Alessandro Bonetti

Venti di guerra nel Paese dei cedri

Il Libano al centro delle tensioni in Vicino Oriente

In Siria e in Iraq l’Isis sembra vicino alla sconfitta: la liberazione di Deir ez Zor, l’entrata dell’esercito siriano ad Abu Kamal e la riconquista di Al Qaim da parte degli iracheni hanno segnato un decisivo passo indietro per l’autoproclamato califfato, che sta perdendo le sue ultime importanti roccaforti. L’indubbio successo dei governi di Siria e Iraq, fiancheggiati dalle milizie popolari sciite e da Hezbollah, rinsalda l’influenza regionale dell’Iran, loro potente alleato. Con l’espugnazione delle città in mano all’Isis fra Siria e Iraq, sembra rinascere la cosiddetta mezzaluna sciita, ossia quell’insieme di Paesi in cui gli sciiti mantengono un forte potere, che ora si allarga senza soluzione di continuità dall’Iran al Libano.

Di fronte a questi sviluppi politico-militari, le tensioni fra gli attori regionali si sono infuocate. Al centro dei nuovi scontri geopolitici, che presto potrebbero trasformarsi in militari, vi è il Libano. La stabilità del piccolo Paese affacciato sul Mediterraneo si basa su un fragile compromesso fra le varie componenti religiose e politiche, in cui Hezbollah, il partito-milizia sciita sostenuto dall’Iran, ha un peso decisivo. Un fragile equilibrio che rischia di saltare in seguito agli ultimi avvenimenti. Il 4 novembre durante una visita in Arabia Saudita il primo ministro libanese, il sunnita Saad al-Hariri, si è dimesso dalla carica con un videomessaggio trasmesso dall’emittente televisiva Al Arabiya. Hariri, alleato dei sauditi, ha affermato di temere un complotto contro la sua vita e ha accusato l’Iran ed Hezbollah, alleato del Paese persiano, di destabilizzare il mondo arabo.

Saad al Hariri, primo ministro dimissionario del Libano

Il presidente libanese Michel Aoun, come riporta l’Ansa, ha congelato le dimissioni del primo ministro, affermando che non le accetterà finché non lo incontrerà di persona. Anche il suo partito lo ha invitato a rientrare in Libano, mentre nel Paese crescono la paura e il senso di umiliazione. Dopo le dimissioni Hariri infatti non ha rilasciato ulteriori dichiarazioni e non è ancora tornato in patria, nonostante il governo saudita abbia dichiarato che egli è in stato di libertà. Le autorità libanesi invece nutrono il sospetto che in realtà Hariri sia trattenuto in Arabia Saudita contro la sua volontà, come riporta l’agenzia di stampa Reuters.

Tutto ciò accade in un periodo nel quale l’erede al trono saudita, Mohammed bin Salman, stringe sempre più la sua presa sul potere e inasprisce i toni contro l’influenza dell’Iran nella regione, ottenendo l’approvazione degli Stati Uniti. Il fatto che le dimissioni del primo ministro libanese siano state presentate da Riad e gli sviluppi successivi della vicenda fanno sospettare che l’Arabia Saudita abbia fatto pressioni su Hariri affinché si dimettesse, delusa dal suo operato politico e dal fatto che egli non sia riuscito ad arginare l’influenza di Hezbollah in Libano. Inoltre i sauditi potrebbero aver fatto leva sulla situazione economica di Hariri: l’azienda di famiglia “Saudi Oger”, impresa edilizia con sede a Riad di cui Hariri era presidente, ha chiuso i battenti il 31 luglio 2017, in preda a una difficilissima situazione finanziaria e creditizia.

Preoccupano le dichiarazioni del ministro saudita degli affari del Golfo, al-Sabhan, il quale il 6 novembre ha detto che, a causa delle aggressioni contro il regno saudita da parte dei libanesi di Hezbollah, il governo libanese sarà trattato “come un governo che ha dichiarato guerra contro l’Arabia Saudita” e che “i libanesi devono scegliere tra la pace e schierarsi con Hezbollah”.

Mohammed bin Salman, erede al trono dell’Arabia Saudita

Dichiarazioni ancora più bellicose sono state rivolte dal ministro degli Esteri saudita all’Iran, accusato di fornire armi ai ribelli in Yemen, dopo che un missile balistico proveniente dallo Yemen, dove infuria la guerra civile e dove l’Arabia Saudita è intervenuta militarmente, è stato abbattuto dai sauditi vicino all’aeroporto di Riad.

In seguito alle dimissioni di Hariri, Bahrein e Arabia Saudita hanno chiesto ai propri cittadini residenti in Libano di lasciare il Paese, mentre il primo ministro israeliano Netanyahu ha immediatamente affermato che “le dimissioni di Hariri sono una sveglia per la comunità internazionale” per “fermare l’aggressione iraniana nella regione”, come scrive l’Ansa. Le tensioni al confine fra Israele da una parte ed Hezbollah e Siria dall’altra sono forti, come conferma l’abbattimento di un drone siriano da parte degli israeliani avvenuto presso le alture del Golan nei giorni scorsi. Già il 10 ottobre il ministro della Difesa israeliano Avigdor Liberman affermava che la prossima guerra vedrà Israele impegnato su due fronti, uno a sud e uno a nord, e che Libano e Siria costituiranno un unico fronte settentrionale: “Se una volta parlavamo del fronte libanese, ora non c’è più un fronte simile. C’è il fronte settentrionale. In qualunque sviluppo ci possa essere, sarà un fronte unico, Siria e Libano insieme, Hezbollah, il regime di Assad e tutti i sostenitori del regime di Assad”. Secondo Liberman inoltre l’esercito libanese non è più indipendente, ma è ormai sotto il controllo di Hezbollah.

Il quadro che emerge vede contrapposti da una parte Iran e i suoi alleati regionali e dall’altro lato della barricata Arabia Saudita e Israele, un’accoppiata strana, ma neanche troppo, essendo entrambi i Paesi alleati degli Stati Uniti.

Stati Uniti e Francia hanno espresso “sostegno alla sovranità, all’unità e alla stabilità” del Libano, ma i venti di guerra continuano a soffiare sul Paese dei cedri. E non sembra che ci attendano tempi di bonaccia.

GLI ULTIMI SVILUPPI MILITARI IN SIRIA E IRAQ

La guerra in Siria e in Iraq non si ferma mai ed è difficile essere sempre al corrente di tutti i fatti più importanti: riassumiamo dunque i principali avvenimenti degli ultimi giorni per tenervi aggiornati sui recenti sviluppi in questo scenario. L’Isis sta subendo pesanti contraccolpi, ma continuano le divisioni fra le potenze che lo combattono. Inoltre negli ultimi giorni i confini della Siria sono stati interessati da aspre tensioni, a sud fra Israele e Siria e a nord fra Turchia e milizie curde.

Suddivisione del territorio siriano al 29 giugno 2017: in rosso le zone controllate dalle forze pro-Assad, in nero quelle in mano all’Isis, in bianco quelle in mano ad Al-Nusra, in verde quelle in mano ai curdi, in beige quelle controllate dai ribelli (da Wikimedia Commons; Ermanarich, Syrian Civil War map, CC BY-SA 4.0)

L’ISIS A RAQQA È ACCERCHIATO

La città di Raqqa, in mano all’Isis, continua a essere assediata dalle Forze Democratiche Siriane (FDS), sigla che indica una coalizione di milizie in maggioranza curde con elementi arabi e assiri. Raqqa è di fatto la capitale dello Stato Islamico in Siria e ormai è circondata su tutti e quattro i lati: le FDS, supportate dall’alleanza a guida statunitense, affermano che la sua riconquista “è solo questione di tempo”.

Nel frattempo però vengono lanciate alcune accuse alla coalizione guidata dagli USA, che secondo Amnesty International ha utilizzato munizioni al fosforo bianco in modo illegale nella periferia Raqqa: l’uso di questa arma è infatti vietato nelle vicinanze di insediamenti di civili (il comunicato di Amnesty International risale al 16 giugno).

 

AVANZANO LE TRUPPE LEALISTE IN SIRIA, MENTRE L’ISIS ARRETRA SU VARI FRONTI

La situazione del conflitto in Siria vede un generale arretramento delle forze dell’Isis, che sta perdendo terreno su vari fronti, oltre che a Raqqa. Le forze governative siriane stanno avanzando verso Deir El Zor, città assediata dall’Isis da tre anni, e hanno conquistato alcuni villaggi a sud di questa città, vicino al confine con l’Iraq, a quanto riporta l’agenzia di stampa iraniana Fars. Inoltre i lealisti e le milizie loro alleate sono avanzate ulteriormente a est di Palmira, avvicinandosi alla città di Sukhna, in mano all’Isis.

La situazione resta comunque molto delicata, dato che il 19 giugno un caccia americano F/A-18 Super Hornet ha abbattuto un jet SU-22 siriano, accusato da Washington di aver colpito aree occupate dalle milizie curdo-arabe sostenute dagli Usa. L’abbattimento ha avuto luogo presso Resafa, località non distante da Aleppo, dove i lealisti erano avanzati rapidamente nelle settimane precedenti entrando in contatto con le formazioni curde. Pronta è arrivata la condanna di Mosca, che ha definito l’azione un “atto di aggressione” e di “violazione del diritto internazionale”.

La tensione fra Russia e Stati Uniti è salita ulteriormente quando il 26 giugno un comunicato della Casa Bianca ha affermato che “gli Stati Uniti hanno identificato potenziali preparativi per un altro attacco chimico del regime di Assad” e che nel caso ciò dovesse verificarsi “lui e il suo esercito pagheranno un prezzo alto”. Questo comunicato ha colto di sorpresa vari esponenti dello stesso esercito americano, e la sua motivazione è rimasta incerta. Non è chiaro se l’avvertimento volesse essere un deterrente o se il suo obiettivo fosse quello di mandare un segnale di forza, oppure di preparare il terreno per un successivo attacco contro la Siria. Il giorno successivo al comunicato il portavoce del Pentagono Jeff Davis ha detto che gli Stati Uniti hanno di recente notato alla base aerea di Shayrat delle attività che ritengono collegate all’uso di armi chimiche, pur non dicendo come gli Stati Uniti abbiano raccolto queste informazioni. Nessun funzionario ha specificato il grado di rischio attribuito a un’azione simile e i portavoce della Casa Bianca non hanno aggiunto ulteriori chiarimenti. Il governo siriano ha vigorosamente negato le accuse, definendo il comunicato della Casa Bianca una provocazione, mentre la Russia le ha bollate come “inaccettabili”. Il governo siriano era stato accusato dagli Stati Uniti di aver effettuato un attacco chimico il 4 aprile, anche se le responsabilità e l’effettivo svolgimento degli eventi sono ancora dibattute e poco chiare.

 

FORSE UCCISO AL-BAGHDADI

Abu Bakr Al Baghdadi, leader dell’Isis, la cui sorte è incerta

Il capo dell’Isis Al Baghdadi forse è stato ucciso in un raid dell’aviazione russa nella periferia della città siriana di Raqqa, dove si teneva una riunione di alti comandanti dello Stato Islamico. L’informazione è stata diffusa il 16 giugno dal ministero degli Esteri russo, anche se non è stata confermata dal ministro Lavrov, né dalla coalizione a guida Stati Uniti né dal governo siriano. Il 23 giugno, a quanto riporta l’agenzia di stampa Interfax, il capo del comitato di difesa del Consiglio della Federazione russo (la Camera Alta del Parlamento) Viktor Ozerov ha affermato di credere che la probabilità che il capo dello Stato Islamico sia stato ucciso è vicina al 100 per cento. La sua morte sarebbe uno dei colpi più duri al gruppo jihadista nella guerra che infuria contro l’Isis da ormai tre anni.

 

L’ISIS PERDE ALTRO TERRENO A MOSUL

Mentre a Raqqa è circondato, l’Isis perde terreno anche a Mosul, città che di fatto è la sua capitale in Iraq. L’esercito iracheno infatti sta avanzando, supportato dalla coalizione a guida statunitense, e il 28 giugno ha ripreso due quartieri nella città vecchia di Mosul. Il generale Jabbar al-Darraji ha comunicato alla televisione di stato che “il cinquanta per cento di questa area è stato liberato”. Il 29 giugno le truppe irachene hanno conquistato la Grande Moschea di Al-Nuri, che otto giorni prima era stata fatta saltare in aria dai jihadisti. Proprio in quella moschea tre anni fa era stato proclamato il Califfato dello Stato Islamico. Si tratta di una vittoria simbolica di grande spessore per l’esercito iracheno, che infligge così un duro colpo al morale dei miliziani dell’Isis. La battaglia per Mosul dura da oltre otto mesi ma sembra avviarsi ormai alla sua conclusione, nel segno di una sconfitta per l’Isis.

 

TENSIONI AL CONFINE FRA SIRIA E ISRAELE

Si sono registrate tensioni al confine fra Siria e Israele: a quanto riporta Reuters, Israele ha comunicato di aver bombardato il 23 giugno installazioni militari del governo siriano e due carri armati dopo che alcuni proiettili provenienti dalla Siria avevano colpito le alture del Golan, zona occupata da Israele. Secondo una fonte militare siriana però gli attacchi di Israele hanno colpito anche un palazzo uccidendo dei civili. L’esercito siriano ha affermato che i colpi che hanno raggiunto il territorio in mano a Israele erano proiettili vaganti e ha definito l’attacco israeliano una “inaccettabile violazione” di sovranità. La zona interessata da questi eventi è la provincia di Quneitra, al confine fra le alture del Golan (occupate da Israele) e la Siria, dove l’esercito regolare siriano combatte contro fazioni ribelli, che comprendono milizie islamiste. Non è la prima volta che Israele colpisce la Siria durante il conflitto.

 

SCONTRI FRA TURCHI E CURDI NEL NORD DELLA SIRIA E DELL’IRAQ

Miliziani curdi dell’YPG presso Raqqa (Reuters)

Nel nord della Siria le forze turche e le milizie sostenute dalla Turchia si contrappongono alle truppe curde dell’YPG, sostenute dagli Stati Uniti. L’esercito turco ha affermato che l’YPG ha colpito la sera del 27 giugno le milizie dell’Esercito Siriano Libero, sostenute dalla Turchia, nella città di Azaz nel nord della Siria. Durante la notte fra 27 e 28 giugno l’esercito turco ha reagito con uno sbarramento d’artiglieria, distruggendo obiettivi curdi. Lo scontro fra curdi e turchi coinvolge anche il nord dell’Iraq, dove a quanto riporta l’esercito turco l’aviazione ha ucciso sette combattenti del PKK.

Il ministro della Difesa ha avvertito che Ankara reagirà contro ogni mossa pericolosa dei curdi dell’YPG e sembra che la Turchia stia rinforzando la sua presenza militare nel nord della Siria. Già l’anno scorso la Turchia aveva inviato truppe in Siria per supportare i ribelli dell’Esercito Siriano Libero, che combattono sia contro lo Stato Islamico sia contro le milizie curde. La Turchia infatti tratta come terroristi i curdi dell’YPG, i quali però sono sostenuti dagli Stati Uniti nella lotta contro l’Isis. Stati Uniti e Turchia dunque, pur essendo alleati nella NATO, sostengono fazioni contrapposte nella guerra in Siria.

RUSSIAGATE | Per Donald Trump un giro senza fine sulle montagne russe

Maggio è stato un mese di fuoco sul fronte interno per Donald Trump, con i media statunitensi nuovamente scatenati all’attacco nella questione Russiagate. La situazione è più confusa che mai, il clamore mediatico intorno alla vicenda è enorme e da più parti si grida all’impeachment del presidente. Ma prima facciamo un po’ di chiarezza.

Che cosa significa Russiagate? Con questa espressione (che ricorda il Watergate, ossia lo scandalo che nel 1974 portò alle dimissioni di Richard Nixon dalla presidenza degli Stati Uniti) ci si riferisce allo scandalo relativo alle sospette interferenze della Russia nelle elezioni americane e alla presunta collusione di esponenti della campagna elettorale di Trump con il governo russo. Anche se non risultano prove verificate che confermino ciò, la vicenda ha avuto enorme risonanza ed è uno dei principali cavalli di battaglia dell’opposizione al presidente. Stanno investigando sulla vicenda l’FBI, le commissioni di intelligence del Congresso e il Dipartimento di Giustizia (il cui operato è supervisionato dal procuratore speciale Robert Mueller). Le indagini furono avviate segretamente dall’allora direttore dell’FBI James Comey nel luglio del 2016 e furono successivamente rese note da Comey stesso il 20 marzo del 2017.

È importante sottolineare che, dalle (poche) informazioni note, le indagini non riguardano direttamente la persona di Trump, ma hanno coinvolto membri della sua squadra, in primis Michael Flynn.

Costui, ex generale, fu nominato consigliere per la sicurezza nazionale ma dovette dare le dimissioni già il 14 febbraio, solo 24 giorni dopo essere entrato in carica. Il motivo delle dimissioni fu il fatto di aver comunicato “al vice presidente eletto e ad altri informazioni incomplete sulle telefonate con l’ambasciatore russo”, con il quale, secondo le accuse, avrebbe discusso telefonicamente delle sanzioni applicate dall’amministrazione Obama alla Russia. Michael Flynn era già stato messo in bilico dalle notizie riguardanti suoi contatti con funzionari russi e ora è stato convocato dal Senato per chiarire i suoi rapporti con il Cremlino. È del 23 maggio però la notizia che Flynn si è avvalso del Quinto Emendamento per rifiutarsi di presentare al Senato i documenti relativi ai rapporti con i russi, notizia che di certo non ha calmato le acque.

Il 9 maggio accade un altro evento importante: il direttore dell’FBI James Comey, responsabile delle indagini sul Russiagate, viene licenziato da Trump dopo che sul tavolo del presidente è arrivata una lettera in tal senso da parte del Vice Ministro della Giustizia Rod Rosenstein, che sottolinea l’inadeguatezza di Comey. La motivazione inizialmente addotta da Trump per il licenziamento è il modo in cui Comey ha gestito le informazioni sul caso delle email di Hillary Clinton (il cosiddetto mailgate dell’anno scorso). La Casa Bianca nega subito qualsiasi relazione fra il licenziamento di Comey e l’affare Russiagate, anche se nei giorni successivi all’accaduto Trump ammette di aver considerato anche l’affare russo nella sua decisione e ciò scatena da parte dei democratici accuse di interferenza nelle indagini.

L’ex direttore dell’FBI James Comey, licenziato da Trump il 9 maggio

Nuove accuse di relazioni pericolose coi russi vengono fatte dal Washington Post, il quale afferma che Jared Kushner, genero di Trump e suo importante consigliere, avrebbe proposto una linea di contatto segreta con la Russia in un incontro di dicembre. Sempre il Washington Post afferma che un alto funzionario USA è persona d’interesse nelle indagini FBI sul Russiagate (notizia del 19 maggio) e secondo alcuni si tratterebbe ancora di Kushner, il quale non sarebbe indagato, ma semplicemente sotto controllo. Nonostante l’accusa non sia stata verificata la notizia ha messo sotto pressione ancor maggiore l’amministrazione Trump. Tuttavia l’FBI non ha mai detto esplicitamente che Kushner è un obiettivo delle indagini e inoltre Kushner stesso si è proposto volontario per testimoniare di fronte alle commissioni del congresso.

Un altro evento che scatena clamore mediatico è l’incontro diplomatico fra Trump, alcuni suoi collaboratori, l’ambasciatore russo Kislyak e il ministro degli esteri russo Lavrov nello studio ovale il 10 maggio. In questo incontro Trump condivide delle informazioni su terrorismo e sicurezza aerea (come è in suo pieno potere fare), confermando una linea collaborativa in politica estera con il governo russo. Ma una fuga di notizie scatena la bufera. Il Washington Post accusa Trump di aver condiviso con i russi in questo incontro informazioni classificate e di aver messo a rischio le fonti e il partner che le aveva fornite (secondo il Post un Paese del Medio Oriente). La Casa Bianca risponde che non sono state condivise né fonti, né metodi di raccolta dell’intelligence, né operazioni militari che non fossero già pubbliche, definendo “pienamente appropriato” l’agire del presidente. Infatti il presidente ha ampio potere di declassificare informazioni segrete e quindi la sua azione non sembra essere illegale. Il senso delle accuse è dunque che Trump avrebbe violato l’etichetta dello spionaggio (condividendo con la Russia intelligence fornita da un Paese terzo) e soprattutto avrebbe fatto una mossa incauta verso la Russia, che da molti è vista non come un alleato contro il terrorismo ma come un rivale con cui collaborare il meno possibile. Tale avvenimento, anche se non ha nulla a che fare con le indagini, è stato assorbito ben presto dal clamore mediatico intorno al Russiagate e ha messo ancora più sotto pressione l’amministrazione. Il 17 maggio Putin ha offerto la trascrizione dell’incontro e ora si attendono ulteriori sviluppi.

Il ministro degli Esteri russo Lavrov e Donald Trump

Dall’atmosfera che si respira e soprattutto da quest’ultimo episodio appare come ormai la pressione mediatica sulla questione Russiagate (e più in generale sui rapporti con la Russia) sia altissima. Tuttavia a un occhio attento non sfugge il fatto che ormai tale pressione è intrecciata in parte a motivi politici, che hanno a che fare sia con il tentativo di destabilizzare l’amministrazione corrente e agitare lo spettro dell’impeachment, sia con l’ostilità verso la Russia di alcuni settori politici americani (democratici e repubblicani neocon), settori che non vedono di buon occhio il riavvicinamento alla Russia voluto da Trump. La loro ostilità è ben espressa dalle recenti dichiarazioni del senatore repubblicano John McCain, secondo il quale “Putin è la minaccia più grande, più ancora dell’Isis”.

In realtà allo stato attuale dei fatti le indagini sul Russiagate sono ancora in pieno sviluppo e non sono giunte ad alcuna conclusione certa. Non risultano prove verificate che dimostrino che azioni russe d’interferenza nel processo elettorale erano coordinate con consiglieri della campagna di Trump. Solo con lo sviluppo delle indagini sapremo quanto c’è di vero nelle accuse del Russiagate e se un eventuale procedimento di impeachment sarà giustificato. E ci vorrà del tempo.

L’aborto fra gli intrecci della politica internazionale

Siamo abituati a pensare la politica internazionale in termini di guerre, di confini, di relazioni economiche e politiche fra gli Stati. Negli ultimi giorni però a dividere il panorama mondiale è stato un tema che di solito non è sotto i riflettori della politica internazionale, un tema delicato dietro il quale si celano enormi interessi e circolano fiumi di denaro da un continente all’altro: l’aborto.

Il ripristino della “Mexico City Policy” da parte di Trump

Tutto ha inizio il 23 gennaio, quando il neo-eletto Presidente degli Stati Uniti Donald Trump firma nello studio ovale un memorandum1 che ripristina la “Mexico City Policy”, abolita da Obama otto anni prima. Con la reintroduzione di tale politica, viene bandito il finanziamento federale degli Stati Uniti a ONG straniere che offrono o promuovono attivamente l’aborto, qualunque sia la provenienza dei fondi usati a tale scopo2 (la politica ha comunque eccezioni per gli aborti in seguito a stupri, incesti o condizioni che minacciano la vita della donna).

Donald Trump firma il memorandum che ripristina la “Mexico City Policy”

È necessario ricordare che anche in precedenza, sotto Obama, la legge USA vietava il finanziamento federale diretto per servizi d’aborto. Ma prima del ripristino della “Mexico City Policy”, le ONG che fornivano o promuovevano l’aborto usando a tal fine fondi non statunitensi, potevano comunque ricevere finanziamenti dagli USA per altri programmi, per esempio la contraccezione.

Trump non ha solo ripristinato la norma, ma l’ha estesa: in passato, quando era stata in vigore sotto Reagan e i Bush, la misura si applicava solo alle organizzazioni che ricevevano finanziamenti dagli USA per la pianificazione familiare, ora invece il requisito di “non eseguire o promuovere attivamente l’aborto” si applica a tutte le organizzazioni che ricevono fondi per attività sanitarie in genere. A tal proposito va sottolineato che gli Stati Uniti sono il maggior singolo donatore ai gruppi che forniscono servizio sanitario nel mondo3. I fondi destinati a programmi di sanità globale costituiscono la voce più ricca della previsione di bilancio del 2017 delle spese degli USA dirette all’estero, ammontando a ben 8,6 miliardi di dollari (fonte: Washington Post4).

Ma quali saranno gli effetti nell’immediato? Secondo Jennifer Kates, vice presidente della Kaiser Family Foundation, in passato la “Mexico City Policy” ha riguardato 600 milioni di dollari di fondi pubblici e la nuova misura ne potrebbe tirare in ballo fino a 8 miliardi5. Comunque vada, saranno ingenti i finanziamenti non più elargiti alle ONG internazionali pro-aborto.

La reintroduzione della norma ha scatenato reazioni contrapposte nella società civile americana. Secondo i gruppi pro-vita finalmente si è riconosciuto che i soldi dei contribuenti non possono essere usati per sostenere organizzazioni di cui molti non condividono gli ideali. Alcuni suggeriscono che i fondi non più conferiti alle ONG pro-aborto potranno essere ridestinati a quelle che forniscono assistenza alle madri senza ricorrere all’interruzione di gravidanza. D’altro canto i gruppi pro-scelta si sono scagliati contro quella che chiamano global gag rule (“legge bavaglio globale”), sostenendo che danneggerà le donne e sarà controproducente, perché aumenterà il numero di aborti insicuri, morti per parto e gravidanze indesiderate6.

Due fra le maggiori ONG sanitarie che sostengono l’aborto nel mondo, cioè l’International Planned Parenthood Federation (IPPF) e la Marie Stopes International (MSI), hanno reso noto che non si adegueranno alla norma e dunque perderanno i finanziamenti federali statunitensi. L’IPPF ha parlato di una perdita di fondi per 100 milioni di dollari all’anno3. Anche Marie Stopes International perderà una notevole quantità di denaro: dati del governo USA mostrano che fra 2010 e 2015 il solo programma governativo SIFPO (Support for International Family Planning Organizations) ha permesso il conferimento a tale gruppo di circa 40 milioni di dollari7. Per avere un’idea dell’attività di queste organizzazioni basta leggere il “Rapporto sull’Impatto Globale” della Marie Stopes International: nel solo 2015 questa associazione ha eseguito ben 3,4 milioni di aborti e cure post-aborto in tutto il mondo8. Infatti obiettivo di queste ONG è, oltre a fornire servizio sanitario, diffondere ed estendere i cosiddetti “diritti riproduttivi”, fra i quali appunto il diritto all’aborto.

I legami politici delle ONG pro-aborto dalle Nazioni Unite alla Clinton

Ovviamente gli interessi in gioco sono grandi e superano il mero dato finanziario. Infatti i legami politici delle ONG sanitarie pro-aborto sono numerosi e si estendono a tutto il mondo, comprendendo anche attività di pressione sui governi e sull’opinione pubblica degli Stati in cui l’aborto non è ancora legale. Nonostante la loro attività non sia sempre cristallina, godono di un’influenza enorme sui Paesi cosiddetti in via di sviluppo e spesso hanno rapporti privilegiati con le Nazioni Unite. Basti pensare che la già citata IPPF è attiva in oltre 180 Paesi attraverso gruppi affiliati e altre associazioni ed è supportata da istituzioni potenti, come il fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNPFA), la Banca Mondiale e la Commissione Europea, che fra il 2010 e il 2015 destinò circa 20 milioni di euro all’IPPF (fonte: European Central Database). Considerati i forti rapporti di potere di queste ONG, probabilmente non saranno danneggiate più di tanto dalla decisione di Trump.

Rapporti di potere: Hillary Clinton parla a un evento della Planned Parenthood, ONG sanitaria pro-aborto

L’intreccio politico si allarga quando si scopre che alcuni progetti a cui partecipano l’IPPF9 e Marie Stopes International10 sono supportati anche dalla fondazione Clinton. Non è un mistero che la Clinton sia un’accanita sostenitrice dell’aborto: fra le altre cose, nel 2003 votò al Senato contro il divieto all’aborto con nascita parziale (Partial Birth Abortion Act). Ma c’è dell’altro. Hillary Clinton è molto legata anche a un’altra associazione pro-aborto: Planned Parenthood, filiale statunitense della già citata IPPF e organizzazione controversa che nel 2015 fu colpita da uno scandalo riguardante la vendita di tessuti fetali di bambini abortiti11.

Nelle presidenziali 2016 Cecile Richards, presidente di Planned Parenthood, diede il suo sostegno alla Clinton e l’organizzazione finanziò copiosamente la campagna elettorale dei democratici. Attraverso il suo braccio politico Planned Parenthood Action Fund e donazioni di individui e comitati legati all’associazione, il gruppo arrivò a donare direttamente 1.100.272 dollari ai democratici, senza contare i fondi investiti in attività di lobbismo (fonte: Center for Responsive Politics – 8 febbraio 2017)12.

 

Scontro aperto fra pro e antiabortisti

Dati questi presupposti, i rapporti con il neo-eletto presidente Trump non potevano essere dei migliori. Il 21 gennaio 2017, proprio il giorno successivo all’insediamento di Trump, la Marcia delle Donne invade le strade di Washington per protestare contro Trump. Ma l’evento, fatto passare per spontaneo e popolare, non avrebbe mai avuto così tanta risonanza senza l’appoggio decisivo di gruppi potenti, fra i quali proprio Planned Parenthood, che è premier partner della marcia13 e il cui simbolo campeggia in bella mostra su alcuni cartelli dei manifestanti e sul palco da cui intervengono gli oratori. È un’occasione per l’organizzazione di mostrare i muscoli e di farsi pubblicità davanti al mondo, facendo vedere quanto sia forte la lobby abortista.

Il 23 gennaio Trump risponde ripristinando la “Mexico City Policy”.

Il nuovo scontro fra abortisti e antiabortisti, ormai infuocato, non rimane circoscritto ai confini statunitensi e arriva in Europa, dove le classi dirigenti socialdemocratiche colgono l’occasione per rimarcare ancor più la loro distanza dal neoeletto presidente statunitense. Il 24 gennaio, appena un giorno dopo l’ordine esecutivo di Trump, avviene un colpo di scena, sicuramente già pronto nel cassetto e tirato fuori con magistrale tempismo. Il ministro olandese per il commercio internazionale e la cooperazione per lo sviluppo, Lilianne Ploumen, lancia un’iniziativa di raccolta fondi dal nome “She Decides” (“Decide Lei”) per finanziare le organizzazioni internazionali pro-aborto che perderanno i fondi federali USA per effetto della “Mexico City Policy”14. Un tema di bioetica entra dunque con prepotenza nella politica internazionale e, mentre i media dipingono Trump come un oppressore dei diritti delle donne, i socialdemocratici europei – in pieno declino politico – cercano di riguadagnare parte della popolarità perduta accreditandosi come eroi anti-Trump.

Lilianne Ploumen, ministro olandese per il commercio internazionale e la cooperazione per lo sviluppo e lanciatrice del fondo “She Decides”

L’iniziativa – si legge sul sito ufficiale – “mira ad aumentare il supporto finanziario e politico per la salute sessuale e la pianificazione familiare nel mondo e a mitigare l’impatto dei diminuiti fondi USA”15. Si comprende dunque che la questione dell’aborto a livello mondiale è innanzitutto una questione politica: vi sono organizzazioni sanitarie e Stati che ne supportano apertamente la legalizzazione e la diffusione in tutto il mondo, in un’operazione che alcuni definiscono di estensione dei diritti umani e di miglioramento della sanità globale, altri invece di mero colonialismo ideologico.

Infatti la presenza delle ONG sanitarie che hanno fra i loro obiettivi la diffusione del diritto all’aborto e della sua pratica è rilevante nei cosiddetti Paesi sottosviluppati o in via di sviluppo, spesso poco indipendenti politicamente e in mano a governanti corrotti: vi è dunque il rischio che essi divengano ostaggio di queste potenti organizzazioni pro-aborto. Come a dire: “se vuoi che offriamo assistenza sanitaria al tuo popolo, devi lasciarci promuovere l’aborto”. Questi gruppi internazionali, come visto, dispongono di grandi finanziamenti e sostegni politici, grazie ai quali possono facilmente installarsi in molti Paesi e agire direttamente per la legalizzazione dell’interruzione di gravidanza o per l’estensione delle norme a essa relative, infiltrandosi nelle questioni interne di altre nazioni. Perciò viene spontaneo chiedersi: siamo forse di fronte a un nuovo colonialismo? Inoltre il sostegno indiscriminato di molti Stati, soprattutto occidentali, permette a queste ONG di sdoganare l’aborto a livello mondiale, facendolo passare come una pratica normale, una semplice cura medica. Infine non dimentichiamo che tali sforzi politico-finanziari sono sostenuti dagli Stati attraverso i soldi dei loro contribuenti, che sono obbligati a pagare per l’aborto e la promozione di esso all’estero.

Tornando all’iniziativa “She Decides”, dopo il lancio del neonato fondo il governo olandese vi destina subito una somma di 10 milioni di euro16, seguito da Belgio e Danimarca17, che contribuiscono con un’identica cifra. Anche Svezia, Canada, Lussemburgo, Finlandia, Capo Verde, Estonia e Portogallo aderiscono al progetto, mentre nel frattempo Australia18 e Norvegia19, pur non supportando direttamente l’iniziativa, annunciano un aumento dei fondi a sostegno della pianificazione familiare e dell’aborto.

Ma non è finita qui.

Il 2 marzo il governo belga ospita a Bruxelles una conferenza ministeriale con lo scopo di far partire il supporto finanziario all’iniziativa. Rappresentanti di circa 50 governi assistono all’evento e intervengono, fra gli altri, l’ideatrice del progetto e ministro dello sviluppo olandese Lilianne Ploumen, la sua controparte belga Alexander De Croo e quella canadese Marie-Claude Bibeau20,21.

Una sorta di alleanza internazionale socialdemocratica si sta formando intorno al tema: se in pochi giorni così tanti governi si stanno schierando in difesa delle ONG pro-aborto, questo è un ulteriore segno che vi sono grandi interessi e legami politici nascosti dietro la promozione della pratica a livello mondiale.

 

Fonti:

  1. https://www.whitehouse.gov/the-press-office/2017/01/23/presidential-memorandum-regarding-mexico-city-policy
  2. http://kff.org/global-health-policy/fact-sheet/mexico-city-policy-explainer/
  3. https://www.theguardian.com/world/2017/jan/23/trump-abortion-gag-rule-international-ngo-funding
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