Attualità, Politica

Gli ultimi giorni del Califfato

Le milizie dello Stato islamico arretrano su tutti i fronti. Foschi scenari si mostrano all’orizzonte del dopo-ISIS.

Sembra che ormai sia rimasto poco da attendere, la fine del Califfato appare ormai vicina. I confini dell’ISIS negli ultimi mesi si sono ridotti inesorabilmente a causa degli incessanti attacchi da parte della coalizione e dei peshmerga curdi, rendendo il territorio occupato dallo Stato islamico un intricato dedalo di enclavi e sacche di resistenza, collegate fra loro da dei sottilissimi lembi di territorio occupato. Sufficienti, nella migliore delle ipotesi, a mantenere ancora attive delle precarie linee di rifornimento.

Le due più importanti città del Califfato sono ormai da settimane assediate dalle forze anti-ISIS: Mosul, la seconda città più grande dell’Iraq, conquistata dai miliziani nel 2014, sta per essere liberata dalle forze speciali irachene e dai combattenti curdi; le periferie di Raqqa, la capitale de facto dello Stato islamico, sono diventate teatro di violenti scontri casa per casa. Lo stato maggiore iracheno, circa tre giorni fa, ha annunciato di sperare di poter terminare le operazioni di Mosul entro la fine del Ramadan, che cade il 27 giugno. I miliziani arretrano su tutti i fronti, non riuscendo più a tenere testa né alla macchina bellica irachena e siriana, supportate rispettivamente dagli apparati americano e russo, né alla determinazione dei combattenti curdi. Molto scalpore ha fatto recentemente la notizia che l’ISIS stesso abbia dinamitato il minareto della moschea di al-Nuri, nella città vecchia di Mosul. La stessa moschea dalla quale il leader dello Stato islamico, al-Baghdadi, annunciò con un famoso sermone la nascita dell’ISIS.

Tuttavia, il sollievo che il mondo occidentale, e non solo, potrà provare dopo che il Califfato avrà cessato di esistere probabilmente non durerà a lungo. Già altre problematiche si addensano come fosche nubi all’orizzonte. Innanzitutto, sarà problematica la ri-occupazione dei territori ora controllati dall’ISIS da parte dei precedenti proprietari, con la Siria di al-Assad spalleggiata dalle forze russe e quelle irachene supportate dagli americani. Il dialogo dovrà instaurarsi fra controparti esasperate e che mal si sopportano, in uno scenario altamente militarizzato.

Inoltre non bisogna dimenticare la spinosa questione del popolo curdo, le cui rivendicazioni territoriali andranno sicuramente a scontrarsi da un lato con l’Iraq, che ha sempre negato l’effettiva indipendenza del Kurdistan iracheno, e dall’altra con la Turchia di Ergogan, il quale considera le forze combattenti curde nient’altro che il braccio armato del partito comunista curdo, il PKK, considerato dalla Turchia alla stregua di un’organizzazione terroristica.

Un altro spinoso problema sarà quello delle sacche di ribellione e resistenza siriane al regime di Bashar al-Assad: finora si era riuscito a trovare un precario, per quanto utile, equilibrio fra il potere centrale di Damasco e le varie sacche di resistenza ribelli, tanto più che le fino ad oggi è stato comprensibilmente necessario impiegare la maggior parte delle forze disponibili contro il Califfato. Queste problematiche potrebbero trovare un efficacie terreno di risoluzione nella profusione di incontri e proposte di accordi bilaterali e plurilaterali che sicuramente avranno luogo immediatamente dopo la fine dei combattimenti conto i miliziani neri. Per quanto, purtroppo, ci sembri che la possibilità di addivenire a una risoluzione diplomatica delle attuali questioni mediorientali sia assai remota.

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