Emy Damiani

Il racconto dell’ancella

La distopia di Margaret Atwood

Voi come lo immaginate il futuro?

Margaret Atwood l’ha immaginato così: la fine del ventunesimo secolo vede il mondo sopraffatto dalla guerra, devastato dall’inquinamento radioattivo e la demografia testimonia una crescita zero. In questo futuro prossimo, nel luogo in cui oggi ci sono gli Stati Uniti, a seguito di un golpe, si instaura la “Repubblica di Gilead”. Questa nuova forma di governo è una teocrazia totalitaria in cui la condizione della donna è completamente asservita all’uomo per scopi riproduttivi. Le donne non fertili sono classificate come “non donne” e quindi eliminate. Le donne fertili, ovvero le ancelle, sono invece assegnate a dei Comandanti, detentori del potere all’interno della repubblica, ai quali devono dare un figlio. Questo principio si fonda su un passo della Bibbia, secondo cui un marito qualora avesse avuto una moglie sterile avrebbe potuto unirsi con una serva per generare figli (Genesi 30,1-4). Ci sono poi anche altri personaggi come: le Marte, ovvero le serve, gli Occhi, che sono delle spie, i Custodi, ovvero l’equivalente maschile delle Marte, gli Angeli, cioè i soldati, le mogli dei Comandanti e degli Angeli e le Zie, rigide guardiane del rigore morale delle donne. Le altre confessioni religiose e la lettura sono vietate. Chi tenta di ribellarsi o di fuggire viene mandato nelle colonie dove viene impiegato nello smaltimento delle sostanze tossiche.

Orwell e Huxley come modelli

Quella descritta da Margaret Atwood nel suo romanzo è una distopia. La distopia è la descrizione di un’immaginaria società del futuro indesiderabile. È considerata il contrario dell’utopia e rappresenta una comunità in cui delle caratteristiche politiche e tecnologiche che troviamo nel presente vengono portate all’estremo negativo. I maggiori esponenti della corrente distopica sono: Aldous Huxley con “Il mondo nuovo”, George Orwell con “1984” e Ray Bradbury con “Fahrenheit 451”. Proprio questi tre vengono presi come modelli dalla Atwood, che scrive il suo libro nel 1984 per poi pubblicarlo l’anno seguente. Il romanzo, che inizialmente doveva intitolarsi “Offred”, dal nome della protagonista, ha ricevuto anche diversi premi.

«Tell, rather than write, because I have nothing to write with and writing is in any case forbidden. But if it’s a story, even in my head, I must be telling it to someone. You don’t tell a story only to yourself. There’s always someone else.
Even when there is no one.»

“Raccontare, piuttosto che scrivere, perché non ho niente con cui scrivere e lo scrivere in ogni caso è proibito. Ma se è una storia, anche se nella mia testa, devo raccontarla a qualcuno. Tu non racconti una storia solo a te stesso. C’è sempre qualcun altro. Anche quando non c’è nessuno.” Questa una delle frasi pronunciate dalla protagonista Offred, il cui nome precedente alla Repubblica di Gilead era June, e che racchiude il senso di gran parte della storia. Il bisogno di raccontare. Di far arrivare la propria voce al di là di questa società che aborrisce il mondo esterno e ti intrappola al suo interno. Il bisogno di raccontare che è anche proprio del genere umano. Un’altra delle frasi, ripetute più volte nel romanzo, è una frase latina: “Nolite te bastardes carborundorum”. Tradotta come “che i bastardi non ti schiaccino” è diventata uno dei motti dell’emancipazione femminile.

L’opera, che ha venduto milioni di copie, è stata adattata per un omonimo film nel 1990 e nel 2017 è diventata inoltre una serie televisiva, vincendo anche il premio Emmy.

 

   

9 novembre 1989: la caduta del muro di Berlino

Sono passati già ventotto anni dalla caduta del muro di Berlino e dalla conseguente dissoluzione dell’Unione Sovietica e dalla vittoria degli Stati Uniti, che rimangono l’unica superpotenza mondiale. Ventotto anni in cui il rapporto tra Federazione russa, creatasi alla fine della guerra fredda, e il blocco occidentale, in particolar modo gli USA, continua ad avere attriti, arrivando in alcuni casi ad una vera e propria contrapposizione. Ad esempio la guerra in Iraq portata avanti dagli Stati Uniti e dai paesi alleati è stata fortemente osteggiata dalla Russia; così come per l’installazione di basi di difesa missilistica in Polonia ha visto l’opposizione della Russia.

Le sorti della guerra fredda

Blocco Occidentale vs. Blocco Orientale

Una volta conclusa la seconda guerra mondiale, la contrapposizione ideologica, politica e militare tra le due potenze principali vincitrici, Stati Uniti e Unione Sovietica, dà il via alla guerra fredda. Per quaranta anni vanno quindi a scontrarsi, però senza mai scoppiare in una vera e propria guerra, quelli che vengono denominati il “blocco occidentale”, formato dagli Stai Uniti e gli alleati della NATO, e il “blocco orientale”, composto dall’Unione Sovietica e gli alleati del Patto di Varsavia. Il simbolo della cortina di ferro, linea di divisione dell’Europa nelle due zone di influenza politica, fu il muro di Berlino. Il muro, fatto costruire il 13 agosto 1961 dalla Repubblica democratica tedesca, filosovietica, e abbattuto il 9 novembre 1989, circondava Berlino Ovest e la separava dalla Germania Est. Questa frontiera era fortificata militarmente e i dati ci riferiscono che circa centocinquanta persone sono state uccise dalla polizia della DDR mentre cercavano di attraversare il muro per raggiungere Berlino Ovest.

Ad ogni modo la guerra fredda vede la contrapposizione di due ideologie politico-economiche: la democrazia-capitalista da una parte e il totalitarismo-comunista dall’altra. Il conflitto tra i due blocchi si esprime in vari campi: militare, spaziale, tecnologico, sportivo. La corsa agli armamenti porta al miglioramento e rafforzamento delle armi di distruzione di massa, una delle preoccupazioni maggiori della guerra fredda, con l’auspicio, da entrambe le parti, che la loro esistenza fosse un deterrente sufficiente per impedire una guerra vera e propria. Allo stesso modo la corsa allo spazio rappresenta una sfida tra le due superpotenze per ottenere sempre maggiori successi spaziali nel lancio di missili, satelliti e nell’allunaggio. Se i sovietici sono i primi a inviare una cagnolina, Laika, nello spazio e un uomo, gli americani sono i primi a mettere a segno lo sbarco sulla Luna.

Dopo la caduta del muro di Berlino si gettano le basi per la riunificazione delle due Germanie, che avviene l’anno successivo. Nel 1991, sciolto il Patto di Varsavia, avviene la dissoluzione dello Stato Sovietico. Oggi sono ventotto anni dalla caduta del muro, ventotto anni in cui non c’è più la divisione tra est e ovest, e sono ventotto anni da quell’evento che ha sancito la fine del regime comunista.

 

Le parole che volevo dirti

Le parole che volevo dirti
erano tutte qui, nella mie mente
chiare limpide e dirette
come raggi del sole.
Ma non sono mai state dette,
                                                  erano proprio lì
sulla punta della lingua
sulla punta dei capelli
sulla punta dei miei piedi.
Le parole che volevo dirti
sono ancora qui,
dure
forti
troppo spaventose per essere pronunciate.
E quando accade che mi parli
quando accade che mi inebri
tu giochi con le tue parole
che mi legano a te,
e le mie
immobili e mute
diventano caduche.

Russia, 1917: la rivoluzione d’ottobre che portava alla conseguente nascita dell’Unione Sovietica

Cento anni fa la rivoluzione russa ribaltava per sempre il sistema zarista portando inizialmente alla formazione della Repubblica socialista federativa sovietica russa e, nel 1922, in seguito alla guerra civile, alla formazione dell’Unione Sovietica.

All’inizio del ventesimo secolo la qualità della vita nelle campagne russe era bassa e le sempre più frequenti manifestazioni degli operai indebolivano il regime. Il popolo protestava pacificamente per chiedere la riduzione dell’orario di lavoro a otto ore, il salario minimo giornaliero e la convocazione di un’assemblea costituente. In una di queste proteste, avvenuta il 9 gennaio del 1905, gli scioperanti si recarono davanti al Palazzo d’Inverno, convinti che lo Zar sarebbe venuto loro incontro, e per tutta risposta le truppe imperiali fecero fuoco sulla folla uccidendo centinaia di persone. Viene ricordata come la domenica di sangue. Lo sdegno suscitato da questo episodio aumentava le manifestazioni di protesta e i socialdemocratici, divisi in due fazioni (bolscevichi e menscevichi), tentavano di porsi a capo dei moti popolari. A Mosca nascevano anche i Soviet, consigli di operai e lavoratori, e il tradizionale sistema di potere autocritico andava mostrando sempre più le proprie debolezze.

Dalla rivoluzione di febbraio alla rivoluzione d’ottobre

Nel 1914 la Russia scendeva in campo nella prima guerra mondiale schierata con l’Intesa. Dopo iniziali successi, si era manifestata l’arretratezza economica del paese e le gravi condizioni di vita. Il malumore dilagava tra il popolo e il rapporto con l’autocrazia era sempre più compromesso, così, nel 1917, avviene la rivoluzione di febbraio che porta alla deposizione dello zar Nicola II e alla formazione di un governo provvisorio (composto per lo più da menscevichi). Nel paese c’erano ora due poteri: quello del governo provvisorio e quello dei Soviet (che comprendevano i bolscevichi). Quando Lenin tornò dall’esilio suggerì di trasformare la rivoluzione borghese di febbraio in una rivoluzione proletaria. Così nell’ottobre dello stesso anno i bolscevichi occupavano i punti nevralgici della capitale e davano vita alla rivoluzione d’ottobre. La vittoria dei bolscevichi portava al rovesciamento del governo provvisorio e alla nascita della Repubblica socialista federativa sovietica russa. In seguito alla rivoluzione d’ottobre scoppiava una guerra civile combattuta dai bolscevichi, che costituivano l’Armata Rossa, contro vari gruppi controrivoluzionari, i quali costituivano l’Armata Bianca, appoggiata anche dal Regno Unito, Stati Uniti e Francia. Il conflitto, protrattosi fino al 1922, fu vinto dall’Armata Rossa che instaurò il potere su tutto il territorio della nascente Unione Sovietica.

Nel frattempo, nel 1918, la Russia si era ritirata dalla prima guerra mondiale e aveva firmato la pace di Brest-Litovsk con la Germania accettando di perdere la Finlandia, l’Ucraina, la Polonia e i paesi baltici.

Oggi, a distanza di cento anni da quella rivoluzione d’ottobre, non c’è più l’Unione Sovietica, scioltasi ufficialmente il 26 dicembre 1991. Era composta da quindici repubbliche socialistiche, di cui la più estesa era la Repubblica socialista federativa sovietica russa, e dopo il suo scioglimento le quindici repubbliche sovietiche sono diventate stati indipendenti. Nasce così la Federazione russa.

Amore con riserva

Caterina lo sa, che a volte c’è solo il bisogno di andar via, di correre lontano, verso una meta che non c’è. Dove il mare è più blu e le foglie degli alberi tutte colorate; i pesci possono stare fuori dall’acqua e finalmente i coccodrilli si sa che verso fanno. Andare via è come una malattia che cresce piano piano, si impossessa del tuo spirito e ti alimenta. Andare via è non saper rimanere nello stesso posto, perché in quel posto c’è tutto quello di cui hai bisogno.

Non si può rimanere dove si ha lasciato troppo amore.

Andare via per alcuni è scappare, per altri è ricominciare. Per Caterina è non dover più amare con riserva.

 

Tutto era iniziato qualche mese prima o forse qualche anno prima. Non sai mai quando il meccanismo del tuo cuore si inceppa. Caterina se ne andava in giro sempre con le cuffie nelle orecchie: “..ma il sentimento era già un po’ troppo denso e son restato. Chissà chissà chi sei, chissà che sarai, chissà che sarà di noi..”. Indossava t-shirt dell’Hard Rock, un Daniel Wellington al polso che la rendeva orgogliosa, ai piedi converse bianche ormai rovinate e poteva passare ore intere a fissare il mare. Quella era la sua terapia per ogni tipo di dolore.

Da quando suo padre se n’era andato la vita le appariva disperata. Scadenze da rispettare, orari da rispettare, regole da rispettare. Treni da prendere, viaggi che non fai mai in tempo a fare. Vai a fare la spesa, vai a pagare le bollette, vai in farmacia, prepara la cena, pulisci casa, vai a lavorare. Non era facile stare dietro a tutto. Dietro a una madre che ha bisogno di aiuto, dietro ad un amico che ha bisogno di aiuto, dietro a te stesso che hai bisogno di aiuto.

Caterina indossava un sorriso quando era in compagnia, per ricordarsi che l’allegria e il calore della gente fanno sempre bene. Ma, quando camminava da solo nel buio sulla strada verso casa, Caterina si toglieva quel sorriso e i lampioni le illuminavano la sua triste malinconia. Quella era Caterina, che si perdeva troppo nei suoi cupi pensieri e fantasticava sulle stranezze della vita. Nascondeva i suoi incubi alla gente, non voleva condividerli, o, più probabilmente, aveva paura di mostrarli. Credeva che le lentiggini fossero baci del sole sulla pelle chiara e che la tartaruga Holly un giorno avrebbe raggiunto il suo compagno Benji correndo più veloce di Achille. Credeva nella speranza che le scorreva nelle vene, perché, in un modo stupido e ingenuo, continuava a pensare che le cose belle potessero sempre accadere da qualche parte nel mondo e in un qualsiasi momento. Credeva che la pioggia fosse affascinante e depurativa, un modo per lavarsi via le proprie lacrime per bagnarsi con le lacrime del cielo. E credeva nel bisogno di imparare a stare da soli prima ancora di stare in compagnia.

«Lascia perdere, ti fai solo del male» le ripeteva sempre un’amica.

«Non puoi capire…» rispondeva lei.

Su queste note Caterina rifletteva sul suo cuore che una sera d’estate si era inceppato. Uno sguardo furbo di chi ha la sicurezza di riuscire sempre, tanti ricci in testa, la presunzione dei vent’anni e Caterina era fottuta. Ovviamente non era successo nulla, lei era scappata prima di essere contaminata da quella strana sensazione che provava.

 

Prima di andarsene Caterina non aveva lasciato nulla, né una lettera, un saluto, un abbraccio. Niente di niente. Aveva lasciato solo l’amarezza e la tristezza in chi l’aveva amata veramente.  Caterina non poteva restare lì, non poteva più sopportarlo. Sua madre aveva raggiunto suo padre e lei era andata in Islanda, o forse in America.

Caterina voleva essere libera e volare via come un’aquila. Voleva non avere limitazioni né impedimenti. Voleva non dover spiegare più perché faceva quello che faceva e voleva essere capita. Voleva amare con il cuore pronto a scoppiare colmo di sentimento e voleva piangere così forte tutti i dolori come se stesse per morire. Per lei la vita era emozione a trecentosessanta gradi, era una macchina che corre ad alta velocità, era la ruota di un carro, possibilmente non sporca di sangue come quella del giovin signore, era tutta la cioccolata che vorresti mangiare a pranzo e a cena, era il colore del mare, era il sorriso di un bambino, era “ci vediamo domani”, era il tuo cane che ti aspetta scodinzolante dietro al cancello di casa, era tutte le parole belle dette e non dette.

Per tutto questo aveva deciso di andarsene, non poteva stare lì sapendo che l’amore gli era negato. Non avrebbe più spiegato che nella vita non esistono cose giuste e cose sbagliate, ma, la purezza di un sentimento può esprimersi anche negli angoli più bui e angusti. Non poteva continuare a guardarlo sapendo che era condannata a stare nello stesso posto, ma, con accanto un’altra persona.

«Tieniti i miei pensieri tanto non li userò più. Tieniti le mie scarpe per quando vorrai vedere come sono rotte per tutti i passi che ho fatto verso di te. Tieniti il mio profumo per ricordare le volte che il tuo mi ha fatto da coperta»

Era chiaro che, in un momento imprecisato, Caterina era stata contaminata da quella strana sensazione che tentava di evitare come fosse la peste.

 

Il sudore gli colava dalle tempie, sentiva troppo caldo sotto quel piumone e aveva gli occhi impastati. Niccolò si stirò le membra dopo un lungo sonno e diversamente da quello che gli accadeva sempre appena si svegliava, oggi ricordava tutto. Corse da suo padre «Papà ho fatto un sogno assurdo… c’era una tipa strana, si chiamava Caterina. Potevo sentire i suoi pensieri! Era interessante e amava tantissimo il mare. Solo che aveva deciso di andarsene;  amava troppo e non le era permesso e questo le causava grande sofferenza»

«Ma cosa ti sei sognato?! Dai vai a fare colazione che farai tardi a scuola!»

«Non lo so papà, però sembrava così vero.. ha scelto di andarsene per continuare ad amare, senza riserve. Comunque non importa, non è mai successo. Corro a prepararmi»

Suo padre non gli rispose, tanto Niccolò non poteva immaginare, ma egli era rimasto sorpreso, come folgorato, perché da ragazzo aveva avuto una breve storia, la più bella forse, che non aveva mai raccontato ma aveva sempre conservato, con una ragazza che poi aveva lasciato andare come un cretino, e quella ragazza si chiamava Caterina.

Elephant in the room. I problemi non risolti e le stragi che si ripetono

«Un giorno qualunque di scuola superiore. Peccato che non lo è.»

Questo il tagline del film Elephant. Uscito nel 2003 e diretto da Gus Vun Sunt, ha vinto al Festival di Cannes il premio Palma d’oro come miglior film e anche il premio per la miglior regia (tra l’altro la giuria, per assegnare entrambi i riconoscimenti, dovette chiedere una deroga al regolamento che vieta di assegnare tutti e due i primi allo stesso film). Ispirato al massacro avvenuto alla Columbine High School, in America, nel 1999, il titolo allude ad una forma proverbiale inglese “elefante nella stanza”. Quest’espressione è una metafora, la quale indica che una verità per quanto ovvia e appariscente viene però ignorata. Si riferisce quindi ad un problema noto a tutti ma di cui nessuno vuole parlare. Si prende allora come esempio un elefante: se si trova in una stanza è impossibile non notarlo, ma, viene volontariamente ignorato dai presenti che evitano così di affrontare un problema palese.

Tutto apparentemente normale

La narrazione si sviluppa nell’arco di una giornata, apparentemente normale, all’interno di un istituto scolastico. Vengono mostrate in successione le stesse scene ma da punti di vista differenti. I personaggi centrali sono Eric e Alex, due ragazzi con la passione delle armi, che a fine giornata entrano nella scuola e vanno a seminare morte e terrore. Le tematiche toccate sono diverse: la natura, sia a livello uditivo che visivo, con immagini di animali; il distacco dello spettatore, che è come un osservatore onnisciente e indifferente. Si sa già cosa sta per accadere e tutto viene presentato con una freddezza tale da annullare qualsiasi empatia con i personaggi. Questo sembra quasi suggerirci come ormai si è assuefatti dalla violenza. Inoltre la colonna sonora è quasi assente se non per due brani di Beethoven, Sonata al chiaro di luna e Per Elisa, di cui la seconda suonata da uno dei personaggi in scena. Un altro dei temi toccati dal film, quello principale e il più evidente, è l’uso delle armi da fuoco in America. Non viene dato spazio a scene che mostrano l’acquisto di armi perché anch’esso è visto come qualcosa di comune. Come i problemi degli studenti: tra chi è ossessionato dal fisico, chi viene bullizzato, a chi viene emarginato. Gli assassini sono presentati sullo stesso piano degli altri ragazzi. Sembra tutto “normale”. Ed è proprio questo lo scopo del film: mostrare come questo ingombrante problema, questo elefante, presente in America, venga trascurato, ignorato e considerato come una situazione comune e normale. Alla luce di quello che avviene in America, non solo le stragi nelle scuole, ma anche durante i concerti e nei locali, dovrebbe aiutare a riflettere sul bisogno di un cambiamento, in particolar modo per quanto riguarda le questioni sulla gestione delle armi da fuoco. La strage alla Columbine High School non fu la prima e neanche l’ultima, così come le stragi nei concerti oggi giorno non sono casi isolati, ma, tutti questi non dovrebbero essere episodi comuni e normali, piuttosto dovrebbero essere casi rari e possibilmente irripetibili.

Amami o faccio un casino!

FUCT, questo l’acronimo dell’ultimo tour di Coez, che slegato sarebbe “faccio un casino tour”.  Faccio un casino è il titolo del suo ultimo cd, uscito a maggio, e anticipato dall’omonimo singolo il 10 marzo. Diventato disco d’oro insieme ad altri suoi singoli, Jet e La musica non c’è, gli ha portato un grande successo sulla scena italiana. Il tour, che è iniziato a giugno e sta giungendo ormai alla fine, ha riscosso grande entusiasmo e grande clamore. Tante date sold out, tanti live strapieni di fan. Coez c’è e il pubblico risponde.

In arte Coez, nella vita Silvano Albanese, nasce in provincia di Salerno ma si trasferisce presto a Roma. All’età di 19 anni avvia la carriera di rapper e insieme a due amici forma il gruppo “Circolo Vizioso”. Poi con l’unione di un altro gruppo rap forma i “Brokenspeakers”. Con questi ultimi raggiunge un certo successo portando avanti collaborazioni con Colle der Fomento, Ghemon, Noyz Narcos. Parallelamente Coez intraprende la carriera da solista pubblicando nel 2009 l’album Figlio di nessuno. Il successo però arriva nel 2013 quando esce per la Carosello Records Non erano fiori, prodotto da Riccardo Senigallia con il quale aveva avviato una stretta collaborazione da un anno. Inizia così la scalata di Coez, che da questo momento comincia a vendere singoli di successo.

“Mi metti in crisi e in questo testo non ti riesco a disegnare. Vorrei portarti al mare, anzi portarti il mare”

Dagli amori più difficili che se non funzionano «faccio un casino», agli occhiali scuri da non dimenticare mai quando non si dorme a casa. Dalle luci della città, che vista dall’alto ci ricorda che questo è un mondo fatto per due e che alla fine ti porta a chiedere «vanno via tutti resti con me?», ad un sentimento bello, sincero, a volte taciturnal, che puoi condividere con qualcuno anche quando la musica non c’è. Dall’erotismo che ti fa scivolare i cliché sul parquet, alla dedica alla mamma, che è la nostra metà migliore. Questi i temi trattati dal cantautore romano, il quale assicura che la pausa dopo la fine del tour migliore di sempre non sarà lunga, e che è pronto ad infiammare ancora la scena musicale.

Lady D: la principessa triste

Pochi giorni fa ricorreva l’anniversario della morte della principessa lady Diana. Il 31 agosto del 1997 moriva in un incidente d’auto a Parigi mentre viaggiava insieme al compagno, l’autista e la guardia del corpo. In tanti, nell’arco di questi 20 anni, si sono chiesti se quello fosse un semplice incidente o se ci fosse dietro un complotto. La certezza che ci rimane, a distanza di tempo, è l’orrore di quella morte avvenuta in quella tragica sera.

La storia di Diana Spencer

La principessa Diana nasce da una delle famiglie più antiche e nobili della Gran Bretagna. All’età di 19 anni conosce Carlo, il principe del Galles, che allora usciva con la sorella di Diana. Un paio di anni dopo iniziano gli incontri tra i due. Sono state poche le uscite che hanno portato al fidanzamento dei due giovani. Fin da subito il matrimonio non fu felice, tanto che, già durante il viaggio di nozze, viene fuori la storia che Carlo portava avanti con Camilla. Dalle testimonianze che Diana lasciò, fuoriesce tutta la tristezza che da sempre fu una fedele compagna durante la sua vita. Le cose non andavano bene, Carlo non era il marito premuroso che Diana si aspettava e la vita di corte non era così bella e fantastica come a sognarla dall’esterno. L’unione tra Diana Spencer e Carlo d’Inghilterra dura dal 1981 al 1985, quando Diana non riesce più a reggere questo rapporto ormai consumato e non sopporta più l’adulterio del principe. Il divorzio venne però ufficializzato nel 1996. Perde quindi anche il titolo di “Altezza reale” ma questo non la spaventa. Fu sempre e comunque una madre premurosa e innamorata dei suoi figli. Mantenne la residenza a Kensington Palace e frequentò altri uomini: al momento della morte era a Parigi insieme all’ultimo compagno Dody Al-Fayed. Nessuno si sarebbe mai immaginato quella fine così tragica e improvvisa. L’auto su cui viaggiavano si schiantò contro il tredicesimo pilone del Pont de l’Alma e non ci furono speranze. La reazione del popolo britannico fu forte e inaspettata, e spinse la casa reale ad accettare le pubbliche esequie. Il giorno del funerale, in cui Elton John, grande amico di Diana, cantò Candle in the wind, tre milioni di persone si riversarono per le strade di Londra per omaggiare quella principessa, ma prima di tutto, quella donna, che era entrata nei cuori di tutto il mondo per la sua bontà, il suo calore, la sua compassione e la sua bellezza.

L’impegno sociale e l’insofferenza nella casa reale

Portò avanti durante la sua vita una grande e appassionata attività di volontariato: diede un grande contributo alle persone più sfortunate e si interessò a cause, tradizionalmente ignorate dalla Casa Reale, come l’AIDS e la lebbra. Ricordiamo inoltre, poco prima della morte, uno scatto di lei che cammina tra le mine antiuomo in Angola, che fece il giro del mondo. Per questo fu anche accusata di essere una “mina vagante”, quando il suo interesse era quello di evitare tutti i danni che queste possono provocare anche molti anni dopo una guerra.

Dalle recenti registrazioni che sono venute fuori sappiamo come la vita della principessa fu caratterizzata da grandi dolori e grandi sofferenze. Lady Diana cercava disperatamente attenzioni da parte del marito, attenzioni che non arrivarono mai. Quella non era la vita che aveva sperato per sé. Questo malessere la portò a soffrire di bulimia nervosa, oltre che di depressione. È considerata come una delle donne più fotografate al mondo, e, per quella sorta di amarezza, di inquietudine che si rinvenivano talvolta nei suoi sguardi, verrà ricordata come La principessa triste.

 

  

Tennis: US Open 2017

US Open, l’ultimo slam della stagione

All’avvio il quarto e ultimo grande slam della stagione, giocato sui campi in cemento di Flushing Meadows a New York. Lo stadio principale dello US Open è l’Arthur Ashe Stadium, intitolato al tennista afro americano Arthur Ashe, vincitore della prima edizione dello Slam nell’era Open (1968, primo anno in cui fu permesso ai professionisti di giocare). Vincitore maschile dell’ultima edizione è Stan Wawrinka, quest’anno assente, sul serbo Novak Djokovic, anch’egli assente. Mentre tra le donne la vincitrice della scorsa edizione è Angelique Kerber che quest’anno ha perso al primo turno appena giocato, contro la giapponese Osaka.

Le aspettative per questa edizione

Nel maschile quest’anno mancano all’appello alcuni dei giocatori più forti dell’ultimo decennio: Djokovic, Wawrinka per dei problemi ad un ginocchio e Murray, che ha annunciato la sua assenza a ridosso del torneo. Puntano quindi alla conquista dello Slam Roger Federe e Rafael Nadal, avendo come terzi incomodi Thiem e Dimitrov. Nadal, che da appena una settimana è tornato numero 1 al mondo dopo tre anni lontano dalla vetta del ranking, ha superato con tranquillità il primo turno. Mentre per lo svizzero ci sono stati problemi: contro il francese Tiafoe ha dovuto lottare per ben due ore e mezza per strappare una vittoria al quinto set. Ci si chiede se sia stato solamente un passaggio a vuoto dell’elvetico, che quest’anno ci ha abituati a risultati straordinari con grande continuità, o se sia invece indizio di ulteriori problemi alla schiena, che nell’ultimo mese sembrano ripresentarsi. Al di là di questo, Federer e Nadal si trovano dalla stessa parte del tabellone; possiamo quindi aspettarci una semifinale tra i due.

Nel tabellone femminile invece, oltre alla prematura sconfitta della Kerber, vediamo il ritorno in campo di Maria Sharapova dopo più di un anno di assenza dal circuito. Il suo esordio è impressionante: in tre set riesce a sconfiggere la rumena Halep, che è alla disperata ricerca della prima posizione in classifica (ovviamente negata dopo questa sconfitta). Chissà se la russa ci regalerà qualche sorpresa. Buon inizio anche per Carolina Wozniacki e Venus Williams, entrambe reduci da una discreta stagione.

 

 

Il mito americano ne “Il Grande Gatsby” di Fitzgerald

Jay Gatsby, simbolo del mito americano, dell’American dream che si infrange. Siamo nell’America degli anni ’20, negli anni ruggenti, in quell’età del jazz così ben descritta da Francis Scott Fitzgerald. Anni in cui questo genere musicale ebbe un grande incremento di popolarità, in cui si tende verso il progresso e la modernità e ci sono i primi movimenti di emancipazione femminile. Tutto questo si stoppò con la grande depressione del 1929 e il proibizionismo. Gli anni del sogno americano sono segnati dalla rottura con la tradizione e il conseguente avvicinamento alla tecnologia, con l’introduzione di nuovi beni di consumo. Si avvia così una produzione di massa che assoggetta la popolazione al consumismo. Gran parte però della classe operaia, così come gli immigrati e gli afro-americani rimasero fuori dal boom economico. Tra le nuove scoperte ci furono: l’automobile, la radio, il cinema, il grammofono e il fonografo (che portarono molti individui ad avvicinarsi alla cultura musicale).

“The Great Gatsby” da iniziale disastro a capolavoro

Questo sogno però aveva i suoi limiti e le sue tragedie, che ci vengono mostrate nel romanzo di Fitzgerald, “Il grande Gatsby”, uscito nel 1925. Definito da T. S. Eliot «Il primo passo in avanti fatto dalla narrativa americana dopo Henry James». Ambientato a New York, precisamente a Long Island, nell’estate del 1922, quest’opera è un perfetto ritratto della società degli anni ’20. È inoltre una sorta di autobiografia dello scrittore statunitense, che annebbiato dal consumo di alcol e dalla sua vita un po’ sopra le righe, cerca di capire quali erano gli ostacoli che stavano facendo affondare la sua esistenza. Il libro racconta la storia di un giovane, di nome James Gatz, che fugge dalla sua famiglia per trasformare se stesso e cambiare identità, Jay Gatsby per l’appunto. Ci viene raccontato il suo amore per Daisy da ragazzo e la sua illusione di poterla riconquistare nonostante il tempo passato e l’indifferenza di lei.

Ma Nick dice: “Non si può ripetere il passato”. “Non si può ripetere il passato? Ma certo che si può” risponde Gatsby.

Il personaggio a dialogare con Gatsby è Nick Carraway, vicino di casa, che ha il ruolo di narratore. Nick rappresenta l’esatto opposto di quella società consumista. È un uomo modesto, puritano e moralista. Dalla sua casa nota tutte le feste che vengono date nella casa del suo ricco vicino, osserva il giovane fissare la “luce verde” in lontananza (luce verde che è simbolo di quell’illusorio mito americano) ed infine organizza il suo funerale, quando Gatsby verrà ucciso per un malinteso. Qui emerge il tema della solitudine: Gatsby è solo. Non partecipa alle sue feste, alle quali le persone che vi prendono parte non si conoscono e non comunicano, e nessuno viene al suo funerale. Vivono tutti nell’indifferenza. Egli è una sorta di eroe romantico destinato al fallimento, vive solo per il suo sogno d’amore ed è inadeguato al mondo che lo circonda. Infatti, essendo egli l’incarnazione della purezza umana, arriverà all’autodistruzione.

Il mito americano in Italia

In Italia, intorno gli anni ’30, tra i maggiori interpreti del mito americano troviamo Cesare Pavese e Elio Vittorini. La conoscenza di questi scrittori americani era ristretta solo a poche persone e divenne presto l’antitesi del fascismo. Fascismo che tentava in tutti i modi di censurare le letture straniere, favorendo i classici italiani. Così questi scrittori italiani tentavano di recuperare il mito americano, vedendo nell’America una terra promessa, nel progresso un atto di libertà e trovando anche una risoluzione alla questione della lingua con l’introduzione dello slang (il dialetto). Il mito americano però era destino a finire anche in Italia: le generazioni successive avevano infatti messo in luce tutte le contraddizioni che questo sogno americano aveva in sé.