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RUSSIAGATE | Per Donald Trump un giro senza fine sulle montagne russe

Maggio è stato un mese di fuoco sul fronte interno per Donald Trump, con i media statunitensi nuovamente scatenati all’attacco nella questione Russiagate. La situazione è più confusa che mai, il clamore mediatico intorno alla vicenda è enorme e da più parti si grida all’impeachment del presidente. Ma prima facciamo un po’ di chiarezza.

Che cosa significa Russiagate? Con questa espressione (che ricorda il Watergate, ossia lo scandalo che nel 1974 portò alle dimissioni di Richard Nixon dalla presidenza degli Stati Uniti) ci si riferisce allo scandalo relativo alle sospette interferenze della Russia nelle elezioni americane e alla presunta collusione di esponenti della campagna elettorale di Trump con il governo russo. Anche se non risultano prove verificate che confermino ciò, la vicenda ha avuto enorme risonanza ed è uno dei principali cavalli di battaglia dell’opposizione al presidente. Stanno investigando sulla vicenda l’FBI, le commissioni di intelligence del Congresso e il Dipartimento di Giustizia (il cui operato è supervisionato dal procuratore speciale Robert Mueller). Le indagini furono avviate segretamente dall’allora direttore dell’FBI James Comey nel luglio del 2016 e furono successivamente rese note da Comey stesso il 20 marzo del 2017.

È importante sottolineare che, dalle (poche) informazioni note, le indagini non riguardano direttamente la persona di Trump, ma hanno coinvolto membri della sua squadra, in primis Michael Flynn.

Costui, ex generale, fu nominato consigliere per la sicurezza nazionale ma dovette dare le dimissioni già il 14 febbraio, solo 24 giorni dopo essere entrato in carica. Il motivo delle dimissioni fu il fatto di aver comunicato “al vice presidente eletto e ad altri informazioni incomplete sulle telefonate con l’ambasciatore russo”, con il quale, secondo le accuse, avrebbe discusso telefonicamente delle sanzioni applicate dall’amministrazione Obama alla Russia. Michael Flynn era già stato messo in bilico dalle notizie riguardanti suoi contatti con funzionari russi e ora è stato convocato dal Senato per chiarire i suoi rapporti con il Cremlino. È del 23 maggio però la notizia che Flynn si è avvalso del Quinto Emendamento per rifiutarsi di presentare al Senato i documenti relativi ai rapporti con i russi, notizia che di certo non ha calmato le acque.

Il 9 maggio accade un altro evento importante: il direttore dell’FBI James Comey, responsabile delle indagini sul Russiagate, viene licenziato da Trump dopo che sul tavolo del presidente è arrivata una lettera in tal senso da parte del Vice Ministro della Giustizia Rod Rosenstein, che sottolinea l’inadeguatezza di Comey. La motivazione inizialmente addotta da Trump per il licenziamento è il modo in cui Comey ha gestito le informazioni sul caso delle email di Hillary Clinton (il cosiddetto mailgate dell’anno scorso). La Casa Bianca nega subito qualsiasi relazione fra il licenziamento di Comey e l’affare Russiagate, anche se nei giorni successivi all’accaduto Trump ammette di aver considerato anche l’affare russo nella sua decisione e ciò scatena da parte dei democratici accuse di interferenza nelle indagini.

L’ex direttore dell’FBI James Comey, licenziato da Trump il 9 maggio

Nuove accuse di relazioni pericolose coi russi vengono fatte dal Washington Post, il quale afferma che Jared Kushner, genero di Trump e suo importante consigliere, avrebbe proposto una linea di contatto segreta con la Russia in un incontro di dicembre. Sempre il Washington Post afferma che un alto funzionario USA è persona d’interesse nelle indagini FBI sul Russiagate (notizia del 19 maggio) e secondo alcuni si tratterebbe ancora di Kushner, il quale non sarebbe indagato, ma semplicemente sotto controllo. Nonostante l’accusa non sia stata verificata la notizia ha messo sotto pressione ancor maggiore l’amministrazione Trump. Tuttavia l’FBI non ha mai detto esplicitamente che Kushner è un obiettivo delle indagini e inoltre Kushner stesso si è proposto volontario per testimoniare di fronte alle commissioni del congresso.

Un altro evento che scatena clamore mediatico è l’incontro diplomatico fra Trump, alcuni suoi collaboratori, l’ambasciatore russo Kislyak e il ministro degli esteri russo Lavrov nello studio ovale il 10 maggio. In questo incontro Trump condivide delle informazioni su terrorismo e sicurezza aerea (come è in suo pieno potere fare), confermando una linea collaborativa in politica estera con il governo russo. Ma una fuga di notizie scatena la bufera. Il Washington Post accusa Trump di aver condiviso con i russi in questo incontro informazioni classificate e di aver messo a rischio le fonti e il partner che le aveva fornite (secondo il Post un Paese del Medio Oriente). La Casa Bianca risponde che non sono state condivise né fonti, né metodi di raccolta dell’intelligence, né operazioni militari che non fossero già pubbliche, definendo “pienamente appropriato” l’agire del presidente. Infatti il presidente ha ampio potere di declassificare informazioni segrete e quindi la sua azione non sembra essere illegale. Il senso delle accuse è dunque che Trump avrebbe violato l’etichetta dello spionaggio (condividendo con la Russia intelligence fornita da un Paese terzo) e soprattutto avrebbe fatto una mossa incauta verso la Russia, che da molti è vista non come un alleato contro il terrorismo ma come un rivale con cui collaborare il meno possibile. Tale avvenimento, anche se non ha nulla a che fare con le indagini, è stato assorbito ben presto dal clamore mediatico intorno al Russiagate e ha messo ancora più sotto pressione l’amministrazione. Il 17 maggio Putin ha offerto la trascrizione dell’incontro e ora si attendono ulteriori sviluppi.

Il ministro degli Esteri russo Lavrov e Donald Trump

Dall’atmosfera che si respira e soprattutto da quest’ultimo episodio appare come ormai la pressione mediatica sulla questione Russiagate (e più in generale sui rapporti con la Russia) sia altissima. Tuttavia a un occhio attento non sfugge il fatto che ormai tale pressione è intrecciata in parte a motivi politici, che hanno a che fare sia con il tentativo di destabilizzare l’amministrazione corrente e agitare lo spettro dell’impeachment, sia con l’ostilità verso la Russia di alcuni settori politici americani (democratici e repubblicani neocon), settori che non vedono di buon occhio il riavvicinamento alla Russia voluto da Trump. La loro ostilità è ben espressa dalle recenti dichiarazioni del senatore repubblicano John McCain, secondo il quale “Putin è la minaccia più grande, più ancora dell’Isis”.

In realtà allo stato attuale dei fatti le indagini sul Russiagate sono ancora in pieno sviluppo e non sono giunte ad alcuna conclusione certa. Non risultano prove verificate che dimostrino che azioni russe d’interferenza nel processo elettorale erano coordinate con consiglieri della campagna di Trump. Solo con lo sviluppo delle indagini sapremo quanto c’è di vero nelle accuse del Russiagate e se un eventuale procedimento di impeachment sarà giustificato. E ci vorrà del tempo.

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Twitter: @bonetti_aless
Classe ’97, ha frequentato il Liceo Classico e studia Economia e Scienze Sociali all’Università Bocconi. Temporaneamente a Milano, in realtà il suo cuore è fra le dolci colline marchigiane, dove è nato. Strapaesano impenitente, a un apericena chic ai Navigli preferisce di gran lunga una buona fetta di ciauscolo e un bicchiere di Rosso Piceno sorseggiato guardando le onde del suo Adriatico.

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