’orizzonte del dopo-ISIS.

Sembra che ormai sia rimasto poco da attendere, la fine del Califfato appare ormai vicina. I confini dell’ISIS negli ultimi mesi si sono ridotti inesorabilmente a causa degli incessanti attacchi da parte della coalizione e dei peshmerga curdi, rendendo il territorio occupato dallo Stato islamico un intricato dedalo di enclavi e sacche di resistenza, collegate fra loro da dei sottilissimi lembi di territorio occupato. Sufficienti, nella migliore delle ipotesi, a mantenere ancora attive delle precarie linee di rifornimento.

Le due più importanti città del Califfato sono ormai da settimane assediate dalle forze anti-ISIS: Mosul, la seconda città più grande dell’Iraq, conquistata dai miliziani nel 2014, sta per essere liberata dalle forze speciali irachene e dai combattenti curdi; le periferie di Raqqa, la capitale de facto dello Stato islamico, sono diventate teatro di violenti scontri casa per casa. Lo stato maggiore iracheno, circa tre giorni fa, ha annunciato di sperare di poter terminare le operazioni di Mosul entro la fine del Ramadan, che cade il 27 giugno. I miliziani arretrano su tutti i fronti, non riuscendo più a tenere testa né alla macchina bellica irachena e siriana, supportate rispettivamente dagli apparati americano e russo, né alla determinazione dei combattenti curdi. Molto scalpore ha fatto recentemente la notizia che l’ISIS stesso abbia dinamitato il minareto della moschea di al-Nuri, nella città vecchia di Mosul. La stessa moschea dalla quale il leader dello Stato islamico, al-Baghdadi, annunciò con un famoso sermone la nascita dell’ISIS.

Tuttavia, il sollievo che il mondo occidentale, e non solo, potrà provare dopo che il Califfato avrà cessato di esistere probabilmente non durerà a lungo. Già altre problematiche si addensano come fosche nubi all’orizzonte. Innanzitutto, sarà problematica la ri-occupazione dei territori ora controllati dall’ISIS da parte dei precedenti proprietari, con la Siria di al-Assad spalleggiata dalle forze russe e quelle irachene supportate dagli americani. Il dialogo dovrà instaurarsi fra controparti esasperate e che mal si sopportano, in uno scenario altamente militarizzato.

Inoltre non bisogna dimenticare la spinosa questione del popolo curdo, le cui rivendicazioni territoriali andranno sicuramente a scontrarsi da un lato con l’Iraq, che ha sempre negato l’effettiva indipendenza del Kurdistan iracheno, e dall’altra con la Turchia di Ergogan, il quale considera le forze combattenti curde nient’altro che il braccio armato del partito comunista curdo, il PKK, considerato dalla Turchia alla stregua di un’organizzazione terroristica.

Un altro spinoso problema sarà quello delle sacche di ribellione e resistenza siriane al regime di Bashar al-Assad: finora si era riuscito a trovare un precario, per quanto utile, equilibrio fra il potere centrale di Damasco e le varie sacche di resistenza ribelli, tanto più che le fino ad oggi è stato comprensibilmente necessario impiegare la maggior parte delle forze disponibili contro il Califfato. Queste problematiche potrebbero trovare un efficacie terreno di risoluzione nella profusione di incontri e proposte di accordi bilaterali e plurilaterali che sicuramente avranno luogo immediatamente dopo la fine dei combattimenti conto i miliziani neri. Per quanto, purtroppo, ci sembri che la possibilità di addivenire a una risoluzione diplomatica delle attuali questioni mediorientali sia assai remota.