Emy Damiani

Amami o faccio un casino!

FUCT, questo l’acronimo dell’ultimo tour di Coez, che slegato sarebbe “faccio un casino tour”.  Faccio un casino è il titolo del suo ultimo cd, uscito a maggio, e anticipato dall’omonimo singolo il 10 marzo. Diventato disco d’oro insieme ad altri suoi singoli, Jet e La musica non c’è, gli ha portato un grande successo sulla scena italiana. Il tour, che è iniziato a giugno e sta giungendo ormai alla fine, ha riscosso grande entusiasmo e grande clamore. Tante date sold out, tanti live strapieni di fan. Coez c’è e il pubblico risponde.

In arte Coez, nella vita Silvano Albanese, nasce in provincia di Salerno ma si trasferisce presto a Roma. All’età di 19 anni avvia la carriera di rapper e insieme a due amici forma il gruppo “Circolo Vizioso”. Poi con l’unione di un altro gruppo rap forma i “Brokenspeakers”. Con questi ultimi raggiunge un certo successo portando avanti collaborazioni con Colle der Fomento, Ghemon, Noyz Narcos. Parallelamente Coez intraprende la carriera da solista pubblicando nel 2009 l’album Figlio di nessuno. Il successo però arriva nel 2013 quando esce per la Carosello Records Non erano fiori, prodotto da Riccardo Senigallia con il quale aveva avviato una stretta collaborazione da un anno. Inizia così la scalata di Coez, che da questo momento comincia a vendere singoli di successo.

“Mi metti in crisi e in questo testo non ti riesco a disegnare. Vorrei portarti al mare, anzi portarti il mare”

Dagli amori più difficili che se non funzionano «faccio un casino», agli occhiali scuri da non dimenticare mai quando non si dorme a casa. Dalle luci della città, che vista dall’alto ci ricorda che questo è un mondo fatto per due e che alla fine ti porta a chiedere «vanno via tutti resti con me?», ad un sentimento bello, sincero, a volte taciturnal, che puoi condividere con qualcuno anche quando la musica non c’è. Dall’erotismo che ti fa scivolare i cliché sul parquet, alla dedica alla mamma, che è la nostra metà migliore. Questi i temi trattati dal cantautore romano, il quale assicura che la pausa dopo la fine del tour migliore di sempre non sarà lunga, e che è pronto ad infiammare ancora la scena musicale.

Lady D: la principessa triste

Pochi giorni fa ricorreva l’anniversario della morte della principessa lady Diana. Il 31 agosto del 1997 moriva in un incidente d’auto a Parigi mentre viaggiava insieme al compagno, l’autista e la guardia del corpo. In tanti, nell’arco di questi 20 anni, si sono chiesti se quello fosse un semplice incidente o se ci fosse dietro un complotto. La certezza che ci rimane, a distanza di tempo, è l’orrore di quella morte avvenuta in quella tragica sera.

La storia di Diana Spencer

La principessa Diana nasce da una delle famiglie più antiche e nobili della Gran Bretagna. All’età di 19 anni conosce Carlo, il principe del Galles, che allora usciva con la sorella di Diana. Un paio di anni dopo iniziano gli incontri tra i due. Sono state poche le uscite che hanno portato al fidanzamento dei due giovani. Fin da subito il matrimonio non fu felice, tanto che, già durante il viaggio di nozze, viene fuori la storia che Carlo portava avanti con Camilla. Dalle testimonianze che Diana lasciò, fuoriesce tutta la tristezza che da sempre fu una fedele compagna durante la sua vita. Le cose non andavano bene, Carlo non era il marito premuroso che Diana si aspettava e la vita di corte non era così bella e fantastica come a sognarla dall’esterno. L’unione tra Diana Spencer e Carlo d’Inghilterra dura dal 1981 al 1985, quando Diana non riesce più a reggere questo rapporto ormai consumato e non sopporta più l’adulterio del principe. Il divorzio venne però ufficializzato nel 1996. Perde quindi anche il titolo di “Altezza reale” ma questo non la spaventa. Fu sempre e comunque una madre premurosa e innamorata dei suoi figli. Mantenne la residenza a Kensington Palace e frequentò altri uomini: al momento della morte era a Parigi insieme all’ultimo compagno Dody Al-Fayed. Nessuno si sarebbe mai immaginato quella fine così tragica e improvvisa. L’auto su cui viaggiavano si schiantò contro il tredicesimo pilone del Pont de l’Alma e non ci furono speranze. La reazione del popolo britannico fu forte e inaspettata, e spinse la casa reale ad accettare le pubbliche esequie. Il giorno del funerale, in cui Elton John, grande amico di Diana, cantò Candle in the wind, tre milioni di persone si riversarono per le strade di Londra per omaggiare quella principessa, ma prima di tutto, quella donna, che era entrata nei cuori di tutto il mondo per la sua bontà, il suo calore, la sua compassione e la sua bellezza.

L’impegno sociale e l’insofferenza nella casa reale

Portò avanti durante la sua vita una grande e appassionata attività di volontariato: diede un grande contributo alle persone più sfortunate e si interessò a cause, tradizionalmente ignorate dalla Casa Reale, come l’AIDS e la lebbra. Ricordiamo inoltre, poco prima della morte, uno scatto di lei che cammina tra le mine antiuomo in Angola, che fece il giro del mondo. Per questo fu anche accusata di essere una “mina vagante”, quando il suo interesse era quello di evitare tutti i danni che queste possono provocare anche molti anni dopo una guerra.

Dalle recenti registrazioni che sono venute fuori sappiamo come la vita della principessa fu caratterizzata da grandi dolori e grandi sofferenze. Lady Diana cercava disperatamente attenzioni da parte del marito, attenzioni che non arrivarono mai. Quella non era la vita che aveva sperato per sé. Questo malessere la portò a soffrire di bulimia nervosa, oltre che di depressione. È considerata come una delle donne più fotografate al mondo, e, per quella sorta di amarezza, di inquietudine che si rinvenivano talvolta nei suoi sguardi, verrà ricordata come La principessa triste.

 

  

Tennis: US Open 2017

US Open, l’ultimo slam della stagione

All’avvio il quarto e ultimo grande slam della stagione, giocato sui campi in cemento di Flushing Meadows a New York. Lo stadio principale dello US Open è l’Arthur Ashe Stadium, intitolato al tennista afro americano Arthur Ashe, vincitore della prima edizione dello Slam nell’era Open (1968, primo anno in cui fu permesso ai professionisti di giocare). Vincitore maschile dell’ultima edizione è Stan Wawrinka, quest’anno assente, sul serbo Novak Djokovic, anch’egli assente. Mentre tra le donne la vincitrice della scorsa edizione è Angelique Kerber che quest’anno ha perso al primo turno appena giocato, contro la giapponese Osaka.

Le aspettative per questa edizione

Nel maschile quest’anno mancano all’appello alcuni dei giocatori più forti dell’ultimo decennio: Djokovic, Wawrinka per dei problemi ad un ginocchio e Murray, che ha annunciato la sua assenza a ridosso del torneo. Puntano quindi alla conquista dello Slam Roger Federe e Rafael Nadal, avendo come terzi incomodi Thiem e Dimitrov. Nadal, che da appena una settimana è tornato numero 1 al mondo dopo tre anni lontano dalla vetta del ranking, ha superato con tranquillità il primo turno. Mentre per lo svizzero ci sono stati problemi: contro il francese Tiafoe ha dovuto lottare per ben due ore e mezza per strappare una vittoria al quinto set. Ci si chiede se sia stato solamente un passaggio a vuoto dell’elvetico, che quest’anno ci ha abituati a risultati straordinari con grande continuità, o se sia invece indizio di ulteriori problemi alla schiena, che nell’ultimo mese sembrano ripresentarsi. Al di là di questo, Federer e Nadal si trovano dalla stessa parte del tabellone; possiamo quindi aspettarci una semifinale tra i due.

Nel tabellone femminile invece, oltre alla prematura sconfitta della Kerber, vediamo il ritorno in campo di Maria Sharapova dopo più di un anno di assenza dal circuito. Il suo esordio è impressionante: in tre set riesce a sconfiggere la rumena Halep, che è alla disperata ricerca della prima posizione in classifica (ovviamente negata dopo questa sconfitta). Chissà se la russa ci regalerà qualche sorpresa. Buon inizio anche per Carolina Wozniacki e Venus Williams, entrambe reduci da una discreta stagione.

 

 

Il mito americano ne “Il Grande Gatsby” di Fitzgerald

Jay Gatsby, simbolo del mito americano, dell’American dream che si infrange. Siamo nell’America degli anni ’20, negli anni ruggenti, in quell’età del jazz così ben descritta da Francis Scott Fitzgerald. Anni in cui questo genere musicale ebbe un grande incremento di popolarità, in cui si tende verso il progresso e la modernità e ci sono i primi movimenti di emancipazione femminile. Tutto questo si stoppò con la grande depressione del 1929 e il proibizionismo. Gli anni del sogno americano sono segnati dalla rottura con la tradizione e il conseguente avvicinamento alla tecnologia, con l’introduzione di nuovi beni di consumo. Si avvia così una produzione di massa che assoggetta la popolazione al consumismo. Gran parte però della classe operaia, così come gli immigrati e gli afro-americani rimasero fuori dal boom economico. Tra le nuove scoperte ci furono: l’automobile, la radio, il cinema, il grammofono e il fonografo (che portarono molti individui ad avvicinarsi alla cultura musicale).

“The Great Gatsby” da iniziale disastro a capolavoro

Questo sogno però aveva i suoi limiti e le sue tragedie, che ci vengono mostrate nel romanzo di Fitzgerald, “Il grande Gatsby”, uscito nel 1925. Definito da T. S. Eliot «Il primo passo in avanti fatto dalla narrativa americana dopo Henry James». Ambientato a New York, precisamente a Long Island, nell’estate del 1922, quest’opera è un perfetto ritratto della società degli anni ’20. È inoltre una sorta di autobiografia dello scrittore statunitense, che annebbiato dal consumo di alcol e dalla sua vita un po’ sopra le righe, cerca di capire quali erano gli ostacoli che stavano facendo affondare la sua esistenza. Il libro racconta la storia di un giovane, di nome James Gatz, che fugge dalla sua famiglia per trasformare se stesso e cambiare identità, Jay Gatsby per l’appunto. Ci viene raccontato il suo amore per Daisy da ragazzo e la sua illusione di poterla riconquistare nonostante il tempo passato e l’indifferenza di lei.

Ma Nick dice: “Non si può ripetere il passato”. “Non si può ripetere il passato? Ma certo che si può” risponde Gatsby.

Il personaggio a dialogare con Gatsby è Nick Carraway, vicino di casa, che ha il ruolo di narratore. Nick rappresenta l’esatto opposto di quella società consumista. È un uomo modesto, puritano e moralista. Dalla sua casa nota tutte le feste che vengono date nella casa del suo ricco vicino, osserva il giovane fissare la “luce verde” in lontananza (luce verde che è simbolo di quell’illusorio mito americano) ed infine organizza il suo funerale, quando Gatsby verrà ucciso per un malinteso. Qui emerge il tema della solitudine: Gatsby è solo. Non partecipa alle sue feste, alle quali le persone che vi prendono parte non si conoscono e non comunicano, e nessuno viene al suo funerale. Vivono tutti nell’indifferenza. Egli è una sorta di eroe romantico destinato al fallimento, vive solo per il suo sogno d’amore ed è inadeguato al mondo che lo circonda. Infatti, essendo egli l’incarnazione della purezza umana, arriverà all’autodistruzione.

Il mito americano in Italia

In Italia, intorno gli anni ’30, tra i maggiori interpreti del mito americano troviamo Cesare Pavese e Elio Vittorini. La conoscenza di questi scrittori americani era ristretta solo a poche persone e divenne presto l’antitesi del fascismo. Fascismo che tentava in tutti i modi di censurare le letture straniere, favorendo i classici italiani. Così questi scrittori italiani tentavano di recuperare il mito americano, vedendo nell’America una terra promessa, nel progresso un atto di libertà e trovando anche una risoluzione alla questione della lingua con l’introduzione dello slang (il dialetto). Il mito americano però era destino a finire anche in Italia: le generazioni successive avevano infatti messo in luce tutte le contraddizioni che questo sogno americano aveva in sé.

Uomini e no

“Uomini e no” romanzo di Elio Vittorini scritto nel 1944 e pubblicato nel 1945, è uno dei primi romanzi della Resistenza italiana. Il protagonista è Enne2, capo dei partigiani a Milano; di lui non vengono raccontate solo le imprese partigiane, ma anche le vicende amorose con Berta, donna sposata, restia a lasciare il marito e legarsi a lui. Il romanzo ci mostra come ad ogni azione partigiana seguisse subito una rappresaglia tedesca. Durante una di queste azioni Enne2 viene identificato e viene messa una taglia su di lui. I suoi compagni decidono di fuggire, egli, invece, decide di restare spinto da un senso del dovere e da una sofferenza personale. Il suo obiettivo è quello di uccidere il capo dei fascisti: riesce nell’impresa, ma per farlo sacrifica la sua di vita. La storia si conclude con un giovane operaio, che aveva avvertito Enne2 dell’arrivo dei fascisti, e al quale Enne2 aveva chiesto di lottare contro i tedeschi, ma il giovane nel momento in cui dovrebbe uccidere il soldato tedesco, non ci riesce rivedendosi negli occhi della vittima.

Da un lato questo romanzo rientra nel neorealismo, corrente letteraria di quegli anni, per il contenuto tematico e l’ambientazione storica, dall’altro si discosta da questa, soprattutto in quei capitoli scritti in corsivo che denotano uno stile più elaborato. Il libro è composto da 136 brevi capitoli, di cui 23 scritti in corsivo con uno stile differente e in cui sono contenute le riflessioni dell’autore che discorre con Enne2. Questi 23 capitoli rallentano la narrazione, che scorre veloce a causa della presenza dei dialoghi, e la commentano. In generale lo stile è chiaro e immediato, con l’uso di alcune parole straniere nelle scene in cui sono presenti dei tedeschi, per rendere tutto più realistico.

“Chi aveva colpito non poteva colpire di più nel segno. In una bambina e in un vecchio, in due ragazzi di quindici anni, in una donna, in un’altra donna: questo era il modo migliore di colpir l’uomo. Colpirlo dove l’uomo era più debole, dove aveva l’infanzia, dove aveva la vecchiaia, dove aveva la sua costola staccata e il cuore scoperto: dov’era più uomo.”

Il titolo dell’opera non sta tanto ad indicare la differenza tra chi si comporta da uomo e chi no, piuttosto sta ad evidenziare la componente umana e la componente bestiale che coesistono in una persona. Il romanzo quindi è anche un’analisi della natura umana, oltre che avere un valore esistenziale e politico. Enne2 combatte per il suo paese e vedendo nel suo nemico una figura da distruggere. Tutto questo viene superato alla fine dal giovane operaio che, riconoscendosi negli occhi del soldato tedesco, riconosce la stessa umanità. Questo indica una nuova speranza dopo gli orrori della guerra: la speranza di una solidarietà che possa spezzare tutte le differenze che dividono gli uomini.

Sei gradi di separazione

C’è una teoria in semiotica e sociologia, chiamata appunto “sei gradi di separazione”, la quale ipotizza che ogni persona può essere collegata a qualunque altra persona o cosa al mondo attraverso una catena di conoscenze e relazioni formata da non più di cinque intermediari.

Ora immaginiamo che questi cinque intermediari non ci siano, annullando i gradi di separazione, ecco che nascono i sensate.

I sensate sono persone sconosciute che provengono da tutte le parti del mondo e scoprono di essere collegate tra loro in maniera più che telepatica. Questo è il tema principale di una serie televisiva americana, “Sense8”, ideata dalle sorelle Wachowski. I protagonisti sono otto sconosciuti che si rendono conto pian piano di poter comunicare tra loro. In questa serie televisiva di fantascienza i personaggi non hanno nessun super potere, ma, hanno la capacità di essere in contatto tra loro pur trovandosi a milioni di chilometri di distanza. Un po’ come il gioco del telefono senza fili in cui però il messaggio tra i sensate viene comunicato chiaramente, senza errori di interpretazione.

Questi otto protagonisti scoprono di appartenere ad una cerchia e che nel mondo esistono tante altre cerchie come la loro. Vogliono scoprire anche il perché del loro avanzato livello di empatia, come questa connessione psichica possa permettere loro non solo di parlare ma anche di vedersi, toccarsi e condividere ogni emozione.

“Impossibility is a kiss away from reality”

La bellezza di questa serie sta proprio nel mettere in risalto questa “connessione” che si crea tra le persone, a volte così lontane, e che permette loro di sentirsi così vicine, e mai sole. Vediamo come i protagonisti appartengono a culture, razze, tradizioni completamente differenti eppure nessuno viene escluso per il colore della pelle, per il proprio orientamento sessuale, per delle scelte. Anzi, le parole che spiccano sono “inclusione”, “unità”, “accettazione”, “uguaglianza”, “amore” e tutto ciò che possa portare una persona a sentirsi apprezzata e considerata come merita e non essere vista come diversa. Tutti messaggi che passano attraverso la voce di Amanita, nei profondi discorsi di Nomi, nelle lamentele di Lito e negli insegnamenti di Hernando. E ovviamente poi ci sono i gesti di Will, Riley, Wolfgang, Kala, Sun e Capheus che aiutano ad abbattere i muri della divisione e portano avanti questo inno alla condivisione, all’empatia e la voglia di superare le differenze. Questo è il punto di forza dei sensate che annullano i sei gradi di separazione.

Diabolik il re del terrore

Il primo novembre 1962 usciva il primo albo di Diabolik, con il titolo “Il re del terrore”. Questo fumetto viene ideato dalle sorelle Angela e Luciana Giussani, che scrivono i testi e si occupano della sceneggiatura. È il primo fumetto nero italiano che ribalta la morale in voga nei fumetti di quegli anni. Il male con tutto il suo fascino diventa il protagonista assoluto andando a scardinare quelli che erano i valori fondamentali: ovvero la ricerca del bene, la giustizia e la conseguente sconfitta del male.

Diabolik, abile ladro e assassino spietato, ci appare nel primo numero sotto l’identità di Walter Dorian; qui facciamo la conoscenza anche di Elisabeth Gay, prima ragazza di Diabolik, che nei numeri successivi, scoperta la seconda vita del suo compagno, lo denuncia all’ispettore Ginko. Nel terzo albo appare per la prima volta Eva Kant, quella che diventerà la compagna di tutta una vita per Diabolik. Già dal loro primo, casuale, incontro scoppia la passione tra i due e sarà proprio lei che riuscirà a salvare il ladro dalla ghigliottina e a far uccidere un suo sfiancante pretendente. Grazie a lei il carattere di Diabolik si ammorbidisce con il tempo e da feroce, crudele e cinico diventerà più umano e con una sua morale. Dal suo canto Eva, da compagna inizialmente sottomessa sarà man mano un’indispensabile complice su cui fare affidamento. Il suo personaggio inoltre è il primo personaggio donna che nel mondo del fumetto porta avanti i valori di emancipazione e indipendenza femminile.

« Ginko: “Noi stiamo per morire, e questo è il momento della verità. Diabolik, chi sei?”
Diabolik: “Non so chi sono!” »

Le origini del personaggio vengono svelate solamente nel fumetto numero 107 intitolato “Diabolik chi sei?”. Qui si racconta di come da piccolo, rimasto orfano in seguito ad un naufragio, viene allevato in un’isola abitata da soli criminali. Su quest’isola si aggirava una pantera nera di nome Diabolik, che spaventata gli abitanti e che era stata uccisa da King, il boss della banda criminale. Sarà proprio King, poco prima di morire, a battezzare il giovane con il nome di “Diabolik” in ricordo di quella pantera che seminava morte e terrore. Tra i gadget di Diabolik ci sono le maschere, che fabbrica lui, per poter assumere le identità delle altre persone; raramente usa armi da fuoco, infatti la sua arma preferita è il pugnale. Conosce tanti tipi di veleni e droghe e va in giro con una Jaguar E con installati dispositivi per seminari eventuali avversari.

Il successo di questo fu straordinario, tanto che i primi numeri sono ricercati dai collezionisti a prezzi esorbitanti. Dopo più di 800 numeri pubblicati, una trasposizione cinematografica e numerosi accessori, Diabolik continua ancora ad appassionare tanti giovani lettori.

Julio Cortázar e il gioco del mondo

Julio Cortázar è stato, insieme a Jorge Luis Borges, uno dei più grandi scrittori sudamericani di racconti fantastici. Nato a Bruxelles il 26 agosto 1914 da genitori argentini, divide la sua vita tra Argentina e Francia. Fin da piccolo è un grande appassionato di Edgar Allan Poe, mostrando quindi da subito una predilezione per il genere fantastico, surreale e il mistero.

“Ci fu un tempo in cui pensavo molto agli axolotl. Andavo a vederli nell’acquario del Jardin des Plantes, e mi fermavo ore intere a guardarli, osservando la loro immobilità, i loro oscuri movimenti. Ora sono un axolotl.”

Cortázar è un vero maestro del racconto. Attraverso questa forma esprime la dimensione che esiste al di là della realtà quotidiana. Ed è proprio da questa, che all’improvviso, accadono cose strane, eventi inspiegabili che lasciano addosso un senso di inquietudine ed ansia. Quello che accade non viene spiegato, né giustificato. Accade e basta. Non bisogna chiedersi il perché. Ad esempio nel racconto “Casa occupata” i due protagonisti che vivono insieme, si trovano costretti a dover abbandonare la casa, perché occupata da qualcuno o qualcosa, e prima di andarsene chiudono a chiave la porta d’ingresso per paura che qualcuno possa entrare a rubare. Eventi fuori dall’ordinario succedono e l’abilità di Cortázar sta nel mostrarceli, evidenziano diversi livelli di realtà.

Anche Borges, come abbiamo detto, rientra nella letteratura fantastica attraverso i suoi racconti. Tra i suoi temi principali troviamo: l’enciclopedia, la biblioteca, il labirinto, il tempo, la confusione tra realtà e finzione, il mondo come sogno di qualcun altro. “La biblioteca di Babele” è l’immagine di un labirinto in cui l’umanità e il lettore si perdono. Qui si descrive un universo, la biblioteca, che si compone di un numero indefinito, forse infinito, di gallerie esagonali (la cui distribuzione è invariabile). Nell’atrio c’è uno specchio che raddoppia le apparenze. La Biblioteca è interminabile ed esiste ab aeterno. Questo universo è così enorme che ogni riduzione umana risulta infinitesimale e ogni esemplare è unico, insostituibile, ma, ci sono sempre centinaia di migliaia di copie imperfette. Il narratore sospetta che la specie umana stia per estinguersi mentre la Biblioteca sia destinata a permanere: solitaria, infinita, immobile. Inoltre crede che non sia illogico pensare che il mondo sia infinito ed insinua una soluzione: la biblioteca è illimitata e periodica. Gli uomini si affannano in questa biblioteca alla ricerca del Libro che contenga la verità. Questa biblioteca infinita, dove i libri presentano una finita sequenza di caratteri, per cui ogni possibile libro si ripete infinite volte, ci pone di fronte alla metafora dell’eterno ritorno. Proprio perché vi esistono tutti i possibili libri, con tutte le verità e le falsità, la prospettiva della Biblioteca è incommensurabile con quella della specie umana.

L’opera più grande di Cortázar

Tornando a Julio Cortázar, il suo capolavoro è sicuramente “Rayuela (il gioco del mondo)”, del 1963. Questo antiromanzo ci mostra la divisione dell’anima dello scrittore. La trama si divide infatti tra la Francia e l’Argentina. Inoltre ci sono due possibilità di lettura di quest’opera: o si parte dal primo capitolo per arrivare al capitolo 56 e trovare tre asterischi che indicano la fine; oppure partendo dal capitolo 73 e seguendo una tavola d’orientamento stabilita dall’autore. “Rayuela” è stato definito anche un iper-romanzo, termine coniato da Italo Calvino. La definizione che ne dà Calvino è “d’infiniti universi contemporanei in cui tutte le possibilità vengono realizzate in tutte le combinazioni possibili”, dove le sue parti “sviluppano nei modi più diversi un nucleo comune, e che agiscono su una cornice che li determina e ne è determinata”, che funziona come “macchina per moltiplicare le narrazioni”, “costruito da molte storie che si intersecano”. Come esempi di romanzi o racconti che rientrano in questa definizione, Calvino cita “Il giardino dei sentieri che si biforcano” di Borges e il suo “Se una notte d’inverno un viaggiatore”.

Roger Federer: l’ottava meraviglia del mondo

16 luglio 2017. Roger Federer vince l’ottavo Wimbledon. È il primo giocatore a riuscire in questa impresa. Mai nessuno prima aveva vinto otto slam sull’erba. Fino ad oggi il record era detenuto dall’americano Pete Sampras e dal britannico William Renshaw, a pari merito con sette Wimbledon.

I risultati del campione svizzero

È il giocatore che è stato più a lungo numero uno del mondo (per bene 237 settimane consecutive), ha vinto 19 titoli del Grande Slam, 6 ATP World Tour Finals, 26 Masters 1000, 93 tornei complessivi, una Coppa Davis, due medaglie olimpiche (l’oro in doppio nel 2008 e l’argento in singolo del 2012), 1111 incontri (contro solamente 247 sconfitte) ed è uno degli otto nella storia del tennis ad aver completato il Career Grand Slam (la vittoria di tutti e quattro gli Slam). Dopo la partita con Marin Cilic nella finale di Wimbledon, Roger Federer non è solamente “King Roger”, l’uomo dei record, ma è l’uomo che ha consacrato la sua immagine come leggenda di questo sport.

In campo è quasi un robot, non si scompone mai, mantiene calma e sangue freddo, sembra non sudare nemmeno. Il suo gioco così elegante, raffinato, completo, incisivo e sbalorditivo, con quei movimenti così fluidi e perfetti. Un tennista tanto forte, quasi fosse bionico, che sembra un supereroe con la racchetta in mano, e, come tutti i grandi supereroi che si rispettano anche lui ha un cuore grande. Infatti non appena finita la finale di Wimbledon, mentre si stava risistemando il campo in vista delle premiazioni, come ha visto entrate nel palchetto i suoi quattro figli, si è sciolto in un pianto tenero e commosso. Federer, che nel 2006 è stato nominato anche ambasciatore dell’UNICEF, nel 2007 ha offerto la sua immagine per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’argomento AIDS e porta avanti dal 2003 la sua fondazione, con lo scopo di aiutare i bambini disagiati in Sud Africa.

“La particolarità di Federer è che è Mozart e i Metallica allo stesso tempo, e l’armonia è sopraffina.”

Così lo descriveva David Foster Wallace, scrittore statunitense, in “Il tennis come esperienza religiosa”. Descrizione che potrebbe essere condivisa da tutti, tifosi e non di questo campione.

La generazione “Erasmus” e le lobby

Lo scorso venerdì 7 luglio si è tenuto un incontro nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati, tra studenti universitari e il presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani. Il tema trattato è stato quello delle lobby in Europa e della generazione Erasmus. Tra i duecento presenti, tutti giovani under 30, vi erano varie associazioni come European People, Progetto Roma Tre, Sapienza in Movimento. Questo evento è stato utile per far incontrare realtà esistenti, per conoscersi meglio e per vedere come le associazioni possono aiutarsi le une con le altre.

È intervenuto anche Marco Parroccini, presidente di European People, dicendo di come la sua associazione sia nata tra giovani europeisti con l’obiettivo di riunire persone. Ha mostrato la volontà di dare speranza ai giovani e al loro futuro. Non è la politica che sbaglia, ma, gli interpreti della politica che sbagliano la loro preparazione e il loro lavoro. Ha parlato anche Simone Rebechini, presidente di Sapienza in Movimento, il quale ha spiegato come il mondo dell’associazionismo è tutt’altro che marginale. Il ruolo dell’associazione è fondamentale; la realtà associativa riporta lo studente al centro ed è il riflesso di chi ne fa parte.

Si cerca quindi la possibilità di creare nuove reti e nuovi contatti, di rafforzare la posizione dei giovani. Dove c’è crisi di valori l’associazionismo serve ad arginare.

L’utilità delle associazioni e il bisogno di radunare giovani

Tra gli ospiti intervenuti durante la giornata c’è stata l’onorevole Deborah Bergamini, responsabile della Comunicazione di Forza Italia. “L’unione fa la forza” dice la Bergamini, in un paese che non sempre incoraggia l’unione, avvantaggiando logiche individualistiche che lasciano il tempo che trovano e non riescono a prevalere. Ha raccontato poi la sua esperienza personale: da ragazza ha lasciato l’Italia accettando una borsa di studio in America. Questa è stata una carta in più da inserire nel curriculum e che le ha permesso di svolgere altre attività all’estero. Ovviamente tornata in Italia si è trovata davanti una realtà diversa, dal momento che qui non era cambiato nulla. Da qui la consapevolezza di non poter sovvertire il sistema da sola e la decisione di dedicarsi all’attività politica che l’ha portata in Parlamento. Ci spiega cosa serve per cambiare la realtà intorno a noi. Ci si riunisce in associazioni: persone con la stessa forza, che utilizzano strumenti moderni (come i social) stanno già cambiando le cose. Occorre una fortissima volontà, consapevolezza sociale e occuparsi del futuro.  L’Italia è un paese in cui la popolazione è invecchiata, ecco perché occorre che le istituzioni rappresentative recuperino una capacità di attrazione verso i giovani, che è molto debole e a volte quasi respingente. Per un giovane avvicinarsi alla politica è un percorso ad ostacoli. Ci sono mille modi per fare politica: superare lo scetticismo e guardare l’Europa con meno diffidenza. Ha concluso l’intervento dicendo che bisogna sensibilizzare al senso di appartenenza a questa comunità che è l’Unione Europea e che bisogna spezzare lo stereotipo che l’Italia è un paese poco serio e non molto determinato a difendere il proprio interesse.

La conferenza ha visto inoltre la presenza di altri ospiti, come Frank Silvio Marzano, docente alla facoltà di ingegneria, monsignor Lorenzo Leuzzi, cappellano del Parlamento e l’avvocato Massimo Baldinato. Il primo ci ha parlato della relazione tra spazio, tecnologia e scienza; della ricerca, della formazione e dei giovani; dell’Italia, dell’Europa e del futuro. Il secondo ha ribadito l’importanza dei giovani e il bisogno di una nuova classe dirigente. Infine Massimo Baldinato ha parlato delle lobby e della rappresentanza di interessi a Bruxelles. Presentare il mondo della lobby come mondo di corruttori non aiuta nessuno. Non necessariamente i lobbisti sono dei farabutti, o rappresentanti di grandi aziende, anzi rappresentano anche la Caritas. Il consiglio offerto ai giovani è quello di sapersi muovere come una lobby.

La battaglia contro il populismo e l’anti-europeismo

“I giovani sono il futuro. Non bisogna mai smettere di credere in determinati valori e nella nostra identità europea”

A conclusione della giornata è intervenuto il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani. Ha iniziato il suo discorso affermando che i ragazzi sono il futuro, non devono perdere la speranza e devono essere messi in condizioni di poter realizzare i loro sogni. Ha parlato poi dell’importanza del programma erasmus: ha raccontato la storia di una ragazza che ha partecipato a questo progetto, grazie ad un finanziamento dell’Unione europea, e una volta finito è diventata un’imprenditrice. L’importanza di conoscere almeno due lingue, dell’impresa agricola che può creare lavoro, dato che non ci si può basare solo sul mondo della finanza. Non bisogna perdere gli stimoli giovanili, non smettere mai di credere, di avere degli ideali, dei valori che siano dei punti di riferimento. Vale la pena di difendere la nostra identità europea, la nostra storia. Anche il Presidente si è poi espresso sulla questione lobby, reputandole né buone né cattive. Il lobbista è portatore di alcuni interessi, è un ambasciatore. Se questo è un corruttore è un conto, ma se è un portatore di interessi ad un politico, è legittimo. Essere onesto o disonesto è un comportamento che va applicato ad ognuno, non solo al lobbista. Ha terminato dichiarando di non essere contrario alla presenza di questa figura. L’incontro si è alla fine concluso con la consegna di alcune proposte al Presidente Tajani, come: cambiare alcune norme legate al tirocinio, avvicinare le università al mondo del lavoro e rendere i giovani maggiormente protagonisti con strumenti di lobbing.