Simone Pasquini

Ultimi sviluppi militari della Coalizione anti-ISIS

Le truppe irachene, quelle siriane e le milizie curde avanzano su tutti i fronti. Le linee di rifornimento del Califfato sono compromesse mentre l’aviazione russa colpisce senza pietà.

 

Le forze dell’ISIS continuano a subire l’iniziativa degli eserciti della Coalizione su tutti i fronti, sebbene le aeree urbane semidistrutte rendano la difesa a oltranza molto più facile per i guerriglieri del Califfato. A Raqqa, l’ufficiosa capitale dello Stato islamico, i miliziani sono stati respinti da circa il 60% dell’abitato, ormai completamente accerchiati e privi di qualsiasi linea di comunicazione. La cittadina di Tal Afar, a ovest di Mosul, ultimo caposaldo ISIS nella zona del nord Iraq, sta per essere definitivamente liberata e le linee di rifornimento degli islamisti stanno per essere tagliate dall’esercito siriano a Deir er Zor?. Ma andiamo con ordine ad analizziamo la situazione dal punto di vista strategico.

L’assedio di Mosul non si è ancora concluso: la lotta per Tar Afar

Nel mese di maggio, quando si capiva che a Mosul la situazione sarebbe diventata disperata, le forze ISIS hanno fatto affluire truppe in una cittadina chiamata Tal Afar, a circa 60 Km a ovest di Mosul. L’idea era quella di creare una seconda linea di difesa più arretrata, che permettesse di rendere da un lato difficoltoso il completo accerchiamento di Mosul da parte delle forze curde, e dall’altro di successivamente rallentare l’avanzata della coalizione verso ovest: questo perché a dividere il confine fra Iraq e Siria vi è solo una distesa semi desertica relativamente facile da attraversare per le forze della coalizione, in quanto le limitate risorse dell’ISIS non permettono una difesa in campo aperto (in primis perché non dispongono di alcun velivolo da contrapporre contro gli attacchi aerei della coalizione). Il 20 agosto è iniziato l’assedio della cittadina, con una guarnigione di miliziani stimata fra i 2.000 e i 4.000 uomini. Ormai l’assedio sta per concludersi, poiché la città è stata quasi completamente circondata: da nord avanzano le truppe curde, mentre da sud le milizie sciite tengono occupati i miliziani e le truppe dell’esercito iracheno avanzano da est con i blindati della Nona Divisione corazzata.

 

Mosul è indicata da un punto rosso in alto a destra. Accanto nella zona grigia isolata è possibile vedere Tal Afar, ormai isolata.

La vittoria a Raqqa passa per il paese di Deir er Zor

Come si può vedere dalla mappa la cittadina di Dei er Zor è uno degli insediamenti attraversati dalla rete stradale che, seguendo il corso dell’Eufrate, permette alle truppe dell’ISIS di far affluire uomini e materiali dal sud verso il fonte nord, in direzione di Raqqa. Ormai da giorni l’esercito siriano combatte per strappare questo caposaldo agli islamisti, così da chiudere del tutto la linea di rifornimento islamista e tagliare in due tronconi il territorio rimanente in mano al Califfato.

Nonostante la sua grande importanza strategica le truppe dell’ISIS non erano mai riuscite a liberare completamente la città, in quanto le due basi militari nella periferia erano sempre rimaste in mano all’esercito siriano, accerchiate dalle truppe islamiche per quasi tre anni. L’ultima grande offensiva lanciata dall’ISIS contro questa irriducibile guarnigione era stata scatenata nel gennaio scorso, ma era stata efficacemente respinta, anche grazie al supporto aereo fornito dall’aviazione russa. Ora la situazione si è rovesciata, e sono le truppe siriane a contendere la città alle milizie islamiche, che perdono costantemente terreno in città.

Un ruolo di primo piano è giocato dall’aviazione russa, che puntualmente offre appoggio e protezione aerea alle truppe di terra siriane: quattro giorni fa un attacco mirato ha permesso di distruggere completamente una colonna di circa 200 miliziani, diretta a supportare i loro compagni asserragliati nel centro della città.Per dare un’idea dell’enorme sforzo sostenuto dall’aviazione russa, il capo del dipartimento generale operativo dello Stato maggiore russo, Serghiei Rudskoi, nella giornata di ieri ha dato una stima delle operazioni condotte in territorio Siriano: sono state compiute 28.000 missioni di combattimento e 90.000 incursioni (ovvero bombardamenti mirati) dall’inizio delle operazioni nel settembre del 2015.

 

 

Il Venezuela sull’orlo della guerra civile

La riforma costituzionale, la caduta del prezzo del greggio, l’inflazione…

Sono ormai giorni che le tragiche notizie provenienti dal Venezuela occupano i titoli di giornali e telegiornali. Il paese latinoamericano si trova a dover fronteggiare una situazione che presenta tutte le caratteristiche dei prodromi di una guerra civile. Ma a ben vedere si trattava di una tragedia annunciata.

Sono passati quattro anni dalla morte di Hugo Chavez, il carismatico ex presidente del Venezuela, colui che negli anni ’90 ha fondato ed instaurato quella particolare forma di socialismo marxista misto a terzomondismo e nazionalismo nota come “Chavismo”. La sua creatura politico-ideologica è stata nel corso degli ultimi anni esportata anche in altri paesi dell’area sudamericana, come ad esempio il Brasile, la Bolivia e l’Ecuador.  Ma nonostante in questi paesi abbia avuto effetti, pur con alti e bassi, generalmente positivi (tanto più se si tiene conto della tormentata storia recente e recentissima di questi paesi), tuttavia è stato proprio il Venezuela a mancare gli obbiettivi che il chavismo si era proposto.

Il fallimento della presidenza Maduro

Dalla morte del presidente Chavez, la carica di presidente viene ricoperta da Nicolas Maduro, che tante polemiche ha attirato sin dal suo insediamento. Il suo carisma, sicuramente non comparabile a quello del suo predecessore, unito a delle fallimentari politiche economiche portate avanti dal governo ed alla crescente corruzione hanno significato una sempre maggiore calo di popolarità verso il partito, con un conseguente solido rafforzamento dell’opposizione.

Nonostante il Venezuela sia uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio, il Paese versa ormai da quasi due anni in una condizione economica spaventosa: da molti mesi è ormai difficile trovare beni di prima e primissima necessità, perfino nelle città più importanti, come ad esempio Caracas o Maracaibo. In quasi due terzi del Paese l’erogazione di energia elettrica non avviene quotidianamente, mentre in certe zone proprio non arriva più da settimane. Il crollo del prezzo del petrolio e il vertiginoso aumento dell’inflazione non hanno fatto altro che aggravare, seppur drasticamente, una situazione che già da anni appariva quanto meno preoccupante agli osservatori più attenti.

 

Le polemiche intorno alla riforma costituzionale e il ruolo dell’esercito

L’annuncio da parte del presidente Maduro di voler procedere con una profonda riforma costituzionale, tramite l’elezione di una Assemblea costituente votata il 30 luglio scorso, ha portato la tensione politica a livelli mai raggiunti.  Nonostante i partiti di opposizione, che hanno fino all’ultimo momento invitato gli elettori ad astenersi dal voto, abbiano organizzato un proprio “referendum informale” contro la presidenza Maduro ed abbiano raggiunto circa il 98% dei voti, tuttavia non è bastato a convincere il presidente a sospendere la riforma. Il maggior terrore delle opposizioni è l’enorme potere che il presidente potrebbe ottenere dalla riforma, tanto più che i (discussi) procedimenti di elezione dell’Assemblea costituente hanno fatto sì che, nonostante composta da individui provenienti da vari strati della società, tuttavia essa fosse dominata da elementi filo-governativi.

Sarebbe lecito chiedersi per quale motivo un governo così tanto impopolare sia materialmente in grado non solo di restare ancora in carica, ma addirittura di portare aventi una personale revisione della costituzione nazionale. La vera forza del presidente Maduro sta nella fedeltà dei vertici dell’esercito e delle forze di polizia al potere centrale. Durante i quindici anni del presidente Chavez gli ufficiali di grado più e meno elevato hanno avuto modo di creare indisturbati una rete di clientele e di interessi legati a doppio filo con il governo, ed adesso che il governo sta entrando in crisi non sono disposti a rinunciare alla loro posizione tanto facilmente.

 

L’isolamento internazionale

Il 31 luglio gli Stati Uniti hanno imposto delle dure sanzioni economiche al Venezuela a causa dei recenti sviluppi, denunciano il clima di crescente violenza, che le forze armate venezuelane sembrano voler alimentare anziché sopire, e più in generale la pericolosa involuzione antidemocratica del governo. Sono stati drasticamente ridotte sia le esportazioni di greggio verso gli Stati Uniti, sia le importazioni di carburante già raffinato. Il Venezuela sta diventano giorno dopo giorno un attore sempre più isolato, sia sul piano diplomatico che su quello economico. Gli unici amici che ancora sembrano (ma chissà per quanto?) voler sostenere la politica del presidente sono principalmente Cuba, la Bolivia e l’Ecuador, da sempre grandi sostenitori del Venezuela e che ora si trovano a dover fare buon viso a cattivo gioco di fronte alle Nazioni Unite a causa del loro imbarazzante alleato.

L’intervento della Marina Militare nelle acque libiche.

Martedì verrà presentato alla Camera il nuovo piano di intervento e supporto alla guardia costiera libica.

Ormai la notizia è ufficiale, nel corso della prossima settimana verrà presentato alla Camera la proposta di intervento delle forze navali italiane lungo le coste libiche. Quella che il presidente Gentiloni ha definito come la risposta alle richieste libiche di aiuto tecnico e logistico alla guardia costiera nordafricana potrebbe richiedere uno spiegamento di forze non indifferente.

 

Il 23 luglio il presidente libico al-Sarraj, (l’interlocutore libico riconosciuto dall’ONU e, com’è noto, avversario politico del generale Haftar) aveva inviato una lettera al premier italiano in cui si chiedeva all’Italia di inviare ulteriori supporti logistici alle inadeguate forze della guardia costiera libica. Usiamo il termine “ulteriori” in quanto, oltre alle unità già operative della Guardia Costiera e della Marina Militare, sono presenti nel porto di Misurata alla fonda delle unità italiane, il cui personale militare sta svolgendo un ruolo supporto agli ospedali militari presenti in città, ogni giorno sempre più affollati di feriti delle milizie locali che stanno combattendo contro i guerriglieri islamisti.

 

Il prossimo martedì verrà presentata alla Camera la proposta di intervento, le cui forze ammonteranno ad una nave di assalto anfibio (probabilmente la “San Marco”), forse una fregata fremm di scorta, almeno due corvette, forse due sottomarini e circa 700 fra marinai e fanti di marina.Verranno in seguito, ma nel dettaglio, definite le regole di ingaggio degli uomini impiegati nell’operazione, la loro tutela giuridica (data la peculiare situazione si cercherà di evitare in tutti i modi imbarazzanti conseguenze di eventuali incidenti, in primis per ciò che riguarda le rispettive sfere di competenza e giurisdizione) ed infine le garanzie sul trattamento che verrà riservato ai migranti che verranno eventualmente respinti dalle nostre unità.

 

Fonte: Corriere della Sera

 

Difatti non spetterà direttamente alle navi italiane operare il respingimento, in quanto questo spetterà direttamente alle unità libiche. Lo stesso al-Sarraj ha ribadito la vera natura degli aiuti italiani, in quanto non sarà mai tollerata una qualsiasi attività diretta a ledere la sovranità libica sulle sue acque. Ovviamente bisogna considerare questa ferma posizione del leader libico come una naturale reazione alle numerose critiche mosse da molti degli attori sul palcoscenico della politica interna libica: difficile dire dove finisca l’aiuto e cominci una possibile ingerenza.

 

Nazionalismo israeliano: l’attentato al King David Hotel

Dopo 71 anni, ricordiamo uno dei più sanguinosi attentati legati alla nascita dello Stato di Israele

Questo stesso giorno di 71 anni fa si consumava a Gerusalemme uno dei più sanguinosi attentati della storia della città, ancor oggi purtroppo al centro di tristi cronache di violenze quasi quotidiane. Chi scrive questo articolo non ha intenzione di sollevare aspre quanto sterili polemiche sulla grave situazione mediorientale, ed in particolare riguardo quella palestinese, ma semplicemente cercare di tenere viva la memoria di fatti che l’individuo occidentale tende a dimenticare con facilità, benché di cruciale importanza per poter comprendere l’evoluzione storica del mondo che ci circonda.

Il problema del nazionalismo

Per tentare di chiarire la questione dobbiamo fare un passo indietro: subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale il territorio israelo-palestinese era amministrato dal “Mandato Britannico della Palestina”, nato dagli accordi anglo-francesi sulla spartizione dei territori mediorientali dell’ex Impero ottomano (i celebri e tanto deplorati accordi Sykes-Picot). Il movimento sionista si era scontrato più volte con l’amministrazione britannica, in particolare per ciò che riguardava l’immigrazione ebraica in quei territori, che gli inglesi volevano limitare soprattutto per evitare che si creassero scontri fra la popolazione araba e una comunità ebraica sempre più numerosa. Talune frange armate ultra-nazionaliste del movimento sionista, durante il 1944, erano arrivate addirittura a dichiarare definitivamente guerra agli inglesi: fra di esse vi erano i movimenti dell’Haganah, dell’Irgun e della cosidetta Banda Stern.

Queste formazioni, discostandosi dalle posizioni dell’Agenzia ebraica del futuro presidente israeliano David Ben Gurion, sostenevano un diritto inalienabile della popolazione ebraica sui territori palestinesi, rifiutando ogni compromesso di spartizione e di pari convivenza fra israeliani e palestinesi. Il comportamento inglese, da loro considerato troppo filo-arabo, non poteva essere tollerato.

Il futuro presidente israeliano David Ben Gurion

Operazione “Agatha”

Poiché l’unico modo che queste organizzazioni paramilitari clandestine avevano per finanziarsi adeguatamente erano i furti, le rapine ed i sequestri, le autorità britanniche reagirono lanciando l’operazione “Agatha”, che portò all’arresto, fra il 29 giugno e il 1 luglio del 1946, di quasi 2700 individui appartenenti a queste formazioni, tra cui anche membri dell’Agenzia ebraica. Ottennero inoltre documenti molto compromettenti, che attestavano la collusione dell’Agenzia ebraica con talune azioni dei gruppi terroristici sionisti. Tutti questi documenti vennero portati dai britannici nell’Hotel King David, situato a Gerusalemme Est. Questo edificio, per lungo tempo il più grande e lussuoso hotel di tutta la città, in quel periodo era la sede del quartier generale dell’amministrazione civile e militare britannica per la Palestina, comprendente anche un ospedale militare allestito durante la guerra.

Ritenuto ormai da tutti un atto di rappresaglia per quegli arresti, e più in generale per l’atteggiamento tenuto dal governo inglese, il 22 luglio un gruppo di membri dell’Irgun e della banda Stern fecero detonare degli esplosivi nello scantinato dell’Hotel, facendo crollare una intera ala dell’edificio e uccidendo 91 persone fra ebrei, arabi e cittadini britannici.

L’Hotel King David dopo l’esplosione

 

L’enorme numero di vittime fece acquistare a questa azione un triste primato, in quanto rimase per lungo tempo l’attentato più sanguinoso commesso in Medio oriente. Si dovette aspettare la guerra civile in Libano e le stragi per le strade di Beirut per poter raggiungere simili livelli di efferatezza. Oggi, con le quotidiane “notizie dal fronte”, la guerra all’ISIS e la paura diffusa del fondamentalismo islamico può suonare molto strano parlare di attentati commessi non da mussulmani ma una volta tanto dagli stessi israeliani, gli stessi che per lungo tempo hanno rappresentato (apparentemente) l’alleato più sicuro e fidato dell’Occidente nello scacchiere mediorientale. Un piccolo seppur importante tassello nell’immenso mosaico della storia, che tuttavia ci insegna che le cose non sono mai tutte bianche o tutte nere, ma solo che esistono infinite sfumature di grigio.

 

I due nuovi gioielli della Royal Navy

La HMS Queen Elizabeth e la HMS Prince of Wales: l’orgoglio della Marina del Re

“The Royal Navy guards the freedom of us all” recitava un celebre manifesto di propaganda britannico durante la seconda guerra mondiale. La fama di grandezza ed invincibilità della marina inglese rimane intatta dopo oltre quattrocento anni di vittorie memorabili ed eroiche imprese. Ancora oggi, nonostante l’Impero sia già tramontato, la Royal Navy continua ad essere al centro delle attenzioni del paese: lo dimostra lo sforzo economico e materiale portato avanti nella costruzione delle due nuove arrivate nella flotta inglese, ovvero le portaerei HMS Queen Elizabeth ed HMS Prince of Wales.

Mentre la Prince of Wales (nome già appartenuto ad una corazzata affondata dai giapponesi nel 1941) deve ancora essere ultimata, la gemella Queen Elizabeth sta per terminare le prime prove operative in mare. Entro il prossimo anno verrà equipaggiata della componente aerea e diverrà pienamente operativa entro il 2020, anno in cui è previsto anche il varo della Prince of Wales. Queste due portaerei, la cui costruzione ha avuto inizio nel 2009, andranno a sostituire la portaerei HMS Illustrious, dismessa dal servizio nel 2014. Deterranno probabilmente a lungo il primato di unità più grandi mai costruite dalla marina britannica.

 

Componenti e dislocamento

La capienza in termini di componente aerea per entrambe le unità si aggira intorno alle 40 unità, comprendenti caccia intercettori e cacciabombardieri per il bombardamento strategico, anche se sembra si possa raggiungere un massimo di 60 unità. Dopo lunghe discussioni, è stata preferita la tradizionale configurazione STOVL (letteralmente “decollo corto ad atterraggio verticale”) alla CATOBAR (ovvero la ben nota “catapulta”, per ovviare alla lunghezza ridotta dei ponti di decollo): tuttavia, questa ultima configurazione, benché decisamente più costosa, avrebbe permesso alle due unità di dispiegare gli F-35C, invece dei già programmati F35B, e di renderle interoperabili con le portaerei nucleari classe Nimitz stratunitensi e con la Charles De Gaulle francese.

 

Un F35B, la punta di diamante della Fleet Air Arm, l’Aviazione Navale britannica

 

Le 65.000 tonnellate prendono forma in uno scafo dalla lunghezza di 280 metri, un ponte di volo largo 39 metri e circa 600 uomini di equipaggio, ma con una capienza massima di più di 1000 persone. La propulsione è data da 2 turbine a gas Rolls-Royce e 4 generatori diesel, capaci di portare la nave ad una velocità massima di circa 25 nodi, con una autonomia di circa 10.000 miglia marine. Anche in un gioiello dell’ingegneria come questo vi è un piccolo, ma al tempo stesso importante, contributo italiano: le turbine Rolls-Royce sono state prodotte nello stabilimento che la famosa azienda britannica ha costruito a Morra De Sanctis, in Irpinia. Tomas Lehay, responsabile per i programmi navali della ditta, in un’intervista al Corriere della sera, ha speso parole di elogio per gli ingegneri italiani e per la grande capacità competitiva che il nostro Paese ha sempre dimostrato in ambito navale.

Le polemiche più accese si sono avute, nemmeno a dirlo, riguardo i costi: la sola Queen Elizabeth ha avuto un costo approssimativo di circa 5,3 miliardi di sterline, ben 2 in più di quelli previsti. Ma se si considerano anche i costi necessari per l’armamento della Prince of Wales, il costo della componente aerea e quello per l’allestimento finale si arrivano a sfiorare i 14 miliardi di sterline.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Battaglia per al-Raqqa

La capitale del Califfato è violata. I miliziani al suo interno sono ormai quasi circondati, mentre i combattimenti si sono spinti nel cuore della città.

 

Già giornali e telegiornali parlano di vittoria della coalizione anti-ISIS nella città di Raqqa, considerata da sempre la capitale de facto dello Stato islamico. I miliziani curdi stanno già combattendo nel cuore della città, ma questo altro non è che la fase finale di un’operazione congiunta avviata nella fine dello scorso anno.

 

Operazione “Ira dell’Eufrate”

Nel novembre del 2016 le forze dell’SDF (Sirian Democratic Forces), armate ed addestrate dalle truppe americane, e di cui le milizie curde compongono la gran parte, iniziarono la loro avanzata verso Sud nel tentativo di spostare la linea del fronte il più vicino possibile alla città. A questa avanzata si sono accompagnate varie altre operazioni minori contro il fronte del Califfato, ricomprese nella più ampia operazione chiamata “Ira dell’Eufrate”. Nel giro di pochi mesi, nel maggio di quest’anno, i curdi riescono ad avanzare così tanto verso la città da rendere possibile un eventuale accerchiamento da tre direttive, ossia Nord, Est ed Ovest.
Dopo alcune settimane di piccoli scontri e schermaglie, le forze dell’SDF riescono a portarsi a ridosso della città, serrandola d’assedio su tre lati e lasciando per il momento libero solo il lato Sud, quello che si affaccia sul fiume Eufrate. Un gran numero di civili ha tentato di attraversare il fiume con mezzi di fortuna fuggendo dalla città. Le stime provenienti dall’intelligence americana parlano di almeno 100.000 civili che potrebbero ora essere intrappolati nell’assedio, per quanto siano numeri da prendere con le pinze, ammontando la popolazione della città prima della guerra a non meno di 300.000 unità.

Il 6 giugno le forze della Coalizione annunciano ai media di aver iniziato l’attacco definitivo alla roccaforte del Califfato, mettendo però fin da subito in guardia coloro che speravano in una vittoria rapida: forti dell’esperienza maturata negli scontri casa per casa nella città di Mosul, che in quel momento stavano raggiungendo il loro acme, l’SDF sa bene che la completa messa in sicurezza della città richiederà almeno parecchie settimane, se non mesi.

La tana del leone

All’inizio dell’attacco le forze dell’SDF ammontavano a circa cinquemila uomini, mentre le forze dei miliziani islamici venivano stimate ad almeno quattromila o cinquemila uomini, a seconda della provenienza delle informazioni, seppure queste stime potrebbero considerarsi addirittura in ribasso.
Mentre le truppe avanzano su tre lati, il 14 giugno le truppe del Manbij Miltary Council, alleate dell’SDF, hanno incominciato ad avvicinarsi alla città da sud, ingaggiando combattimento con i miliziani islamici, nel tentativo di raggiungere i due ponti sull’Eufrate e poter definitivamente accerchiare del tutto la città.
Nel giro di tre settimane le forze dell’ISIS arretrano su tutti i fronti: a nord le truppe dell’SDF prendono il controllo dell’impianto dello zuccherificio della città, punto strategico della zona industriale; ad ovest le truppe curde avanzano lentamente ma inesorabilmente, quartiere dopo quartiere; ad est i raid della coalizione internazionale hanno aperto della strategiche brecce nella vecchia cinta muraria medioevale, consentendo alle truppe anti-ISIS di portare il combattimento nella città vecchia; infine a sud le truppe alleate dell’SDF hanno quasi completamente liberato la sponda meridionale del fiume.
Le ultime notizie della giornata di ieri riferiscono di aspri scontri che si sono consumati nell’arco di quasi due giorni nella città vecchia. In particolare, mentre le truppe dell’SDF sono quasi riusciti a liberare la vecchia moschea, vari contrattacchi delle forze dell’ISIS verso la direttrice ovest nord-ovest sono stati efficacemente respinti. Le forze dei miliziani neri pare abbiano sofferto pesanti perdite. Fonti non ufficiose parlano anche della cattura, nella zona di operazioni, di tre importanti comandanti ISIS che stavano cercando di fuggire dalla città.

 

Dopo Mosul, sembra che manchi poco anche alla caduta della capitale dello Stato islamico. La perdita di quello che ormai è rimasto l’ultimo centro abitati di rilevanti dimensioni porterebbe le rimanenti, esauste forze del Califfato a ripiegare nelle zone desertiche a ridosso di quello che una volta era il confine fra Siria ed Iraq. Non la migliore delle prospettive per un esercito già demoralizzato dalle recenti sconfitte e provato da anni di combattimenti senza fine.

Gli ultimi giorni del Califfato

Le milizie dello Stato islamico arretrano su tutti i fronti. Foschi scenari si mostrano all’orizzonte del dopo-ISIS.

Sembra che ormai sia rimasto poco da attendere, la fine del Califfato appare ormai vicina. I confini dell’ISIS negli ultimi mesi si sono ridotti inesorabilmente a causa degli incessanti attacchi da parte della coalizione e dei peshmerga curdi, rendendo il territorio occupato dallo Stato islamico un intricato dedalo di enclavi e sacche di resistenza, collegate fra loro da dei sottilissimi lembi di territorio occupato. Sufficienti, nella migliore delle ipotesi, a mantenere ancora attive delle precarie linee di rifornimento.

Le due più importanti città del Califfato sono ormai da settimane assediate dalle forze anti-ISIS: Mosul, la seconda città più grande dell’Iraq, conquistata dai miliziani nel 2014, sta per essere liberata dalle forze speciali irachene e dai combattenti curdi; le periferie di Raqqa, la capitale de facto dello Stato islamico, sono diventate teatro di violenti scontri casa per casa. Lo stato maggiore iracheno, circa tre giorni fa, ha annunciato di sperare di poter terminare le operazioni di Mosul entro la fine del Ramadan, che cade il 27 giugno. I miliziani arretrano su tutti i fronti, non riuscendo più a tenere testa né alla macchina bellica irachena e siriana, supportate rispettivamente dagli apparati americano e russo, né alla determinazione dei combattenti curdi. Molto scalpore ha fatto recentemente la notizia che l’ISIS stesso abbia dinamitato il minareto della moschea di al-Nuri, nella città vecchia di Mosul. La stessa moschea dalla quale il leader dello Stato islamico, al-Baghdadi, annunciò con un famoso sermone la nascita dell’ISIS.

Tuttavia, il sollievo che il mondo occidentale, e non solo, potrà provare dopo che il Califfato avrà cessato di esistere probabilmente non durerà a lungo. Già altre problematiche si addensano come fosche nubi all’orizzonte. Innanzitutto, sarà problematica la ri-occupazione dei territori ora controllati dall’ISIS da parte dei precedenti proprietari, con la Siria di al-Assad spalleggiata dalle forze russe e quelle irachene supportate dagli americani. Il dialogo dovrà instaurarsi fra controparti esasperate e che mal si sopportano, in uno scenario altamente militarizzato.

Inoltre non bisogna dimenticare la spinosa questione del popolo curdo, le cui rivendicazioni territoriali andranno sicuramente a scontrarsi da un lato con l’Iraq, che ha sempre negato l’effettiva indipendenza del Kurdistan iracheno, e dall’altra con la Turchia di Ergogan, il quale considera le forze combattenti curde nient’altro che il braccio armato del partito comunista curdo, il PKK, considerato dalla Turchia alla stregua di un’organizzazione terroristica.

Un altro spinoso problema sarà quello delle sacche di ribellione e resistenza siriane al regime di Bashar al-Assad: finora si era riuscito a trovare un precario, per quanto utile, equilibrio fra il potere centrale di Damasco e le varie sacche di resistenza ribelli, tanto più che le fino ad oggi è stato comprensibilmente necessario impiegare la maggior parte delle forze disponibili contro il Califfato. Queste problematiche potrebbero trovare un efficacie terreno di risoluzione nella profusione di incontri e proposte di accordi bilaterali e plurilaterali che sicuramente avranno luogo immediatamente dopo la fine dei combattimenti conto i miliziani neri. Per quanto, purtroppo, ci sembri che la possibilità di addivenire a una risoluzione diplomatica delle attuali questioni mediorientali sia assai remota.

Helmut Kohl, il “Cancelliere delle due Germanie”

Dopo una lunga malattia, si è spento all’età di 87 anni l’artefice della riunificazione della Germania.

Nella giornata di ieri è venuto a mancare all’età di 87 anni Helmut Kohl, il “Cancelliere delle due Germanie”. Da ormai 9 anni conduceva una vita sedentaria, colpito tragicamente da un ictus nel 2008, che aveva  gravemente pregiudicato la sua capacità di muoversi ed esprimersi. Leader storico dell’Unione Cristiano-Democratica (CDU), il partito cristiano-liberale della Germania, è stato anche l’uomo che più a lungo ha ricoperto la carica di Cancelliere, subito dopo Otto Von Bismarck: dal 1982 al 1998, prima della Germania Federale, poi finalmente della Germania “riunificata”.

Il principale merito riconosciutogli è quello di aver portato avanti con lucida determinazione il progetto di riunificazione delle due Germanie, quella federale e quella Democratica filo-sovietica, conclusasi nel 1990. Egli riuscì a compiere un capolavoro diplomatico, approfittando da un lato dell’allentamento della morsa sovietica di Gorbaciov sulla Germania orientale, dall’altro guadagnandosi l’appoggio dell’allora presidente francese Francois Mitterrand: infatti, contrariamente a quanto si può pensare, molti leader e capi di Stato dell’Europa libera non guardavano favorevolmente all’ipotesi di una Germania nuovamente riunificata, in quanto temevano il suo potenziale e i possibili squilibri geopolitici di una nuova “grande Germania”. Celebre è rimasta la frase dell’allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, il quale dopo la caduta del Muro di Berlino sentenziò: “Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due.”

Questo successo fu dovuto in gran parte anche alla sua assicurazione che una Germania unita avrebbe potuto fare molto per il processo di integrazione europea. Dopotutto, egli era celebre per il suo profondo spirito europeista, ed ancora oggi, soprattutto in Germania, viene ricordato come una delle figure più importanti del processo di creazione dell’Unione. Fu colui che dapprima riuscì a far parificare, in occasione della riunificazione del 1990, il marco federale al marco democratico, pesantemente svalutato; ed in seguito riuscì a convincere i tedeschi ad accogliere l’euro al posto del lor amato marco, forse uno dei pochi, veri simboli di unità che erano rimasti al popolo tedesco durante la Cortina di Ferro.

Dopo la sconfitta elettorale subita nel 1998 ad opera dell’SPD, si ritira definitivamente dalla vita politica, pur divenendo presidente onorario del CDU. Tuttavia la sua reputazione viene duramente colpita dallo scandalo che nell’anno successivo investe lui e il suo partito, accusato di avere per anni goduto di finanziamenti irregolari. Lo stesso Kohl viene accusato di aver gestito durante gli anni del suo Cancellierato fondi neri del partito, al punto da costringerlo nel 2000 a rinunciare alla presidenza onoraria.

 

 

La Guerra dei sei giorni

Sono passati 50 anni da quando il 5 giugno del 1967, nella stessa ora in cui viene pubblicato questo articolo, le forze aeree israeliane aprivano il fuoco contro le installazioni militari dell’aeronautica egiziana nella penisola del Sinai. Dopo poche ore, e due ondate di bombardamenti, gli aerei israeliani distruggono a terra più della metà degli apparecchi egiziani e rendono inutilizzabili le piste, lasciando l’esercito di Gamal Abd el-Nasser senza copertura aerea per i cinque giorni a seguire. Il piccolo Stato di Israele è riuscito in meno di una settimana non solo a sconfiggere sul campo di battaglia l’Egitto, la Siria e la Giordania, ma a vincere in maniera fulminante la guerra, pur avendo schierate quasi metà delle truppe avversarie. Nei mesi precedenti sia la Siria che, in particolare, l’Egitto stavano preparando le proprie truppe, convinti (anche grazie a dubbie informazioni di fonte sovietica) che gli israeliani a loro volta si stessero preparando per una azione su larga scala: essi, al contrario, non stavano facendo altro che premunirsi per una eventuale ritorsione nei loro confronti a causa delle loro continue provocazioni (anche armate) nei confronti di Giordania e Siria. La scintilla che provocò lo scoppio della guerra fu la decisione, da parte di Nasser, deciso a forzare la mano, di interdire al traffico navale israeliano gli stretti di Tiran, precludendo agli israeliani il loro unico sbocco nel Mar Rosso.

Oggi, 10 giugno del 2017, ci sembrava doveroso ricordare un anniversario così importante come il cinquantenario dalla fine della Guerra dei sei giorni, durante la quale il mondo ha rivissuto la celebre lotta di Davide conto Golia, quello che ancora oggi in Israele viene ricordato come un “miracolo”, militare ancor prima che politico. La sera di quel 10 giugno di 50 anni fa, con la cessazione delle ostilità, il piccolo Israele vedeva quadruplicata la sua estensione territoriale, soprattutto conquistando la tanto agognata Gerusalemme, dove famosi scatti ritraggono i soldati israeliani ancora in armi al loro commosso arrivo sotto il Muro del Pianto. Le truppe israeliane diedero una impensata prova di capacità, organizzazione e spirito combattivo, che si riveleranno decisive sei anni dopo nella guerra dello Yom Kippur, rendendo celebri figure di uomini come Ariel Sharon e Moshe Dayan, immortalato mentre attraversa in uniforme, con tanto di elmetto, le vie di Gerusalemme.  Dopo quasi settanta anni dalla nascita dello Stato di Israele, la pace sembra ancora lontana dalla città “tre volte santa”.

Dopo il “Rosatellum”, ecco il “Tedescum”!

Lo stallo sulla legge elettorale sembra aver trovato un punto di sblocco

Dopo mesi di febbrile attesa sembra finalmente giunto il momento che tutti gli italiani (o quasi) stavano aspettando: dopo la bocciatura del famigerato “Rosatellum” è stato in settimana depositato il nuovo progetto di legge elettorale, latinizzato in “Tedescum”, la cui votazione alle Camere sembra sia stata fissata per il 7 luglio. Dopo un il raggiungimento di un accordo fra PD, Movimento 5 Stelle e Forza Italia si è optato per una soluzione ispirata la modello elettorale tedesco, da qui l’appellativo teutonico.Il modello tedesco prevede che l’elettore esprima due voti: il primo elegge un candidato scelto in un collegio uninominale, di modo che il candidato che abbia ricevuto più voti possa sicuramente avere un posto riservato (un modo, si spera, per ridurre la distanza che divide il cittadino con i suoi rappresentanti eletti); con il secondo voto invece, l’elettore individua il partito preferito, in un sistema di liste bloccate, così poi da permettere una redistribuzione proporzionale dei seggi.

Come si è giustamente osservato però, la soluzione che si è adottata non convince tutti fino in fondo. Per prima cosa bisogna considerare che, come per il sistema elettorale tedesco, è prevista una soglia di sbarramento del 5% che ha messo in allarme i partiti più piccoli, in primis Area Popolare di Angelino Alfano. Ci sono state scintille fra il Segretario del PD Matteo Renzi e il Ministro degli Esteri Alfano, il quale teme fortemente che il suo partito, non riuscendo a superare la soglia di sbarramento, rimanga fuori dai giochi.Ma dopotutto lo stesso Matteo Renzi non si è detto entusiasta di questo sistema, che costringerebbe molto probabilmente a scomode alleanze post-voto anche i partiti più importanti del nostro panorama politico. Andrea Orlando, il principale avversario di Matteo Renzi alle ultime primarie del PD, ha addirittura sostenuto che questo sistema, e in particolare la soglia di sbarramento, potrebbero “mettere un tratto definitivo sul centro-sinistra”, arrivando perfino a proporre un referendum interno al partito per decidere le eventuali future alleanze.

Vi sono tuttavia, fra il sistema tedesco e questa sorta di ibrido nostrano, notevoli differenze: poiché il nostro sistema prevede un numero fisso di parlamentari, coloro che verranno eletti nei collegi uninominali verranno scalati dalle liste bloccate in maniera proporzionale. Ma soprattutto, molto probabilmente, non sarà possibile il voto disgiunto fra il candidato prescelto dall’elettore nei collegi uninominali e le liste bloccate individuate dal secondo voto. Queste significative “correzioni” hanno fatto a molti ritenere che l’effettiva somiglianza con il modello tedesco sia ben poca. L’ex Presidente del Consiglio Enrico Letta, intervistato dai giornalisti al Festival dell’Economia di Trento, ha pronunciato parole pesanti nei confronti di questa ultima legislatura, sostenendo che “[…] con questa legge elettorale è peggio che nella prima Repubblica”: l’eccessiva velocità con cui si sta passando dalla proposizione al voto, sostiene l’ex Presidente, non permette che essa sia valutata con la dovuta ponderazione, ed aggiunge che il sistema delle liste bloccate può perfino essere considerato un passo indietro rispetto alla prima Repubblica, dove almeno al cittadino era concesso di scegliere i propri parlamentari.