Emy Damiani

Roger Federer: l’ottava meraviglia del mondo

16 luglio 2017. Roger Federer vince l’ottavo Wimbledon. È il primo giocatore a riuscire in questa impresa. Mai nessuno prima aveva vinto otto slam sull’erba. Fino ad oggi il record era detenuto dall’americano Pete Sampras e dal britannico William Renshaw, a pari merito con sette Wimbledon.

I risultati del campione svizzero

È il giocatore che è stato più a lungo numero uno del mondo (per bene 237 settimane consecutive), ha vinto 19 titoli del Grande Slam, 6 ATP World Tour Finals, 26 Masters 1000, 93 tornei complessivi, una Coppa Davis, due medaglie olimpiche (l’oro in doppio nel 2008 e l’argento in singolo del 2012), 1111 incontri (contro solamente 247 sconfitte) ed è uno degli otto nella storia del tennis ad aver completato il Career Grand Slam (la vittoria di tutti e quattro gli Slam). Dopo la partita con Marin Cilic nella finale di Wimbledon, Roger Federer non è solamente “King Roger”, l’uomo dei record, ma è l’uomo che ha consacrato la sua immagine come leggenda di questo sport.

In campo è quasi un robot, non si scompone mai, mantiene calma e sangue freddo, sembra non sudare nemmeno. Il suo gioco così elegante, raffinato, completo, incisivo e sbalorditivo, con quei movimenti così fluidi e perfetti. Un tennista tanto forte, quasi fosse bionico, che sembra un supereroe con la racchetta in mano, e, come tutti i grandi supereroi che si rispettano anche lui ha un cuore grande. Infatti non appena finita la finale di Wimbledon, mentre si stava risistemando il campo in vista delle premiazioni, come ha visto entrate nel palchetto i suoi quattro figli, si è sciolto in un pianto tenero e commosso. Federer, che nel 2006 è stato nominato anche ambasciatore dell’UNICEF, nel 2007 ha offerto la sua immagine per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’argomento AIDS e porta avanti dal 2003 la sua fondazione, con lo scopo di aiutare i bambini disagiati in Sud Africa.

“La particolarità di Federer è che è Mozart e i Metallica allo stesso tempo, e l’armonia è sopraffina.”

Così lo descriveva David Foster Wallace, scrittore statunitense, in “Il tennis come esperienza religiosa”. Descrizione che potrebbe essere condivisa da tutti, tifosi e non di questo campione.

La generazione “Erasmus” e le lobby

Lo scorso venerdì 7 luglio si è tenuto un incontro nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati, tra studenti universitari e il presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani. Il tema trattato è stato quello delle lobby in Europa e della generazione Erasmus. Tra i duecento presenti, tutti giovani under 30, vi erano varie associazioni come European People, Progetto Roma Tre, Sapienza in Movimento. Questo evento è stato utile per far incontrare realtà esistenti, per conoscersi meglio e per vedere come le associazioni possono aiutarsi le une con le altre.

È intervenuto anche Marco Parroccini, presidente di European People, dicendo di come la sua associazione sia nata tra giovani europeisti con l’obiettivo di riunire persone. Ha mostrato la volontà di dare speranza ai giovani e al loro futuro. Non è la politica che sbaglia, ma, gli interpreti della politica che sbagliano la loro preparazione e il loro lavoro. Ha parlato anche Simone Rebechini, presidente di Sapienza in Movimento, il quale ha spiegato come il mondo dell’associazionismo è tutt’altro che marginale. Il ruolo dell’associazione è fondamentale; la realtà associativa riporta lo studente al centro ed è il riflesso di chi ne fa parte.

Si cerca quindi la possibilità di creare nuove reti e nuovi contatti, di rafforzare la posizione dei giovani. Dove c’è crisi di valori l’associazionismo serve ad arginare.

L’utilità delle associazioni e il bisogno di radunare giovani

Tra gli ospiti intervenuti durante la giornata c’è stata l’onorevole Deborah Bergamini, responsabile della Comunicazione di Forza Italia. “L’unione fa la forza” dice la Bergamini, in un paese che non sempre incoraggia l’unione, avvantaggiando logiche individualistiche che lasciano il tempo che trovano e non riescono a prevalere. Ha raccontato poi la sua esperienza personale: da ragazza ha lasciato l’Italia accettando una borsa di studio in America. Questa è stata una carta in più da inserire nel curriculum e che le ha permesso di svolgere altre attività all’estero. Ovviamente tornata in Italia si è trovata davanti una realtà diversa, dal momento che qui non era cambiato nulla. Da qui la consapevolezza di non poter sovvertire il sistema da sola e la decisione di dedicarsi all’attività politica che l’ha portata in Parlamento. Ci spiega cosa serve per cambiare la realtà intorno a noi. Ci si riunisce in associazioni: persone con la stessa forza, che utilizzano strumenti moderni (come i social) stanno già cambiando le cose. Occorre una fortissima volontà, consapevolezza sociale e occuparsi del futuro.  L’Italia è un paese in cui la popolazione è invecchiata, ecco perché occorre che le istituzioni rappresentative recuperino una capacità di attrazione verso i giovani, che è molto debole e a volte quasi respingente. Per un giovane avvicinarsi alla politica è un percorso ad ostacoli. Ci sono mille modi per fare politica: superare lo scetticismo e guardare l’Europa con meno diffidenza. Ha concluso l’intervento dicendo che bisogna sensibilizzare al senso di appartenenza a questa comunità che è l’Unione Europea e che bisogna spezzare lo stereotipo che l’Italia è un paese poco serio e non molto determinato a difendere il proprio interesse.

La conferenza ha visto inoltre la presenza di altri ospiti, come Frank Silvio Marzano, docente alla facoltà di ingegneria, monsignor Lorenzo Leuzzi, cappellano del Parlamento e l’avvocato Massimo Baldinato. Il primo ci ha parlato della relazione tra spazio, tecnologia e scienza; della ricerca, della formazione e dei giovani; dell’Italia, dell’Europa e del futuro. Il secondo ha ribadito l’importanza dei giovani e il bisogno di una nuova classe dirigente. Infine Massimo Baldinato ha parlato delle lobby e della rappresentanza di interessi a Bruxelles. Presentare il mondo della lobby come mondo di corruttori non aiuta nessuno. Non necessariamente i lobbisti sono dei farabutti, o rappresentanti di grandi aziende, anzi rappresentano anche la Caritas. Il consiglio offerto ai giovani è quello di sapersi muovere come una lobby.

La battaglia contro il populismo e l’anti-europeismo

“I giovani sono il futuro. Non bisogna mai smettere di credere in determinati valori e nella nostra identità europea”

A conclusione della giornata è intervenuto il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani. Ha iniziato il suo discorso affermando che i ragazzi sono il futuro, non devono perdere la speranza e devono essere messi in condizioni di poter realizzare i loro sogni. Ha parlato poi dell’importanza del programma erasmus: ha raccontato la storia di una ragazza che ha partecipato a questo progetto, grazie ad un finanziamento dell’Unione europea, e una volta finito è diventata un’imprenditrice. L’importanza di conoscere almeno due lingue, dell’impresa agricola che può creare lavoro, dato che non ci si può basare solo sul mondo della finanza. Non bisogna perdere gli stimoli giovanili, non smettere mai di credere, di avere degli ideali, dei valori che siano dei punti di riferimento. Vale la pena di difendere la nostra identità europea, la nostra storia. Anche il Presidente si è poi espresso sulla questione lobby, reputandole né buone né cattive. Il lobbista è portatore di alcuni interessi, è un ambasciatore. Se questo è un corruttore è un conto, ma se è un portatore di interessi ad un politico, è legittimo. Essere onesto o disonesto è un comportamento che va applicato ad ognuno, non solo al lobbista. Ha terminato dichiarando di non essere contrario alla presenza di questa figura. L’incontro si è alla fine concluso con la consegna di alcune proposte al Presidente Tajani, come: cambiare alcune norme legate al tirocinio, avvicinare le università al mondo del lavoro e rendere i giovani maggiormente protagonisti con strumenti di lobbing.

“Harry Potter e la pietra filosofale” compie 20 anni

Pochi giorni fa si è festeggiato il ventesimo anniversario della pubblicazione di “Harry Potter e la pietra filosofale”. Era il 26 giugno 1997 quando usciva per la prima volta nelle librerie questo libro, destinato a rivoluzionare la vita della sua creatrice, J. K. Rowling, e a colpire il cuore di milioni e milioni di bambini e non solo. Ma ottenere questo risultato non è stato facile. La Rowling era una ragazza madre, che soffriva di depressione e con una situazione finanziaria disastrosa. Terminato il manoscritto nel 1995, lo aveva mostrato a dodici case editrici che però non avevano voluto pubblicarlo, arrivando così al 1997, anno in cui viene dato alle stampe con la casa editrice Bloomsbury. Il successo fu straordinario e con gli altri sei libri della saga, Joanne Rowling è divenuta una delle autrici con il maggior successo di vendita e la seconda donna più ricca del Regno Unito, dopo la regina Elisabetta II (oltre ad essere la seconda donna più ricca al mondo nel settore dell’intrattenimento). E così il maghetto più famoso al mondo, con la sua cicatrice sulla fronte e gli occhiali rotondi, è entrato nelle nostre case.

“Non serve a niente rifugiarsi nei sogni, Harry, e dimenticarsi di vivere”

Tante le frasi estratte dai libri che associamo ai personaggi della serie, ma soprattutto al personaggio di Albus Silente, preside della scuola di magia di Howgarts. Consigli distribuiti non solo per Harry, per superare le innumerevoli prove durante i sette libri, ma anche per noi lettori. Harry Potter ci insegna che c’è un po’ di magia in ognuno di noi, ci insegna la forza dell’amicizia, filo conduttore di tutta la saga, perché senza la protezione di Ron, l’arguzia di Hermione e la loro lealtà, non ce l’avrebbe mai fatta. Harry Potter ci insegna inoltre il potere dell’amore: ad esempio quando Lily Evans, per proteggere il piccolo Harry, si sacrifica volontariamente lasciando la protezione del proprio amore sul figlio. Questa forza così potente devierà l’Avada Kedavra, maledizione senza perdono, che Voldemort tenterà di lanciare ad Harry e che gli si ribalterà contro, frammentando ulteriormente la sua anima. L’amore che Lily gli lascia permette ad Harry di sopravvivere e gli scorre nelle vene. È grazie a questo che il mago riuscirà a sconfiggere il signore oscuro.

“Non provare pietà per i morti, Harry. Prova pietà per i vivi, e soprattutto per coloro che vivono senza amore”

Un’altra forma di amore la troviamo anche nel Patronus di Severus Piton, che è una cerva, esattamente come quello di Lily Evans, donna che ha sempre amato.

“Lily dopo tutto questo tempo? Sempre.”

Questa storia fanstastica, con tutte le sue creature magiche, le bacchette, le scope volanti, gli incantesimi, vuole dirci che chi ci ama non ci abbandona mai veramente, che un aiuto verrà sempre dato a chi lo richiederà e che come nelle fiabe alla fine è il bene a trionfare. I libri e successivamente i film, i giochi, i gadget che sono stati prodotti, hanno accompagnato tanti ragazzi dalla loro infanzia alla loro maturità. Ancora oggi quegli stessi bambini diventati adulti continuano a riguardare Harry Potter emozionandosi ancora come la prima volta, piangendo sempre alle morti di Sirius Black, Albus Silente e di Piton, e aspettando ancora ingenuamente la lettera di ammissione per Howgarts. In un mondo come il nostro in cui di crudeltà se ne sentono tante e di cattive notizie siamo pieni ogni giorno, un pizzico di magia ci aiuta a vivere meglio.

 

Il Modena Park di Vasco Rossi

Grande festa il primo luglio per festeggiare a Modena i quarant’anni di carriera di Vasco Rossi. Quarant’anni di successi, concerti sold out e 30 album pubblicati dal 1977 ad oggi (di cui 17 in studio, 9 dal vivo e 4 raccolte ufficiali). Modena Park non è un semplice concerto. È la celebrazione di un’artista che nella sua lunga gavetta è partito proprio da quella città.

Vasco Rossi nasce a Zocca nel 1952 e il nome glielo aveva dato il padre in omaggio ad un compagno di prigionia in Germania durante la seconda guerra mondiale. La sua prima esibizione è al concorso Usignolo d’Oro a Modena, a soli 10 anni, che vincerà con il punteggio massimo. Continua da lì la sua scalata musicale: a 14 anni aveva messo su la sua prima band, poco dopo scriveva già canzoni e nel 1975 aveva fondato una delle prime radio libere d’Italia, “Punto Radio”, grazie anche alla partecipazione di Gaetano Curreri. Con quest’ultimo nascerà anche un profondo rapporto di amicizia e collaborazione, che li porterà a scrivere testi insieme. Sarà Curreri a spronare Vasco nell’incisione dei suoi primi dischi. Vasco che nel mentre lascia la facoltà di Economia e inizia a frequentare Pedagogia. Proprio dalle letture complesse che affronterà qui, vari testi di filosofia e psicanalisi, tirerà fuori le strofe che ritroviamo nelle sue canzoni.

Il 1977 è l’anno del suo primo 45 giri “Jenny/Silvia” e l’anno successivo è l’anno del suo primo album “…Ma cosa vuoi che sia una canzone…”. Seguirà l’anno dopo “Non siamo mica gli americani” con la traccia “Albachiara”, che verrà scoperta anni dopo dal pubblico, divenendo uno dei suoi maggiori successi. Nel 1979 muore il padre e sarà per Vasco un grande shock, tanto da pensare di abbandonare la musica. Ma nel 1980 uscirà “Colpa d’Alfredo”, censurato da alcune radio, e inizierà una collaborazione anche con la “Steve Rogers Band” con la quale organizzerà anche il suo primo tour ufficiale. Vasco Rossi era molto legato a Massimo Riva, frontman della Steve Rogers Band, che morirà nel 1999 in seguito ad una crisi respiratoria dopo un’iniezione di eroina. Da allora Vasco lo ricorderà in ogni suo concerto dedicandogli “Canzone”.

“Nessuno, nessuno muore mai completamente. Qualche cosa di lui rimane sempre vivo dentro di noi. Viva Massimo Riva!”

Sarà con il quarto album che finalmente arriverà il successo, “Siamo solo noi”, che ad oggi è considerato ancora uno dei suoi migliori lavori. Nel 1992 c’è la prima partecipazione a Sanremo con “Vado al Massimo”. Alla fine dell’esibizione si infilò il microfono nella tasca con l’intenzione di consegnarlo al concorrente successivo, ma, il filo era troppo corto così il microfono volò a terra creando un boato enorme in sala. Fece scalpore e tutti pensarono ad un gesto di ribellione nei confronti del festival. Arrivò ultimo. L’anno dopo tornò di nuovo con “Vita spericolata” ma questa volta non arrivò ultimo. Penultimo. Non importa, Vasco sarebbe comunque diventato una delle più grandi rock star in Italia. In grado di riempire San Siro e l’Olimpico, di emozionare i suoi fans con testi del calibro di “Anima Fragile”, “Sally”, “Toffee”, “Jenny è pazza”, “La nostra relazione”, “Va bene, va bene così” e tanti tanti altri ancora.

Il primo luglio Vasco riempirà il Modena Park con 220.000 persone andando in onda anche in Rai e in oltre 150 sale cinematografiche. Portando una scaletta di quaranta canzoni. Che Vasco piace è un fatto. Che può non piacere sono gusti. Comunque sia ci saranno ragazzi e generazioni intere che continueranno ad ascoltare i suoi cd, indossare le magliette dei concerti e ad inneggiare al Blasco.

 

Wimbledon, il torneo più prestigioso di tutti i tempi

“La storia d’amore più importante della mia vita? È stata quella con Wimbledon” (Fred Perry).

Prossimo all’avvio è il torneo di Wimbledon, terzo grande slam della stagione dopo l’Australian Open e il Roland Garros, seguito poi dallo Us Open. La data prevista d’inizio è il 3 luglio fino al 16 luglio. Da poco finita la stagione sulla terra rossa, i giocatori del circuito maschile e femminile stanno ora disputando i primi tornei sull’erba in attesa dello slam.

Wimbledon è il più antico e prestigioso torneo di tennis, disputato a Londra. La genesi di questo torneo è legata a quella del tennis. Questo ha le sue origini nel “jeu de paume” (“pallacorda”) comparso nel 1874. In pochi anni un club inglese si era interessato a questa disciplina e aveva istituito il torneo nel 1877, aperto anche alle donne nel 1884. Attualmente le regole sono molto simili a quelle stabilite in quella prima edizione, la quale ebbe un grande successo con 22 partecipanti. Fino al 1922 era in vigore il sistema del challenge round: il campione uscente giocava la finale con il vincitore del torneo preliminare, senza disputare nessun incontro. Nel 1933 la stampa utilizza per la prima volta il termine “Grande slam”, ma rimarrà comunque un torneo amatoriale fino al 1968, anno in cui verrà riunito il circuito amatoriale con il circuito professionistico. Questa data segna un punto di svolta nella storia del tennis e simboleggia la nascita del tennis moderno. Il verde e il viola sono i colori di questo torneo, il quale è famoso anche per le frequenti interruzioni dovute alla pioggia. Inoltre i giocatori e le giocatrici sono tenuti ad indossare divise bianche. Tra i più grandi vincitori maschili ricordiamo: Pete Sampras, Bjorn Borg, Jimmy Connors, John McEnroe, Rod Laver e Roger Federer. Tra le donne invece: Martina Navratilova, Steffi Graff, Suzanne Lenglen, Chris Evert, Billie Jean King e Serena Williams.

Presenze e assenze in questa edizione di Wimbledon

L’anno scorso la finale è stata vinta tra gli uomini da Andy Murray, che al momento non sta disputando una buona stagione, abbiamo visto infatti la sconfitta al primo turno del Queen’s, e avrà difficoltà a difendere il titolo a queste condizioni. Anche Novak Djokovic non sta attraversando un periodo di forma perfetta e tutto volge a favore di Rafael Nadal che, dopo il decimo trofeo conquistato a Parigi, punta in alto anche a Wimbledon (potendo tornare anche n.1 al mondo per la quarta volta in carriera). Aspettative ci sono anche in Roger Federer che torna dopo la lunga pausa lontano dalla terra rossa. Tra le donne c’è il ritorno sull’erba di Victoria Azarenka (che era prevista per il cemento americano) dopo la gravidanza. Il ritorno anche di Petra Kvitova, dopo un brutto incidente che l’aveva costretta fuori dai campi per parecchio tempo. C’è invece l’assenza di Serena Williams, vincitrice dell’ultima edizione, incinta del suo primo figlio e che tornerà sui campi da tennis nel 2018.

Chi vincerà quest’anno Wimbledon?

“Cent’anni di solitudine” compie 50 anni

La letteratura latinoamericana e la corrente del realismo magico

Gabriel Garcia Marquez era pressoché sconosciuto prima di pubblicare “Cent’anni di solitudine”. Era un giornalista, un appassionato di cinema e aveva pubblicato qualche racconto. Poi nel 1967 arriva il capolavoro. Con questo viene consacrato come uno dei più grandi scrittori in lingua spagnola e la sua opera è considerata come una delle più importanti del realismo magico.

Il realismo magico è una corrente che si sviluppa a partire dagli anni Cinquanta agli anni Novanta. Questo termine viene utilizzato per la prima volta da un critico d’arte tedesco, Franz Roh, nel 1925. Nel 1927 c’è la prima traduzione spagnola e nel 1949 verrà introdotto nella letteratura latinoamericana da Alejo Carpentier con un prologo, di una sua opera, intitolato “lo real meravilloso”. Il meraviglioso di cui parla Carpentier è quello che trovano gli europei quando arrivano in America e tentano di riprodurlo, però in maniera meccanica. La realtà americana esce fuori dalle categorie europee e arriva a comprendere la magia. Diversamente però dal genere fantastico che provoca un senso di angoscia e di inquietudine, nel realismo magico questa fase è superata, non si hanno più dubbi e si è convinti che oltre alla realtà materiale esista un’altra dimensione che è allo stesso livello e si manifesta senza scontri. Non è importante che questa realtà meravigliosa esista ma che la gente ci creda. Il realismo magico è la poetica, la corrente letteraria che esprime tutto questo.

Gabriel Garcia Marquez da giornalista a premio Nobel

Dopo aver lavorato come reporter, dopo una collaborazione con Fidel Castro, dopo aver lavorato come sceneggiatore e per la pubblicità, dopo aver pubblicato alcuni romanzi (in cui appare la città di Macondo e il colonnello Aureliano Buendia) Marquez dal 1962 al 1967 non pubblica più nulla di letterario. La leggenda dice che durante un viaggio ad Acapulco con la famiglia ha una rivelazione e gli appare tutto il romanzo di “Cent’anni di solitudine”. Così ecco il capolavoro del realismo magico, che in soli 6 mesi vende più copie in tutta l’America Latina di qualsiasi altro libro. Capolavoro che oggi compie 50 anni.

“Cent’anni di solitudine” è il risultato di una lunga lavorazione. È il libro in cui confluiscono tutti i vari stili di scrittura che ha sperimentato fino a quel momento. È la storia delle sette generazioni della famiglia Buendia nell’immaginaria città di Macondo. L’inizio del libro è esemplare, ed è una ripresa di “Pedro Paramo” opera di Juan Rulfo. Tra le tecniche narrative utilizzate si nota l’utilizzo della prolessi, che anticipa eventi che spiegherà solamente in seguito, oltre all’uso dell’iperbole, della reiterazione e dello straniamento. C’è subito la presentazione di questa città immaginaria: un villaggio costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane. “Molte cose erano prive di nome e per citarle bisognava indicarle col dito”. Macondo è metafora della creazione, della scoperta dell’America e dell’infanzia dell’uomo. La storia di Macondo diventa la storia del mondo. Vengono narrate tutte le vicende che riguardano il colonnello Aureliano Buendia, suo fratello Josè Arcadio e tutte le altre generazioni fino all’ultima con Aureliano Babilonia. Quest’ultimo è l’unico che riesce a decifrare delle carte lasciate da Melquiedes, un altro dei personaggi cardine, in cui c’era scritta la storia di Macondo. Arrivati alla fine della lettura di queste pergamene si arriva alla fine di questa storia e alla fine del romanzo, in cui una tempesta spazza via Macondo dalla faccia della terra e segna la fine della famiglia Buendia.

Con questo romanzo Marquez riesce a parlare, in maniera metaforica, delle violenze subìte dall’America Latina e degli eventi storici che riguardano la Colombia. Guadagna fama mondiale e arriva ad ottenere perfino il premio Nobel nel 1982. In seguito pubblica molti altri romanzi, se pur non del calibro di “Cent’anni di solitudine”. Ciò nonostante Gabriel Garcia Marquez è uno dei romanzieri coinvolti per primi nel boom letterario latinoamericano degli anni Sessanta e Settanta insieme a Julio Cortazar, Carlos Fuentes e Vargas Llosa.

Viaggio in rete

Come è cambiata la comunicazione da ieri ad oggi

Viaggio in macchina, con la radio accesa, autostrada vuota alle due di notte, cintura allacciata e andatura media. Intorno le luci e qualche animale che si rincorre. Apparentemente un percorso tranquillo: rispettando le norme, i segnali, la buona condotta. A volte però ci sono viaggi che possono sembrare tutto fuorché pericolosi: questi sono i viaggi nella rete Internet.

Nell’era dello smartphone, del Mac, di Netflix, della tecnologia avanzata, tutto può sembrare così utile, così pratico, così facile, così accessibile, così bello. E lo è. Perché la tecnologia serve proprio a questo. Ma c’è anche un aspetto che i più non considerano: è anche molto pericolosa.

Mio padre mi raccontava di quando partiva con la sua auto e nel sedile del passeggero c’era sempre la sua cartina con segnati tutti i percorsi, e che doveva fermarsi a controllare e poi eventualmente scendere a chiedere alla gente per non perdersi. Ora noi impostiamo la rotta in un navigatore, o direttamente sul cellulare, e abbiamo tutto pronto. Ci viene segnalato il percorso più rapido, il percorso più breve, il percorso con i pedaggi e il tempo stimato. Prima si chiedeva aiuto a voce, si comunicava; ora si parla con uno schermo. Non ci sono più sguardi diretti, due occhi che si scambiano informazioni. Ora si preferisce mettere tra sé e l’altro una barriera. Tutto questo può sembrare anche meno nocivo, meno invadente, più sicuro… ma non sempre è così. La tecnologia è un’arma a doppio taglio: non hai davanti quello sguardo diretto, hai davanti uno schermo e dietro quello schermo non sai mai cosa si cela.

Molte truffe avvengono così. Uomini che, attraverso dei social network, giocano con i sentimenti di altre persone, con la loro bontà, la loro buona fede, la loro ingenuità e a volte il loro passato triste. Le attirano nella loro trappola ed estorcono loro più denaro possibile. A volte capita molto peggio: molestatori, se non addirittura stupratori, adescano ragazzini rendendoli loro vittime. Uomini e donne si sono anche tolti la vita perché nella rete era finito qualcosa di loro che non doveva essere pubblicato. Chi è senza scrupoli può fare di Internet un’arma micidiale, un’arma in grado di diffondere panico, virus e anche bullismo. Una delle ultime novità è proprio il cyberbullismo, che a differenza del bullismo tradizionale, vede messa in gioco la rete virtuale attraverso la quale il “bullo” prende di mira e attacca un’altra persona.

Ci sono inoltre molti hacker, in grado di rubare foto, dati personali, in grado di danneggiare persone individuali o talvolta aziende enormi. Rubano immagini private di vip, serie televisive che stanno per uscire alle compagnie e informazioni riservate alle ditte. Chiedono poi riscatti milionari e se non li ottengono mettono in circolazione online tutto quanto. Nella rete ci sono adescatori di tutti i tipi: da chi vuole soddisfare le proprie perversioni, a chi ingaggia qualcuno per comprare armi o commettere un omicidio, ai gruppi terroristici. I bambini andrebbero messi in guardia da tutto questo, da tutti i pericoli della rete Internet. Andrebbero protetti e tutelati. Invece sempre più si vedono bambini con in mano tablet, telefoni, computer e che navigano online.

La tecnologia è eccezionale e straordinaria ma va usata in maniera controllata.

Un viaggio ha senso solo

Quando finisce la speranza

“Un viaggio ha senso solo senza ritorno se non in volo, senza fermate nè confini, solo orizzonti neanche troppo lontani” afferma una famosa canzone di Gianluca Grignani. Viaggio che chiaramente implica un biglietto di solo andata, con un’unica direzione, quella della morte. Ma ci sono tanti altri modi di viaggiare: viaggiare con la mente, viaggiare per lavoro, viaggiare per piacere ed esplorare il mondo, viaggiare sul web. Possiamo fare tanti biglietti di andata e ritorno, tante fermate, tante soste, tante pause. Possiamo fare anche un solo biglietto, una sola fermata e una sola sosta, ma questo non deve necessariamente coincidere con quel viaggio senza ritorno chiamato suicidio.

Oggigiorno sembra quasi che si dia meno peso a questo tragico gesto. Gesto che storicamente e stoicamente si compiva per affermare i propri valori e pur di non consegnarsi nelle mani di un carnefice (come fece Seneca pur di non morire per mano di Nerone). Nella seconda metà del Novecento molti cantanti si sono suicidati, consumati dalla loro vita, dalla loro musica, dalla pressione. Forse per affermare ancora di più il loro nome. Forse per dare una maggiore dignità a tutto quello che avevano scritto e urlato. Forse perché semplicemente si erano spenti. Oggi invece si gioca al #BlueWhale e ci si toglie la vita, come se questa non avesse nessun valore, come se fosse un semplice gesto di emulazione nei confronti di tanti altri ragazzini, che davanti ad una diretta su un social network si uccidono.

Non si muore più dopo aver scritto belle canzoni sul malessere esistenziale, non si muore più per amore, non si muore più per una perdita… si muore per gioco. Cesare Pavese, uomo consumato dai propri drammi esistenziali, con sconfitte personali, delusioni amorose, sessuali, affettive, ha anelato il suicidio per molto tempo (annotando il suo dolore e le sue intenzioni nel diario tenuto fino a dieci giorni prima della morte), ma ha impiegato parecchi anni per metterlo in pratica. Oggi i millenials impiegano anche pochi secondi.

“Un viaggio ha senso solo senza ritorno se non in volo”, non per forza, non per tutti.

Travel, trip, journey… le mille sfumature di un viaggio

Un viaggio può assumere molti sensi: ci si muove per conoscere nuove terre, nuove culture, nuove persone, nuovi usi e costumi. Ci si muove a volte per ricominciare una vita e non per finirla. Ci si muove per sognare. Il bello del viaggio è nella scoperta, nell’avventura, nei cibi nuovi a volte così speziati a volte troppo piccanti a volte sorprendentemente deliziosi, negli incontri casuali e fortuiti, nei panorami mozzafiato che ti fanno riflettere per ore e per giorni, che ti fanno prendere la penna in mano e cominciare a scrivere o disegnare. Il bello è nella ricerca di qualcosa che ancora non conosciamo, nel rendere chiaro tutto quello che per noi è ancora oscuro. Il bello del viaggio è anche nelle lunghe attese alla stazione quando il treno ancora non arriva e noi con lo zaino in spalla, circondati dalla folla, osservando i saluti strazianti e innamorati delle giovani coppie o di chiunque si aspetta da chissà quanto e che si ritrova dopo tanto tempo.

Viaggiare è partire, camminare, correre, pattinare, salpare, nuotare e ritornare. Si torna sempre da qualche parte: in un posto che abbiamo amato, in una casa. Si torna al punto di partenza, all’origine per poi magari andarsene di nuvo. E via una nuova stazione, un nuovo areoporto con in mano un’altra penna e un altro taccuino per appuntare nuove storie, nuove immagini, nuovi pensieri. Magari scrivere anche canzoni straordinari… “I am a passenger and I ride and I ride, I ride through the city’s backside, I see the stars come out of the sky”.