Simone Condello

La decisione su EMA

Quando il sistema Italia funzionò

Ieri il Consiglio degli affari generali UE, dopo l’ultima votazione finita in pareggio, ha deciso d’assegnare EMA (European Medicines Agency) tramite sorteggio. La vincitrice è stata Amsterdam.

Cos’è EMA

EMA è l’agenzia comunitaria dell’Unione europea per la valutazione dei medicinali. Fu istituita per ridurre i costi che le aziende farmaceutiche dovevano sostenere per l’approvazione dei propri prodotti, da parte delle agenzie dei singoli paesi. Altro obiettivo era di ridurre le barriere protezionistiche dei singoli stati, attuate attraverso difficoltà burocratiche.

I candidati

Per quest’agenzia, le candidature erano circa 19, tra cui: Milano, Amsterdam, Copenaghen e Bratislava. Milano era la candidata col dossier tecnico giudicato migliore, Amsterdam poteva puntare sull’assenza di agenzie europee in Olanda. Copenaghen era la preferita dai dipendenti EMA, per standard di vita e opportunità di lavoro per i familiari. Bratislava era supportata dai paesi dell’Est Europa, nessuno dei quali possiede agenzie europee.

Il metodo di votazione

Il voto avviene al massimo in tre scrutini: al primo turno ogni ministro degli Affari Europei indicherà tre paesi. Nel caso in cui non ci sia un paese con almeno 14 ministri su 27 favorevoli, si procederà a una seconda tornata in cui saranno indicati due stati. Qualora non si raggiunga la soglia dei 14, si andrà alla terza votazione. In quest’ultima ci sarà la possibilità di scegliere solo uno tra i due paesi più votati. Se neanche con l’ultima votazione si raggiunge il quorum, la scelta avviene tramite sorteggio.

La scelta

Milano è stata in testa nelle prime due votazioni, seguita da Amsterdam. L’astensione del delegato slovacco, come protesta per non aver passato il primo turno, ha mandato in tilt le votazioni. Alla terza Milano e Amsterdam era a pari merito (13 a 13), questo ha portato a un sorteggio, in cui Milano è stata sfortunata.

La mancata opportunità

La mancata assegnazione a Milano dell’Agenzia, non ha permesso alla città di diventare la capitale europea dei farmaci, un settore in cui l’Italia è in crescita (le esportazioni quest’anno valgono 21 miliardi). Chi ci perde è anche la Lombardia, testa di serie dell’industria farmaceutica Europea. Il danno non è solo d’immagine, non si trasferiranno a Milano 900 dipendenti, con un budget di 300 milioni tutto da spendere sul territorio. Si è calcolato che l’Agenzia attiri ogni anno circa 40000 addetti ai lavori, tra convention e procedure burocratiche, con evidenti ricadute sul settore alberghiero e della ristorazione.

Conclusioni

Una volta tanto il sistema Italia aveva dimostrato di funzionare in maniera efficiente, un coordinamento tra comune, regione e stato centrale ci aveva permesso d’essere la prima scelta. Questo ci sia di lezione, per evitare il ripetersi di situazioni, imbarazzanti, come per l’acquisizione dei cantieri STX da parte di Fincantieri. Gli attori italiani si mossero in solitaria, contro il blocco unitario dei nostri cugini d’oltralpe, ottenendo scarsi risultati. Se il Sistema d’ora in poi lavorerà in sinergia, come in quest’occasione, non c’è dubbio che riusciremo a farci valere a livello internazionale. Abbiamo trovato il metodo che funziona, ora ci manca solo un’altra occasione.

La via della seta del III millennio

La via cinese per l’apertura del mondo alla globalizzazione

Xi Jinping è da poco entrato nell’Olimpo dei leader cinesi, in seguito al 19° congresso del partito, come Mao Zedong e Deng Xiaoping. Xi si appresta a dare il via a uno dei progetti infrastrutturali più importanti di sempre: la creazione di una nuova via della seta.

L’antica via della seta

La via della seta nell’antichità

La via della seta era un percorso che univa oriente e occidente, crocevia di merci e culture. La Via era costituita da un reticolo che si sviluppava per circa 8.000 km, tra itinerari terrestri, marittimi e fluviali. Su questi percorsi, nell’antichità, si sono snodati i commerci tra l’impero cinese e quello romano. Le vie carovaniere attraversavano l’Asia centrale e il Medio Oriente, collegando Chang’an (oggi Xi’an), in Cina, all’Asia Minore e al Mediterraneo attraverso il Medio Oriente e il Vicino Oriente.

La via della seta del nuovo millennio

Il progetto di Xi è molto articolato e divide la Via in rami terrestri e marittimi. La prima delle diramazioni terrestri partirà dalla Cina, toccando i confini nord dell’Afghanistan, per arrivare a Istanbul, che fungerà da hub per le merci dirette nell’Europa meridionale. La seconda via terrestre passerà integralmente sul territorio russo, trasformando Mosca nella porta d’ingresso per le merci destinate all’Europa settentrionale. Per quello che riguarda il ramo marittimo della Via, una ramificazione andrà direttamente a servire l’America settentrionale, con una “scorciatoia” per Oceania e America meridionale. Il canale marittimo che più interessa l’Europa, e in particolare l’Italia, è la nuova rotta che attraversa il canale di Suez. Le merci cinesi destinate all’Europa arriveranno in Italia, piuttosto che a Rotterdam, con un viaggio che si ridurrà di 7 giorni e che permetterà di abbattere i costi del 10%.

Un’occasione per l’Italia ?

Naturale candidato a diventare l’hub italiano verso le vie gommate europee, sarebbe il porto di Taranto. Per la città sarebbe una seconda opportunità, da quando nel 2010 i cinesi approfittando della crisi greca decisero di puntare sul Pireo come punto di arrivo delle loro merci in Europa. Per nostra fortuna la partita ancora non è chiusa, ma lo potrebbe essere presto.

Il progetto

Paesi coinvolti nella nuova via della seta

Il presidente della Cina ha lanciato il progetto della Via nel lontano 2013 col nome di Obor (One Belt One Road= Una Cintura Una Via). Nonostante il progetto toccasse direttamente una quarantina di paesi, più altrettanti interessati a partecipare, l’avvio è avvenuto in sordina. I primi passi attuati dalla Cina furono la realizzazione della prima FOB (forward operating base) in Gibuti, per proteggere i propri lavoratori all’opera per modernizzare il paese del Corno d’Africa, che per la sua posizione permette il controllo dello stretto di Bab el-Mandeb. Nel frattempo, altri lavoratori cinesi potenziavano altri porti in varie parti del globo. La mossa successiva fu il rilancio del progetto col nome di Bri (Belt and Road Iniziative) avvenuto a metà del 2016. Poco dopo furono sbloccati oltre 100 miliardi per l’AIIB (Asian Infrastructure Investment Bank) con l’obiettivo di arrivare entro il 2020 ad attrarre investimenti nell’ordine del trilione di dollari.

Le motivazioni della Cina

Il progetto del paese dei Dragoni, non ha solo finalità di ampliamento dei mercati, ma anche quello di evitare lo strangolamento economico. Per fortuna di Xi, l’arrivo di Trump ha allentato il nodo attraverso la rinuncia dell’America al TPP (Trans-Pacific Partnership), che favoriva i commerci tra 12 paesi che si affacciano sul Pacifico a scapito della Cina. Restano comunque dei pericoli per il colosso cinese nel progetto per la creazione di un arco “Indo-pacifico”, guidato da Giappone e India. I due pericolosi vicini della Cina avranno il compito di limitarne i commerci, con l’obiettivo di danneggiare l’economia del paese. Per evitare ciò Xi punta molto, se non tutto, sulla Via della seta. In caso di fallimento dell’iniziativa, la Cina vedrebbe la sua credibilità a livello internazionale ridimensionata, dopo i tanti sforzi fatti per accrescerla. Al contrario ,una buona riuscita dell’impresa, consacrerebbe il paese nell’Olimpo delle superpotenze, aggiungendo al tavolo internazionale un attore con risorse economiche e capitale umano mai visti finora.

Il Giappone di Shinzo Abe

Le caratteristiche del Sol Levante nazionalista

Sono ormai passate più tre settimane da quando, con elezioni anticipate, Shinzo Abe, primo ministro del Giappone, è stato riconfermato per un terzo mandato. Ricordiamo che Abe è alla guida del Giappone dal 26 dicembre 2012. Il primo ministro è un esponente della corrente più conservatrice e nazionalista del Partito Liberal Democratico (LDP). Quali motivazioni spingono i giapponesi a votare per la destra nazionalista?

Nazionalismo giapponese

Il nazionalismo in Giappone è stato, fino alla fine della seconda guerra mondiale, un elemento fondamentale del processo di nation building; in seguito alla sconfitta, per rientrare nella comunità internazionale, il Sol Levante dovette rinunciarvi perché considerato la causa dell’ingresso in guerra del paese. Lo sviluppo del potente vicino cinese e la volontà, da parte di quest’ultimo, di occupare alcune isole meridionali del Giappone, le Ryūkyū, hanno ridato nuova linfa a un nazionalismo che non ha mai abbandonato il popolo giapponese.

Abenomics

Con Abenomics indichiamo la politica economica attuata da Abe. Questa si articola in: politica fiscale espansiva (lo Stato deve stimolare la crescita economica attraverso ingenti investimenti pubblici), politica monetaria espansiva (simile al quantitative easing adottato dalla BCE, è uno dei modi non convenzionali con cui una banca centrale interviene sul sistema finanziario ed economico di un paese per aumentare la moneta in circolazione) e un programma di riforme strutturali di lungo periodo (che permettano di rilanciare l’investimento privato, aumentando la concorrenza e innalzando il tasso di popolazione attiva). L’Abenomics ha portato risultati soddisfacenti soprattutto per i salari che, crescendo più dell’inflazione, hanno aumentato il potere d’acquisto dei consumatori.

Riforma costituzionale

La costituzione nipponica del 1947, redatta durante l’occupazione statunitense, non consente al Giappone d’intervenire in teatri di guerra internazionali. Le Forze di autodifesa giapponesi, Jieitai, possono intervenire solo per la difesa del territorio nazionale (come sancisce l’articolo 9 della costituzione). Il primo ministro Shinzo Abe vorrebbe cambiarlo per ridefinire il ruolo delle forze di autodifesa in un contesto geopolitico in continuo mutamento e all’interno di un’area geografica dove le dispute diplomatiche e territoriali, in prevalenza con la Cina, non si sono mai arrestate.

Rapporto con Donald Trump

Shinzo Abe è stato il primo leader straniero a far visita al neo eletto presidente Trump. Il loro incontro è stato molto cordiale, indice di una buona intesa. Se Trump da una parte vuole far venir meno la collaborazione trans pacifica (Ttp) e l’accordo di libero scambio, dall’altra è favorevole allo sviluppo nucleare del paese. La visita del presidente Trump, del 5-6-7 novembre, in Giappone ha confermato che il riarmo del paese asiatico passerà attraverso il “buy american” sulla falsariga dell’Arabia Saudita. Il Giappone, diversamente dal paese del golfo, ha una fiorente industria militare che gioverebbe di un riarmo del paese. Per quello che riguarda la questione nucleare Trump sarebbe favorevole a uno sviluppo atomico di Giappone e Corea del Sud; su questa decisione, però, peserà il veto di Cina e Russia.

Il Giappone di Abe

Il Giappone, immaginato dal suo primo ministro, è un paese forte e in grado di gestire autonomamente la politica regionale, indipendente dall’ombrello nucleare statunitense, quindi dotato di una propria triade nucleare (arsenale atomico  suddiviso tradizionalmente in tre elementi: terrestre, navale e aerea), che potrebbe impensierire la Cina. Con Shinzo Abe al potere, il Giappone potrà finalmente riacquisire il peso strategico che più si addice a una potenza economica regionale, diventando il contrappeso alla politica espansionistica della Cina nel Mar Cinese.